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Flavia Pennetta, la tennista andata oltre la tradizione

pennetta

Sinceramente non c’era palcoscenico più adatto per mettere in scena l’ultima partita della carriera: il Masters di fine anno, il torneo delle Maestre della Wta, il torneo delle migliori otto tenniste dell’anno solare 2015 (nove in questo caso visto il ritiro di Serena Williams, ancora in depressione post-trattamento Vinci a New York).

Contro un’avversario speciale, quel fenomeno urlante di Maria Sharapova. Flavia Pennetta Maestra lo è diventata, non certo del firmamento tennistico mondiale, ma della racchetta italiana sì, sdoganando finalmente l’etichetta di italiani vincenti (ma sì, esageriamo!) solo sulla superficie rossa. Ed oltre a questo ha fatto molto di più: ha lasciato un’eredità, che speriamo venga raccolta da qualcuno (ogni riferimento a Camila Giorgi è totalmente casuale).

Intendiamoci, non che prima non avesse dato prova delle sue doti. Il proprio nome, la brindisina classe 1982, sui tornei della Wta lo aveva già inserito, ma possiamo dire che ha iniziato tardi a farsi valere davvero nel circuito. Il primo vero sussulto in singolare arriva solo a 27 anni, nel 2009, un’età che nel tennis è tutto tranne che giovane: serie estiva di quindici vittorie consecutive (record per una tennista italiana) con due titoli, tra cui il prestigioso torneo di Los Angeles, e prima atleta azzurra a raggiungere la top 10 del ranking Wta. Qui sta la prima lezione della Maestra Pennetta, la spallata apripista che ci voleva per dimostrare che pure nel singolare (già unite dalla Fed Cup, lo show delle ragazze di Barazzutti è già iniziato dal 2006) le tenniste italiane valgono, eccome se valgono.

Il successo al Roland Garros di Francesca Schiavone nel 2010 diede la prova e la sensazione che uno Slam non era più utopico per il tennis tricolore femminile, ma, se vogliamo, quel successo fu figlio un po’ anche di quell’evento che la Pennetta aveva materializzato durante l’anno prima e che aveva donato ulteriore fiducia a tutto un movimento in ascesa costante. Si può dire che si sono date una mano a vicenda nel concepire un tennis rosa di livello brillante. Mentre le Fed Cup si moltiplicano (alla fine della carriera la Pennetta e compagne ne metteranno a referto ben quattro), i risultati in singolare continuano ad arrivare: finale Roland Garros 2011 e 2012 per Schiavone e Sara Errani (che tra l’altro troveremo per ben due anni in top 10 mondiale), ma della Pennetta, nel frattempo, si sono perse un po’ le tracce. Bloccata da una serie infinita di problemi fisici, sopratutto al polso, che ne minano fiducia e prospettive per il futuro, tanto da arrivare a riflettere sul ritiro.

Ecco, adesso inizia un’altra storia. Si poteva pensare a tutto in quel periodo, meno che la parte più glorioso della sua carriera dovesse ancora arrivare. Probabilmente nemmeno lei si sarebbe mai immaginata di raggiungere i traguardi che dal 2013 al 2015 l’hanno vista protagonista, visto e considerato che la nostra azzurra aveva superato i trent’anni. Era indubbiamente più semplice pensare ad una discesa con qualche soddisfazione personale piuttosto che ad un’impennata verticale simile.

Un’impennata che l’ha portata ad aprire un’altra porta e a sfatare un’altra tradizione, quella per la quale gli italiani sarebbero irrimediabilmente dei terraioli, sia nel femminile che nel maschile, come sempre sono stati. Se devono vincere qualcosa, lo fanno sulla terra. Senza considerare lo spauracchio italico rappresentato dall’erba, è il cemento la frontiera su cui si può lavorare per togliere quella fastidiosa etichetta che ci accompagna fin dai tempi di Nicola Pietrangeli e Adriano Panatta. Flavia comincia a lavorarci nel 2013 con le entusiasmanti semifinali agli Us Open. Dopo il tentativo agli Australian Open 2014 (quarti di finale), arriva la gemma del Mandatory di Indian Wells (equivalente di un Master 1000 maschile), che la porta a diventare la prima italiana a trionfare in questa categoria. Probabilmente nasce da lì la consapevolezza che anche agli Us Open si può fare. Gli Us Open arriveranno contro ogni pronostico nel 2015, nella finale più bella e terribile allo stesso tempo, contro l’amica Roberta Vinci, per un’esaltazione totale del tennis italiano e per commemorare una generazione d’oro.

Ora Flavia si ritira dopo aver chiuso un cerchio, senza cercare protagonismi, salutando per poi scomparire all’istante, come fosse una partita qualunque, con l’umiltà di una campionessa che ha saputo donare quello che nessuno, con una racchetta in mano, aveva saputo dare: l’idea che un movimento possa andare oltre la tradizione e conquistare finalmente nuovi confini. Prima di Flavia Pennetta si diceva: «No, certi tornei non fanno per noi». Dopo, per dirla come il Professor Frankenstein: «Sì, si può fare!».

Giacomo Corsetti

Photos by tgcom.com e tenniscircus.com

(@giacomocorsetti)

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