Oppure copia e incolla questo link dove vuoi!

Francesco Martinelli racconta King Zulu di Basquiat

 Nell’ultimo incontro del ciclo “Domeniche in Jazz a Palazzo Blu“, Francesco Martinelli ha analizzato l’opera King Zulu di Jean-Michel Basquiat.

Si è concluso ieri, 31 Marzo, Domeniche in Jazz a Palazzo Blu, un ciclo di lezioni concerto curate e condotte da Francesco Martinelli – vera istituzione internazionale nell’ambito della storia del jazz – e realizzate grazie alla collaborazione tra la Fondazione Palazzo Blu e Pisa Jazz. La rassegna, promossa dall’associazione ExWide con il contributo della Fondazione Pisa e del Comune di Pisa, ha proposto partire dallo scorso Novembre, quattro lezioni-concerto con l’obiettivo di far conoscere al grande pubblico i protagonisti indiscussi di questo genere musicale, spaziando dagli “standard” del jazz con “Le canzoni che hanno fatto la storia del jazz: gli standard” – appuntamento dedicato cioè a quel repertorio condiviso di canzoni che formano il bagaglio musicale di ogni jazzista – a un incontro incentrato sulla figura del musicista zingaro Django Reinhardt – genio musicale che ha contribuito con la sua produzione alla fondazione del jazz europeo -fino alla lezione dedicata alla scoperta di “King Zulu” il capolavoro del grande pittore americano Jean-Michel Basquiat.

Francesco Martinelli ha raccontato il dipinto di Jean-Michel Basquiat del 1986, analizzando le fonti iconografiche, la loro relazione con la musica e il modo in cui Basquiat le ha modificate e riutilizzate per raccontare la sua storia disseminando il dipinto di indizi nascosti. Le immagini, i video e gli ascolti proposti hanno permesso una comprensione del dipinto come commento sulle radici e sullo sviluppo del jazz, nell’ambito della complessa trama della cultura africano-americana e della creatività nelle Americhe.

Basquiat

Jean-Michel Basquiat, Trumpet, 1984

I dipinti di Basquiat si ispiravano spesso ai musicisti jazz e alle loro vite, con i quali Basquiat condivideva lo stesso temperamento, il genio e la sregolatezza, attitudini e passioni, la voglia di diventare mito e leggenda, lo spirito dionisiaco che li fece precipitare nell’eccesso di alcool e droga, senza prima lasciare nelle loro opere d’arte quella sfrenata libertà e forza creativa che coinvolgeva chiunque li incontrasse nel loro cammino. Molti amici di Basquiat ricordano che nel suo studio non mancava mai la musica jazz, soprattutto quella di Charlie Parker, il suo musicista preferito in assoluto – soprannominato “yard bird” per la libertà con cui volava nelle sue melodie – a cui ha dedicato molte sue opere tra cui le simboliche Bird on Money, Charles The First e Untitled (Estrella), le più esplicite Untitled (Charlie Parker) e CPRKR con rimandi alla sua discografia come in Discography I e Now’s the Time.
Più criptici i riferimenti dell’opera King Zulu, che Martinelli ci ha aiutato a sviscerare; dipinto che è un sorta di personale Pantheon di Basquiat, in cui la complessa personalità di Louis Armstrong si riflette sulla tela in tutta la sua labirintica composizione da decifrare.

 Basquiat

Jean-Michel Basquiat, King Zulu, 1986

King Zulu è un’imponente quadro intriso di precisi richiami alla storia e all’iconogrfia afroamericana e interpretabile in diversi modi: come una celebrazione della creatività africana nelle Americhe nel corso delle epoche, come allusione alla “complessità” razziale del jazz delle origini, come commento alla musica “nera” degli anni Ottanta, come riferimento alle origini culturali familiari di Basquiat stesso, e come una sorta di pantheon di musicisti jazz, omaggio alla musica e alle tradizioni di New Orleans e a Louis Armstrong in particolre. Sulla tela vediamo un ensemble jazz galleggiare in un mare di blu non finito. Una tela ruvida, dalle linee selvagge, istintive, quasi infantili, ma allo stesso tempo sublime e coraggiosa, manifesto della comunità afroamericana all’epoca ancora perseguitata dalle ingiustizie sociali e dal razzismo. Il titolo del dipinto, inciso a grandi lettere rosse sotto la maschera nera sogghignante, si riferisce alla partecipazione di Louis Armstrong alla celebre parata del Mardi Gras di New Orleans nel 1949, quando fu incoronato “King Of The Zulus”. Il titolo di “Re degli Zulu” era nato nello Zulu Social Aid and Pleasure Club, un circolo fondato dalla popolazione nera di New Orleans con lo scopo esplicito di costruire solidarietà umana. Tutta la povera gente della città del delta faceva parte dell’Associazione umanitaria e l’investitura annuale del King era riservata a personalità che si erano particolarmente distinte nella realizzazione degli scopi societari e consisteva nella posa sul capo di una corona d’argento, simbolo di generosità e senso dell’umanità verso il prossimo. La sera dell’incoronazione Armstrong dichiarava “Capisci, avevo sempre voluto essere re. Ho sempre vissuto per questo giorno. Io sono sempre stato uno zulu, ma re, amico, è un’altra cosa”. Il 21 febbraio 1949 il prestigioso settimanale statunitense Time dedica la sua copertina a Louis Armstrong ritraendolo con la corona, simbolo che Basquiat riprenderà sempre nei suoi dipinti. Mentre Armstrong considerava il titolo un grande onore, Basquiat abbraccia la complessa ambivalenza di questa immagine posizionandola al centro della tela con forte senso critico: riprende dal volantino sia la scritta tipografica che la foto, e aggiunge al volto le pupille, donando così allo sguardo un tono ammiccante. Con questa “King Zulu” in blackface, Basquiat chiama in causa provocatoriamente la relazione tra razzismo e tradizione, tema comune del suo lavoro. A malapena leggibile sotto la vernice c’è la frase “‘DO NOT STAND/ IN FRONT OF/ THE ORCHESTRA” che appare in una fotografia dell’orchestra di Armstrong.

 Basquiat

Spesso nelle opere di Basquiat sono presenti numeri che rimandano a cataloghi o a vinili e parole che si riferiscono ad etichette discografiche a lui care come la Victor e la Bluebird 78 RPM, dunque scritte e cifre scelte non a caso, ma col fine di rimandare a molteplici significati. In “King Zulu” appare la “G” gotica che si riferisce alla Gennett Records, leggendaria etichetta discografica che ha giocato un ruolo importante nella documentazione del primo jazz e del blues rurale, e fu proprio alla Gennett che Armstrong nel 1923 con la Creole Jazz Band incise i suoi primi dischi. Basquiat riporta anche il numero 5543-A, che identifica inequivocabilmente l’incisione di Sensation, nel 1924, ad opera dei Wolverines, gruppo rinomato anche grazie alla tromba solista della band, Bix Beiderbecke, il più celebre di quel gruppo di musicisti bianchi che già prima della metà degli anni Venti dimostrò la possibilità di abbracciare l’estetica jazzistica, nata nella comunità afroamericana, da un background culturale euroamericano.

 Basquiat

Per i musicisti Basquiat si rifà al sassofonista Lester Young (raffigurato anche nel dipinto In the Wings, 1986), il trombettista sulla destra fonde la figura di Bunk Johnson (1879-49), famoso per la morbidezza e pulizia del suo suono e molto ammirato da Armstrong, con quella di Howard McGhee (1918-1987), meno noto ma modello indiscusso di velocità per Miles Davis, riprendendo il particolare dei suoi occhiali neri per nascondere la perdita di un occhio; Basquiat fonde dunque un jazzista Bebop con uno di New Orleans. La terza figura è quella di Henry “Kid” Rena, suo amico e compagno di riformatorio a New Orleans. Tra tutti gli afromericani spicca poi l’immgine di un bianco: è il già citato Bix Beiderbecke, altro leggendario musicista che bruciò la propria vita in soli 28 anni a causa dello smodato uso dell’alcool, in cui Basquiat si riflette come unico nero nel mondo dell’arte moderna dominato da bianchi.

Basquiat

Jean-Michel Basquiat, Untitled, Stardust, 1983

Le opere di Basquiat probabilmente, più che essere guardate hanno bisogno prima di essere sentite, lasciandosi avvolgere dal suo candore, da suo cinismo, dalla ribellione e dall’oscuro male i vivere; un disordine poetico e terribilmente dinamico in cui parole e immagini sono scandite dalla stessa urgenza dei beat o del flusso del jazz. La mano di Basquiat ha un ritmo molto vicino a quello della musica, e a smuovere e infiammare le sue opere c’è un forte senso di libertà, la critica al razzismo, al colonialismo e alla cultura dominante.

Jean-Michel Basquiat è stato un artista radicale, capace di muoversi con pari intensità tra arti figurative, musica, poesia e performance, e ha saputo rappresentare un momento storico e culturale di transizione, in cui la cultura americana scopriva la strada, attraverso hip hop, graffiti art e movimenti sociali radicali.

Il suo tratto inimitabile”, ha commentato il curatore d’arte Buchhart, “è pronto alla lotta; affilatissimo, è ferito e sa ferire e diventa linea esistenziale tra impotenza e auto-potenziamento, tra l’esistenza umana e le urgenti pressioni quotidiane, il razzismo istituzionalizzato, la repressione, la violenza e la morte” .

Grazie a Pisa Jazz e Francesco Martinelli per questa interressante e coinvolgente iniziativa.

***Francesco Martinelli è impegnato fino dagli anni Settanta nella diffusione della cultura jazzistica in Italia come organizzatore di concerti, giornalista, saggista e traduttore, insegnante e conferenziere. Ha collaborato negli anni Settanta alla organizzazione delle memorabili Rassegne Internazionali del Jazz di Pisa, e in seguito ha promosso nella sua città concerti e rassegne tra cui La Nuova Onda, l’Instabile’s Festival, An Insolent Noise. Ha tradotto una dozzina di libri dall’inglese all’italiano, collaborando con Arcana, Il Saggiatore, EDT e con la pisana ETS per la collana Sonografie la cui più recente uscita è un volume su Steve Lacy. Insegna Storia della Popular Music al Conservatorio Bomporti di Trento e Storia del Jazz presso l’Istituto Musicale Mascagni di Livorno e la Siena Jazz University; a Siena Jazz dirige anche il Centro Studi sul Jazz “Arrigo Polillo”, la più ampia raccolta di libri, riviste e registrazioni di jazz in Italia, e dirige la collana di testi jazzistici in traduzione creata in collaborazione da EDT e Siena Jazz. In Settembre a conclusione di un vasto progetto internazionale promosso dall’European Jazz Network è stato pubblicato dalla inglese Equinox il volume “The History of European Jazz – The music, musicians and audience in context”, curato da Martinelli.

Marta Cardilli per RadioEco


 

post di questa categoria

Vinicio Capossela

Vinicio Capossela, Omn...

Vinicio Capossela, Omni & more| Demography #385

DSCN8395

WØM FEST Preview: Le ...

WØM FEST Preview: Le Capre a Sonagli+Vostok

Beyoncé

Beyoncé, SZA, Madonna...

Beyoncé, SZA, Madonna e molto altro | Demography #384

WØM

WØM FEST 2019 Preview...

WØM FEST 2019 Preview • Le Capre a Sonagli

ultimi post caricati

Hitchcock

Pisa da brividi: Hitch...

Pisa da brividi: Hitchcock e Universal al Museo dellla Grafica

khalab khalab

Khalab al Pisa Jazz, R...

Khalab al Pisa Jazz, Record Store Day, Caracol e altro | Atp #171

Scherma

Scherma, coppa del mon...

Scherma, coppa del mondo. Italia conferma il podio, oro argento e bronzo

carnì-800x1000

“Cose storteR...

“Cose storte” di Andrea Carnì alla Libreria Pellegrini

Commenti