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Un Germano Favoloso per Il Giovane Favoloso

Il-giovane-favoloso-elio-germanoFinalmente a Lido si può trarre un sospiro di sollievo; finalmente si scorge, in questa 71.esima edizione del festival del cinema di Venezia altamente sottotono, un barlume di speranza; questa speranza si chiama “Il Giovane Favoloso”. Il biopic di Mario Martone su uno dei poeti più famosi, più studiati e più amati della letteratura italiana, Giacomo Leopardi, ha innalzato di colpo la qualità del festival.


Il film convince e fa sognare; riesce in quel arduo compito di portare sul grande schermo la vita del Giacomo nazionale senza cadere nel facile tranello di riportare in maniera fredda e oggettiva la vita di Leopardi così come la si legge sui libri di scuola; nessun “copia e incolla”, ma anzi: Martone non solo riesce quasi miracolosamente a non far venire l’orticaria ogni qual volta ad essere recitata è una delle tante poesie del poeta di Recanati e che noi tutti abbiamo studiato e stra studiato a scuola, ma porta lo spettatore al limite della commozione. La magia che si respira in queste due ore e venti è un mix di elementi eterogenei e disparati, che il regista ha saputo assemblare in maniera impeccabile. Primo fra tutti la magnifica fotografia: ogni inquadratura, dalla prima all’ultima, è come se volesse distaccarsi dalla sua natura cinematografica per trasformarsi in un quadro di William Turner. Si assiste a un tripudio di colori caldi, tenui, colori in grado di trasmettere un forte senso di calma e tranquillità e che per questo tanto vanno a contrastare con l’animo inquieto e pessimista del giovane Leopardi.


Poi abbiamo la musica di Sascha Ring in arte Apparat: che sonorità! Che armonie! Altro che musica da salotto aristocratico dell’800! Quello che accompagna le difficoltà esistenziali dell’autore della Ginestra, è un  mix tra musica classica ed elettronica, tripudio molto accattivante che lascia lo spettatore in balia delle proprie emozioni e assolutamente in simbiosi coi sentimenti dello sfortunato poeta. 
Ma la vera perla di tutto il film è lui, un Elio Germano in stato di grazia, riuscito nell’arduo compito di donare in maniera impeccabile corpo, voce e gobba a Leopardi. Non è da sottovalutare la sfida accettata con tanto ardore da Germano; noi tutti ci siamo immaginati Leopardi in una certa maniera, la sua difficile vita e le sue precarie condizioni fisiche sono di dominio pubblico, per cui è normale se si è voluto analizzare attraverso la lente di ingrandimento l’interpretazione del giovane attore, pronti a scorgervi ogni più piccolo difetto; il problema è che in tutto questo di difetti non ce ne erano. Germano era Leopardi. Punto. Il camminare lento per il peso della gobba; gli occhi spiritati, ma allo stesso tempo tristi; lo scrutare negli altri un cenno di felicità e di gioia di vivere che a lui appare del tutto negato; tutto è stato portato a termine da Germano in maniera perfetta, per cui non mi sorprenderei molto se a fine festival, ci scappasse una Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile.
E chissà se ad affiancare Germano durante il ritiro di questi ambiti premi ci potrebbe essere Alba Rohrwacher per la sua ottima interpretazione (peccato per la sua pessima pronuncia inglese) in “Hungry Hearts”, film in lingua inglese di Saverio Costanzo (già regista de La solitudine dei numeri primi) che non sarà di certo un capolavoro, però non può nemmeno essere bocciato in tronco.
Certo, stiamo ancora un po’ tutti cercando di capire cosa volesse comunicarci Costanzo con questo suo nuovo film – denuncia del veganismo nei neonati? Denuncia alla caccia? – fatto sta che il film è abbastanza piacevole e alcuni guizzi di regia – vedi l’uso del grandangolo- sono molto apprezzabili.

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A fianco a un’Italia che piano piano sta facendo sentire la propria voce in questo festival abitato da tanti spettatori – zombie intenti più a cercare di rimanere svegli che a fare pronostici sui papabili vincitori, ecco che viene presentato un nuovo riadattamento shakesperiano in chiave moderna: Cymbeline. Povero William, ancora una volta di starà rivoltando nella tomba. Non solo la scelta di portare la storia di Cimbellino in abiti moderni è una scelta veramente poco azzeccata vista la storia e i rimandi all’impero romano; ma poi anche la recitazione lascia molto a desiderare. Perfino il pescivendolo a fianco casa mia recitava meglio di un Ed Harris, che di talento solitamente ne ha da vendere. Peccato, poteva essere una buona occasione che invece è stata bellamente sprecata dal regista Michael Almereyda.

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Oggi, 4 settembre, è invece la volta di Pasolini, il film di Abel Ferrera che, come suggerisce anche il titolo, cerca di raccontare le ultime ore di vita del controverso regista italiano, ucciso una notte del 2 novembre 1975. A dare vita al corpo magro, scavato e sempre mezzo celato da grandi occhiali scuri del regista di Accattone è William Defoe. E chissà magari che non abbiamo trovato un degno rivale a Elio Germano nella corsa alla Coppa Volpi?
Ai posteri l’ardua sentenza.

Elisa Torsiello per RadioEco

Alessio Foderi parla ancora del Giovane Favoloso in questo nuovo articolo.

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