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Festival del Giornalismo. Utopia vs Realtà.

ijf0Ognuno di noi almeno una volta nella vita avrà assistito a una partita di tennis, o per lo meno chiunque può annoverare nel proprio curriculum vitae il prestigioso impiego di “segnapunti” ad un accesissimo match di ping pong sotto il cocente sole di Agosto. Quindi saprete bene l’effetto ipnotico della pallina che saltella da una parte all’altra e del vostro occhio che la segue, con annesso movimento del capo. Be’, l’effetto globale che ha avuto su di me questo festival del giornalismo posso riassumerlo proprio cosi. Una sfida senza esclusioni di colpi tra i sogni e la realtà dove per quanto io tifassi per i primi sono stata costretta ,non senza un pizzico di delusione, a vedere concludere la partita con un pareggio. Infatti il filo d’Arianna che mi ha guidato in questo labirinto d’incontri, panel, conferenze e baci perugina è stato il continuo incontro-scontro tra il mestiere del giornalista e le difficoltà attuali che si trovano nel Bel Paese per accedervi.

Il primo incontro Il nuovo storytelling nel giornalismo aveva speaker di eccezione come Mario Calabresi direttore de La Stampa, il documentarista Giordano Cassu e il giornalista e inviato Domenico Quirico. Il tema trattava una nuova forma di documentario interattivo che fondeva parole foto e audio, e si prendeva come esempio il reportage fatto da Giordano Cassu dopo la sua esperienza in Ruanda, 20 anni dopo il terribile genocidio. Ma l’attenzione si è inevitabilmente spostata sul ruolo del giornalista inviato, sui rischi e sulle difficoltà che ciò comporta da un punto di vista sia economico che psicologico. Le parole più suggestive sono state senza ombra di dubbio quelle di Domenico Quirico reduce dalla toccante esperienza del rapimento in Siria, rapimento che non ha fermato il suo spirito e la sua voglia di raccontare la verità a qualsiasi costo:

ijf1«Se io non passo tramite l’esperienza reale e vivo le stesse sensazioni e pericoli ,io non ho il diritto di raccontare.»

Pensiero condiviso anche dal suo direttore Mario Calabresi che ha sottolineato:
«fare giornalismo è immergersi nel pozzo della realtà portandosi dietro storie e racconti… »

Parole bellissime e ricche di significato che hanno fatto viaggiare il pubblico in luoghi lontani,carichi di passioni e emozioni. A questo punto della partita possiamo dire che il sogno è in netto vantaggio. Ma quanto è difficile arrivarci? Al giorno d’oggi quanto spazio e quante possibilità sono date ai giovani per iniziare un simile percorso? Che risorse sono investite?

E portandomi dietro questa valigia carica di domande ho assistito al panel del giorno seguente Da grande voglio fare il freelance. Stavolta a raccontare e raccontarsi erano i corrispondenti di guerra e zone calde Barbara Schiavulli e Alessandro Accorsi, e i giornalisti Antonio Rossano, Valerio Bassan e Lou Del Bello.ijf2

L’incontro è iniziato facendo un quadro generale della situazione del giornalismo italiano portando alla luce dati interessanti.

«1 italiano su 546, compresi i bambini, è iscritto all’ordine dei giornalisti»

Numeri che stridono terribilmente con la situazione che è poi emersa durante l’incontro. A prendere la parola è stata Barbara Schiavulli. Lei ha seguito la sua passione con tenacia e caparbietà incurante dei sacrifici, è stata costretta più volte a finanziarsi i suoi viaggi ma non si è mai arresa.

«fare reportage di guerra costa rischi e sacrifici. Ma credevo che se fossi stata brava prima o poi mi avrebbero assunta»

E cosi è stato, ma anche adesso dopo anni di esperienza e gavetta vedersi riconosciuti i proprio meriti in Italia non sembra facile. Prosegue raccontando che i soldi a disposizione sono ridotti progressivamente, e che quando ha provato a dire qualche “no” rifiutandosi di scendere a compromessi è stata tagliata fuori. Ma Barbara Schiavulli sembra non volersi arrendere e resta fedele alla sua Italia con le sue pecche e i suoi guai.

Una scelta diametralmente opposta è stata quella di Lou Del Bello. Anche lei ha cercato per anni di farsi spazio tra la bolgia dantesca dei giornalisti italiani. Ha lottato per la sua relazione con la penna e l’inchiostro ma, si sa, come ogni amante che si rispetti anche lei è rimasta delusa e ha deciso di dare un taglio netto.

«dopo 7 anni di delusioni ho iniziato il mio sciopero. Non avrei mai più scritto una parola in Italiano»

Posizione drastica ma necessaria. Ha trovato la sua strada nel Regno Unito, diventando multimedia producer per SciDev.Net. E pone l’attenzione su una tematica condivisa ampiamente dai suoi colleghi, ovvero che sta proprio ai freelance e ai giornalisti cambiare le cose. Una sorta di rivoluzione che deve partire dal malcontento generale, dei moderni contadini medioevali che invece di brandire forconi dovranno sventolare i loro tablet o, per i più vintage, le loro penne. Finché tutti non si rifiuteranno di lavorare in condizioni che screditino loro e il loro lavoro la situazione non cambierà mai.

Affini sono le testimonianze di Valerio Bassan e Alessandro Accorsi, il primo felicemente emigrato in Germania mentre Accorsi ci confessa di vendere in Italia solo articoli di seconda scelta. La motivazione è semplice, il merito non viene riconosciuto. Ci racconta la sua coraggiosa, e un po’ incosciente, avventura nelle zone di guerra dove si spingeva oltre i suoi limiti per essere il primo a immortale ciò che stava accadendo:

«esiste un’economia delle notizie: le bombe vendono più delle manifestazione»

E tra audacia, determinazione e fortuna ha fatto la sua scelta. Anche lui ha deciso di non svendersi, non è tempo di saldi per Accorsi che preferisce per questo stringere rapporti con testate estere.

La riflessione finale è forse racchiusa nelle parole amare della Schiavulli:

«In Italia non c’è il filtro della qualità. Se il metro di giudizio è il salario,vincerà quello che accetta di meno»

E eccoci qui. La partita è arrivata alla fine,un punto netto che sfiora la rete conquistato dalla realtà.Un pareggio non ha mai avuto un sapore peggiore, sapore di scelte difficili e di passioni banalizzata da una mentalità sbagliata.

Ma il festival del giornalismo deve servire anche a questo, far riflettere. E cosi da vera aspirante giornalista che si rispetti me ne torno a casa: il mio smartphone perennemente scarico come da manuale, i miei dubbi, un po’ di fogli pieni di appunti caotici e la mia arroganza del pensare “magari, perché no,ce la posso fare anche io nonostante tutto”.

 

 

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