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RECENSIONE: Foreign Beggars – The Uprising

I Foreign Beggars sono tre MC inglesi, che si fanno chiamare Orifice Vulgatron, Metropolis e DJ Nonames, riunitisi sotto questo nome dieci anni fa, nel 2002, quando debuttarono con l’album Asylum Speakers, e ora, a tre anni di distanza da United Colours of Beggattron, giunti con The Uprising, al sesto LP della carriera e il primo per l’etichetta Mau5trap. La tana del topo morto, insomma, ma meglio far finta di niente e ascoltare l’album fintamente ignari.

Nelle 12 tracce di cui è composto, il trio britannico si muove con disinvoltura tra generi diversi:

hip-hop e grime ovviamente, ma anche dubstep e perfino drum and bass, mischiandone i ritmi non soltanto nel succedersi dei pezzi, ma anche all’interno della singola traccia. Tanti i generi, tanti i produttori, vari e di diversa provenienza, a cui si aggiungono alcuni ospiti illustri.

Il bel beat hip-hop di Amen, la prima traccia, accompagnato da quelle che sembrano piccole esplosioni di basso, funziona meravigliosamente bene come biglietto da visita («We make ‘em say / Amen / When it’s Foreign Beggars on the plates»), mostrando da subito quelle che sono le radici del gruppo, recuperando un bel sample dagli Stetsasonic, gruppo hip-hop degli anni ’80 («The girls got the deepest bass»). Grazie a questo e alla semplicità elegante e lineare del beat, la traccia si rivelerà, ad ascolto ultimato, una delle più convincenti dell’album.

Colla seconda traccia, Apex, invece, è letteralmente tutt’altra musica. Il beat è incalzante e il rap aggressivo: da un momento all’altro si attende, data la produzione affidata agli australiani Knife Party, una calata barbara di bassi, che infatti non tardano ad abbattersi fuoriosi, secondo le regole già scritte del brostep. Per quanto dicano altrimenti i diretti interessanti, la traccia non è niente di particolarmente elettrizzante o innovativo, tanto che alla fine la cosa migliore è il breakdown («No, you don’t wanna rock with me»).

Per fortuna, a riportarsi sulla giusta carreggiata, arrivano Crep Hype, canzone hip-hop in cui si parla di scarpe – sì, avete capito bene –, e il grime di We Does This, prima delle tracce che vedono la produzione di Alix Perez, belga residente a Londra, qui fornitore di un beat eccellente ed ipnotico, che, raschiato dai sub-bassi, alla fine potrebbe correre all’infinito, se non venisse interrotto troppo presto.

Con Minds Eyes, che vede la collaborazione di Tommy Lee alle batterie, si viene catapultati in un’atmosfera soffocante e claustrofobica da fato incombente, che si scioglie in bassi tellurici e ritmo drum and bass, che, unico nell’album, prima precede solo e poi accompagna un ritornello cantato e melodico. Allucinata e fumosa è invece l’atmosfera della successiva Flying to Mars, dubstep dal beat di pulsazioni sfuggevoli e veloci e leggeri sub-bassi, su cui si elevano i vocalizzi rapiti di Donae’O, che canta anche uno dei versi migliori («But like Charlie Sheen I feel I’m winning»).

E poi purtroppo arriva Anywhere. Il beat brutto e scialbo, e il ritornello soporifero dalle influenze reggae a cura di D.Ablo, che si assume anche la responsabilità degli irritanti coretti finali, basterebbero da soli a seccare l’ascoltatore, ma poi arriva, senza senso, un drop brostep scipito e noioso e allora, sì, cominci a contare il tempo mancante alla prossima traccia, solo perché non ti va di saltare questa, del tutto anonima e trascurabile.

Per fortuna, subito dopo, i rapper inglesi calano una tripletta di prima scelta, annunciata dallo splendido basso, che è pura delizia tattile, di Goon Bags, prodotta da Blue Daisy, che, parola loro, si rifà all’«underground rap shit from the States», ripresa e ulteriormente colorita da elementi grime, mentre a tratti il trio sembra quasi impegnato a rincorrere rappando il beat.

E poi ci sono le due tracce prodotte da Kidkanevil, sicuramente le migliori. La prima, la baldanzosa e divertente Palm of My Hand è la cosa più bella dell’album, non a caso scelta come primo singolo. Comincia con una deliziosa musichetta a 8-bit che finisce per intessersi nelle trame ordite dal beat pulsante e accattivamente, mentre i nostri non paiono mai essersi divertiti tanto a rappare. Imperdibili per gli amanti della scena i riferimenti a Rinse, la radio londinese fino a qualche anno fa pirata, specializzata nella scena dance underground, e al suo capo («Rinse, ah / But my name ain’t Geeneus / Came down to lock the whole game like Jesus»), così come lo scratching che fa così oldskool. Come non amarla alla follia?

Le musichette da vecchio videogioco accompagnano anche l’accattivante e riuscitissimo grime di Working Angels, che si colloca tra il canto e il rap.

La successiva Never Stop, in cui collabora Chrome, è invece un’accozzaglia di generi e suoni: in sequenza vengono un ritornello che potrebbe essere quello di una canzone di Pitbull, in cui si parla di rimanere fedeli a sé stessi, non scendendo a compromessi («I will never change / I won’t sell my soul»), vabbè, poi c’è la strofa grime, un breakbeat dubstep e alla fine dei vocals r’n’b. Insomma un bel po’ di roba, ma sorprendentemente alla fine funziona quasi tutto. Niente di memorabile, sia chiaro, ma almeno non è il disastro che poteva temersi.

A chiudere ci pensa See the Light e lo fa in maniera pessima. È scialbo dubstep da classifica, come se ne sente a dozzine ogni mese, scontato e senza guizzi, appannato e incolore come il rap del trio, quasi una brutta imitazione di un Professor Green qualunque. Insieme ad Anywhere è l’unica vera brutta canzone dell’album, che, tutto sommato, appare abbastanza solido.

Luca Amicone

Redazione Musicale

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