Oppure copia e incolla questo link dove vuoi!

Heart First – Ricordo di Pete Ham quarant’anni dopo la sua scomparsa

Pete_Ham_Blue_PlaqueI remember finding out about you, / everyday my mind is all around you“. Questi, i versi con cui inizia “Day after day” (studio, live), sono il primo pensiero che mi viene in mente quando ricordo Pete Ham.

Quarant’anni anni fa, il 24 Aprile 1975, il cantautore e chitarrista membro della rock band britannica dei Badfinger prendeva una tragica decisione. “I will not be allowed to love and trust everybody. This is better“; così si conclude il biglietto con il quale egli prese congedo dalla sua famiglia.

Molti sono gli artisti che fecero capolino nel mondo della musica nella seconda metà degli anni ’60 e dei quali ancora oggi conserviamo nella memoria, non senza una certa venerazione, i nomi: Marc Bolan, Syd Barrett, Jim Morrison… La lista di geni meteorici è lunga. E sicuramente contiene Pete Ham tra le sue maggiori glorie.

Ma chi era questo “Meistr Melodïau“, come recita la targa affissa presso la stazione di Swansea, dove era nato il 27 Aprile 1947, e che oggi avrebbe compiuto 68 anni? Partiamo da una foto.

346970703a26c05debd1b4382476f92d

Fermo dal documentario tratto dal “Concerto per il Bangladesh” diretto da Saul Swimmer. Da sinistra: Pete Ham, George Harrison

Eccolo che, con la sua chitarra, suona “Here Comes The Sun” al fianco di George Harrison in un duetto acustico. Anzi: nel solo duetto acustico che l’ex-Beatle tenne la sera di quel primo Agosto 1971 al Madison Square Garden di New York. Era il celeberrimo Concerto per il Bangladesh. E accanto a George, durante l’esecuzione di uno dei suoi brani più amati, c’era lui: Pete.

Maybe_Tomorrow

Copertina di “Maybe Tomorrow” (1969), primo lp pubblicato dagli Iveys. Da sinistra: Ron Griffiths, Mike Gibbins, Pete Ham, Tom Evans. ©Apple Corps Ltd.

Era il 1971. Il gruppo che Pete aveva fondato agli inizi degli anni ’60 aveva cambiato più volte nome e formazione. Nel 1963 i “The Iveys” accolsero in qualità di bassista Ron Griffiths. Nella mail che mi ha inviato Ron ricorda: “Mi ritengo molto fortunato ad aver condiviso diversi anni della mia vita con Pete, sia come amico che come collega. Avevamo una grande stima reciproca: lui si innamorò del modo in cui suonavo il basso e della mia voce, al punto da perseguitarmi finché non lasciai il complesso di cui facevo parte ed entrai negli Iveys. Durante la prima seduta di registrazione fui io a rendermi conto del suo incredibile talento alla chitarra. Pete e io andavamo pazzi per il jazz e il blues; da lì cominciò tutto: prima il successo a livello locale e… il resto è storia“.

E la storia sarebbe lunga e triste da raccontare, come tutte quelle che si concludono con la perdita della speranza e l’acquisizione dell’opinione che scegliere la morte piuttosto che la vita sia la cosa migliore da fare. Per questo non ve la racconterò – Dan Matovina lo ha già fatto, e io non potrei aggiungere nulla al suo documentatissimo libro, “Without You: The Tragic Story of Badfinger“.

Vi riporterò invece i pensieri che hanno voluto condividere con me due persone che hanno conosciuto Pete Ham, una delle quali ho già citata prima, Ron Griffiths; Ron nel 1969 fu allontanato dagli Iveys, ora “Badfinger”, e rimpiazzato da Joey Molland, che si aggiunse al trio formato da Pete Ham, Tom Evans (chitarra, basso) e Mike Gibbins (batteria). “Fui molto ferito dall’espulsione, – scrive Ron – specialmente perché le abilità compositive di Pete stavano maturando e di lì a poco avrebbero prodotto un materiale al quale mi avrebbe fatto piacere contribuire come bassista. Quello che avrebbe potuto essere resterà per sempre nei miei pensieri“.

1971. Foto di Ron Howard

Formazione classica dei Badfinger. Da sinistra: Joey Molland, Tom Evans, Mike Gibbins e Pete Ham. Foto di Ron Howard (1971)

Marianne Evans, moglie di Tom, mi ha raccontato a proposito di questo periodo: “Pete era una persona dolce, gentile e simpatica. Lo conoscevo molto bene, perché dal 1966 tutti i membri della band convissero in un’abitazione nel quartiene di Golders Green a Londra; poi affittammo per un anno il Clearwell Castle, nella contea di Gloucester. L’anno dopo io e mio marito ci stabilimmo a Whaley Bridge, e Pete si trasferì a un paio di strade di distanza, così da poter venire da noi quasi ogni giorno a scrivere canzoni insieme a Tommy“.

Così, nel 1969, nacque “Without You” (studio, live), la ballata frutto delle nozze tra una strofa malinconica di Pete e un ritornello arrabbiato come sapeva farli Tommy Evans; un brano che è stato cantato da centinaia di artisti, in primis Harry Nilsson, che lo portò in vetta alle classifiche di diverse nazioni. Un brano che dimostra come la coppia Ham-Evans non avesse nulla da invidiare alla coppia Lennon-McCartney. Nulla, se non il tempo per realizzare altre canzoni insieme.

Ci sarebbero tanti altri brani di Pete che vorrei ricordare, ma lo spazio di un articolo mi forza a operare una selezione e parlare di uno solo. Ho scelto Dennis“, con cui termina il lato A dell’ultimo lp pubblicato dai Badfinger prima della scomparsa di Pete, “Wish You Were Here. Era il Novembre del 1974.

Apple Corps No dice (1970)

Foto promozionale dell’album “No Dice” (1970). ©Apple Corps Ltd.

Brano composto da Pete per il figlioletto della sua compagna, “Dennis” è incredibilmente maturo sotto ogni punto di ascolto. Musicalmente, si tratta di tre melodie che si susseguono: parte con due strofe lente in cui, accompagnata da una chitarra che incide le sue poche note nell’orecchio, s’impone la voce di Pete, con quel timbro scuro e profondo che la identificava univocamente. La sua voce canta delle sfide che si presenteranno al piccolo Dennis nel corso della sua vita; ma egli non si preoccupi: “they look like weeds, but they’re really flowers, / and they’ll soon be gone“.

La terza e la quarta strofa hanno invece un ritmo più serrato, e la voce di Pete si schiarisce di gioia nel confessare che “there’s just no way to say how much we love you, / you little Dennis, you’re full of new surprise“. Una marachella del bambino (“you’re taking out your mother’s purse“) diventa il pretesto per una lezione che, in un mondo sempre più dominato dal denaro anziché dal talento come quello dell’ “industria” musicale, Pete sembra rivolgere più ai “grandi” che al piccino: “The only thing that can’t be sold is love“.

La canzone si spegne come una bella favola che un papà racconta al proprio bambino per farlo addormentare: con una ninna-nanna. Dolcissima.

Buon ascolto a tutti.

Ringrazio Ron Griffiths e Marianne Evans

Gabriele Flamigni per Radioeco

post di questa categoria

consigli derby roma torino higuain castro inter

65,5 – Un Fantac...

65,5 – Un Fantacalcio più nero del Black Friday

colo

Intervista a Colombre ...

Intervista a Colombre § Bella Davvero°Reverse Sound Café

senza filo music contest | bebawinigi + 4a eliminatoria

senza filo music conte...

senza filo music contest | bebawinigi + 4a eliminatoria

atp

Eventi della settimana...

Eventi della settimana: SenzaFiloMusicContest, Pisa Vintage e molto altro | atp #106

ultimi post caricati

Il caso Berlusconi

Una settimana in un cl...

Una settimana in un clic! – Berlusconi

cof

Parola di Donna –...

Parola di Donna – Voci femminili a confronto

Il caffè

Caffè: quattro regole...

Caffè: quattro regole fondamentali secondo la scienza – Enjoy The Science – Rubrica scientifica di Radioeco

o-POSTINO-facebook

Il Postino, 8 minuti d...

Il Postino, 8 minuti di backstage in anteprima mondiale

Commenti