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Leggendo Guido Oldani poeta del “realismo terminale”

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Leggendo Il Realismo Terminale, breve saggio-pamphlet di Guido Oldani , attualmente una delle voci poetiche italiane di maggiore spessore in Europa, sulla realtà di questo difficile inizio di millennio, più volte sono stato tentato di cambiare lettura, irritato da affermazioni che collidono con il mio modo di vedere la vita, la posizione dell’uomo nel mondo attuale e il ruolo del poeta in particolare.

Quello di Oldani sembra essere un pessimismo radicale che nega in toto l’essenza umana a favore di un consumismo che non è più piacere di possedere ma ineluttabile segno dell’essere posseduti. In questa realtà irreversibilmente rovesciata, che l’autore disegna con arguta ironia e nella quale “l’oggetto determina, agendo come un boomerang, le nostre regole esistenziali”(pag.38), sembra non esserci posto per la speranza, benché minima, di un cambiamento. Mi infastidisce, per esempio, l’idea del “bozzolo”di oggetti che ormai circonda l’uomo: ai“bachi da seta”(pag.34) non si dà possibilità di diventare mai farfalle, la seta andrebbe persa. Pur ammettendo che l’uomo possa scegliere di diventare farfalla, il suo volo sarebbe breve e lo condurrebbe ad una rapida morte, non prima comunque che egli abbia dato vita a futuri bachi a loro volta condizionati in una scelta che non porta lontano, che non sembra felice in nessun caso e più che una scelta sembra una sorta di ineludibile fatalità.

È pur vero che la nuova tecnologia è invasiva e la pubblicità continua a proporci prodotti di ogni genere che in poco tempo vengono sostituiti da altri più efficaci, più belli, più alla moda, più…. Ma in questo avvicendarsi di oggetti in cui i vecchi permangono insieme ai nuovi e siamo sommersi di “cose”, io non riesco a vedere una sorta di apocalisse, di morte annunciata dell’essere umano. Ma davvero siamo già tutti morti? E se sì, che senso può avere parlare, per di più in versi, a uno stuolo di non viventi? Quale il ruolo del poeta? Penso che ogni epoca, se osservata con occhio il più possibile oggettivo, ci offra fenomeni simili a quello attuale, che quindi appare come un cambiamento legato ai tempi.

Oggi l’uomo non brandisce una clava ma un telefonino, non usa penne d’oca e bolli e ceralacca ma un”topo” su un semplice “invia”, non ha carrozze e cavalli ma fa Milano-Bologna in un’ora, i moderni Colombo non vanno sul mare ma nello spazio e i nuovi regnanti guardano al profitto e al prestigio anche se non siedono su un trono e sono imprecisati soggetti nascosti dietro termini come banche o multinazionali, ma la sostanza non cambia perché cambiano i tempi ma, dal tempo delle caverne al tempo dei grattacieli, l’uomo ha conservato la propria natura fallace. Se guardiamo all’umanità come a un insieme di singoli, ognuno con peculiarità proprie, e non come a un uniforme corpo unico, possiamo scoprire insospettate realtà variegate e dissimili da una massa ad un passo dal fagocitante mostro oggettuale. Forse non sono molte ma esistono persone che per scelta non possiedono un televisore, una lavastoviglie o un frullatore, che non regalano ai propri figli una Barbie o un videogioco alla settimana, che non si conformano cioè a certe tendenze del momento e conservano autonomia di pensiero e senso critico, gente comune che guarda con concretezza alla vita come a un dono del quale fruire con un equo dosaggio di rispetto, amore e ironia condito con un pizzico di leggerezza.

In quanto al poeta, superate certe convinzioni di dannunziana memoria, quando non si fregi impropriamente di tale appellativo, è sicuramente una persona fuori dal coro, una diversa sensibilità capace di cogliere sfumature ignote ai più, distratti da un quotidiano pressante. In quanto poeta esprimerà il suo sentire e non si darà un ruolo, le sue parole saranno solo un invito alla riflessione sul nostro essere umani, insieme di pregi, difetti, sentimenti. Il poeta è e sempre sarà “un uomo che parla agli uomini”(W. Wordsworth) con sincerità e con la capacità di emozionare, di risvegliare la parte migliore di ognuno di noi.

Sebbene non mi senta di condividere appieno il pessimismo di Guido Oldani, di lui invece apprezzo molto la poesia epigrammatica, ironica, a volte dissacratoria da cui emerge una morale senza moralismi e il coraggio delle proprie idee che da solo smentisce quel “terminale” che il poeta aggiunge a “realismo”. Oldani descrive una realtà che appare senza speranza, ma la speranza che la vita non sia, già al suo manifestarsi, una morte annunciata si affaccia proprio dal suo far poesia, speranza d’essere ascoltato, speranza che le sue “similitudini rovesciate” possano in un tempo imprecisato riprendere il verso giusto e che l’uomo di oggi, guasto di modernità, riacquisti un se stesso più libero e meno marionetta. Il poeta non parla mai solo a se stesso e poichè la poesia non è morta, Oldani ne è esempio, sarà proprio il poeta a scrivere parole di rinascita sulla porta di un mondo che non sarà più quello in cui ”c’è un po’ di tutto, tranne che l’amore” (L’incudine) e gli “amanti”, oggi “indumenti “ che “si avvinghiano bagnati in un groviglio”(La lavatrice), torneranno ad essere uomini in carne ed ossa.

La lavatrice

la centrifuga gira come un mondo
e i suoi abitanti sono gli indumenti
riposti dalla coppia dei congiunti.
si avvinghiano bagnati in un groviglio
i rispettivi panni in capriola,
sono rimasti questi i soli amanti,
quegli altri se si afferrano è alla gola.

(Il cielo di Lardo, Mursia 2008)

L’incudine

somiglia ad un’incudine il quartiere,
su cui siamo battuti e modellati
virilmente dai colpi degli oggetti.
è una forgia la vita cittadina
e siamo insaponati dal rumore
e la neve nasconde il malaffare,
poi la nebbia è l’unico pudore,
c’è un po’ di tutto, meno che l’amore.

(Inedito)

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