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The God Machine – Night Of The Living Bands#7

Una delle cose che hanno caratterizzato il 2015 è stato il ritorno degli anni ’90 in vari ambiti, dai fumetti al cinema, sino naturalmente alla musica. Facciamo un tuffo nel passato e riscopriamo uno dei gruppi rock più sottovalutati di quel decennio: i The God Machine.

Pochi giorni fa i Foo Fighters hanno beatamente trollato tutti quelli che credevano che il gruppo americano avesse deciso di sciogliersi, pensando inoltre che Dave Grohl stesse avviando una fantomatica carriera solista (e a pensarci bene quest’ultimo pensiero in particolare non sarebbe tanto inverosimile conoscendo il soggetto), con un video che mostra i componenti scherzare su tutte quelle testate che erano andante in subbuglio dopo il misterioso annuncio di “un’importante news” di cui non si sapeva bene il contenuto. La cosa in sé può risultare simpatica e dimostra soprattutto quanto tutto ciò concerne una grossa band del loro calibro possa dare adito a storie totalmente infondate ma che i social network contribuiscono a diffondere e soprattutto a rinforzare. Diciamo la verità: chi scrive non ama particolarmente la band, anzi la ritiene musicalmente inutile e sopravvalutata, tristemente costretta a ricorrere a questi “trucchetti” mediatici per far parlare continuamente di sé e sopperire alla loro mediocrità musicale. Dave Grohl è ormai il prezzemolo di ogni minestra, lo si ritrova ovunque e in ogni occasione, visto da quei teenagers odierni che seguono il rock coi chitarroni e il ritornello ipermelodico al pari di John Lennon per le loro mamme.
The God MachinePerché tutto ciò? Bè, primo perché è uno sfogo personale, e chiedo scusa se ha annoiato. Secondo perché fa abbastanza (assai) incazzare che oggi un personaggio degli anni ’90 come Grohl abbia così tanta fortuna a differenza di tanti altri gruppi nati nello stesso decennio dell’ex batterista dei Nirvana e che musicalmente gli sono diverse spanne superiori. Un nome? I The God Machine. Ci staremmo chiedendo chi sono, e non bisogna stupirsi più di tanto: nati in piena era grunge all’inizio degli anni ’90 a San Diego, la loro carriera è stata tanto breve quanto creativamente interessante grazie a due soli album oggi diventati delle piccole gemme di culto dagli amanti di quegli anni e non solo. Anche se la provenienza dei componenti è americana, i The God Machine hanno battesimo a Londra, dove il trio assorbirà come una spugna il mood elegante e malinconico della città inglese riversandolo nella sua musica.
L’elemento davvero interessante, infatti, dei The God Machine è la sua spiccata atmosfera generalmente dark ereditata direttamente dai The Cure, Echo & The Bunnymen, Siouxsie And The Banshees e da tutto il filone no wave e post-punk anni ’80 che va a dare forma a canzoni dall’andamento ritualistico, ossessivo e decadente. Le chitarre e la batteria si avvicinano alle derive del metal più alternativo e meno quadrato, lasciandosi influenzare ed influenzando a loro volta gente come Tool e Deftones. Nel 1992, Jimmy Fernandez, Ron Austin e Robin Proper Sheppard danno alla luce “Scene From The Second Storey” condensando in tredici canzoni le influenze sopraccitate e anche di più. Per avere un saggio della bellezza del disco si può saltare tranquillamente a “Seven“, brano che in un quarto d’ora è cullato da momenti più sognanti e post-rock a squarci ossessivi quasi industrial. Le liriche intimiste, a tratti criptiche, invogliano l’ascoltatore a prestare maggiore attenzione al messaggio metaforico dei The God Machine, attraversato da luci ed ombre e dai toni religiosi. L’espressione “capolavoro sottovalutato” è ampiamente abusata ma non in questo caso: ascoltare per credere.

Inserire i The God Machine nel filone grunge dell’epoca sarebbe abbastanza azzardato e non renderebbe pienamente giustizia ad un gruppo che dimostrava sin dall’esordio un’ottima capacità di scrittura ed una sua ben precisa personalità grazie alla sintesi operata per mezzo di diversi generi, tutti provenienti dall’underground americano (per “Scene From The Second Storey” c’è chi ha tirato fuori anche lo stoner). A dimostrazione di quanto la band non abbia avuto niente da invidiare a nomi ben più blasonati arriva a soli due anni di distanza il secondo lavoro dal programmatico titolo “One Last Laugh In A Place Of Dying…”: i The God Machine qui scoprono la loro vera anima. Se l’esordio era attraversato da moti di rabbia e da un’irrefrenabile voglia di ricercare un modo qualsiasi per placare il proprio dolore interiore, in queste nuove canzoni a tutto ciò viene affiancato un più maturo intimismo ed un tono più riflessivo. La pesantezza viene smorzata, o meglio indirizzata, e l’incontro/scontro fra desolazione ed introversione crea un equilibrio raro per i dischi dell’epoca. Forse il loro vero capolavoro, “One Last Laugh In A Place Of Dying…” è un involontario viaggio fra la resurrezione e la morte, profetico sin dal titolo: il bassista Jimmy Fernandez morirà subito dopo le registrazioni del disco per emorragia cerebrale senza neanche riuscire a vedere pubblicato il lavoro.

Il gruppo si scioglierà nel ’94, lasciando l’amaro in bocca per una carriera troncata troppo presto e che sembrava artisticamente promettente; Shepard fonderà i Sophia, sorta di versione lo-fi e acustica dei The God Machine e l’etichetta The Flower Shop Recordings, mentre Austin abbandonerà completamente la musica dedicandosi al cinema. I dischi dei The God Machine sono stati difficilmente recuperabili per molti anni se non a costi esorbitanti sino al 2010, quando è stata messa sul mercato una nuova ristampa. Kurt Cobain si era tolto la vita nello stesso anno dell’addio alle scene dei The God Machine e l’epoca del grunge era al tramonto: solo un anno dopo si formeranno i Foo Fighters, ma questa, purtroppo, è un’altra storia.

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