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Iggy Pop, Voivod – BringTheEco#10

Con marzo ci inoltriamo lentamente nel pieno dell’anno: a questo giro i Voivod e una vera e propria icona, Iggy Pop e il suo ultimo disco composto insieme a Josh Homme.

 

Iggy Pop
Iggy Pop – Post Pop Depression (Loma Vista Recordings, 2016)
Iniziamo con le cattive notizie, di modo da togliercele di mezzo subito: da quanto dichiarato da Iggy Pop stesso questo potrebbe essere il suo ultimo disco. A tale notizia la depressione post-Iggy Pop potrebbe attecchire in maniera subitanea, tanto più dopo aver ascoltato la sua ultima fatica: un piccolo gioiello di stile. Tanto grezzo quanto elegante, “Post pop depression” risente delle calde notti sporche di terra rossa del Rancho De La Luna dove è stato registrato e del fascino decadente di una Berlino anni ’70 decantata all’epoca dal Duca Bianco. Il fantasma di Bowie, inutile negarlo, aleggia su tutto il disco, e forse sarebbe stato strano il contrario visto il doppio filo che lega(va) l’artista inglese con Iggy Pop: l’uno sfuggevole e glam, l’altro invece incontenibile e punk, ma entrambi uniti dall’eroina. Iggy Pop si riconferma ancora oggi un outsider e come al suo solito, fieramente a petto nudo, fa le cose a modo suo tirando in ballo Josh Homme dei QOTSA: Iggy getta le scintille, Homme le alimenta per farle divenire fuoco producendo e suonando sulle nove tracce insieme a Dean Fertita e Matt Helders degli Artic Monkeys. Ne esce fuori un diamante che ripesca dal passato berlinese di “The Idiot” e “Lust For Life” e che lo filtra attraverso un suono più contemporaneo, minimale ma presente allo stesso tempo, dove la chitarra segue la voce da crooner punk di Iggy e il basso, sempre molto presente, colpisce alla pancia e fa anche muovere le gambe quando ce n’è bisogno. Nel diciassettesimo album dell’Iguana la tipica classe dei musicisti navigati si percepisce in ogni passaggio, le sbavature sono praticamente inesistenti e ogni cosa è al suo posto; per averne un assaggio basti prendere i tre pezzi migliori del disco, “German Days”, “Sunday” con la sua inaspettata coda orchestrale e “Paraguay”, ballata finale dove Iggy Pop annunciando di voler scappare via a vivere in isolamento mandando tutti affanculo. E detto da lui suona come una benedizione: non ci poteva essere miglior modo di uscire di scena.

Iggy Pop

Voivod – Post Society (Century Media, 2016)
Per ogni amante del metal e delle sonorità più dure in generale, tutto quello che fanno i Voivod andrebbe ascoltato obbligatoriamente, anche quando si tratta di un’uscita generalmente considerata di secondo piano come un ep. La classe di una band si nota anche da queste cose, da quanta cura e attenzione ci mette nello scrivere canzoni che finiranno in uscite di questo tipo senza sacrificare di un’oncia la qualità della musica. “Post Society” lo dimostra con cinque canzoni composte da due inediti, due brani precedentemente apparsi sugli split con gli At The Gates e i Napalm Death e la cover di “Silver Machine” degli Hawkwind, piccolo tributo al compianto Lemmy. L’ep è significativo anche perché vede l’esordio del nuovo bassista Rocky nella line-up e influente anche in sede di songwriting; è lui ad aprire le danze sulla title-track, uno dei due brani inediti che mette in scena tutte le caratteristiche del Voivod-sound che hanno reso grande il gruppo. D’impostazione punk, tirata quasi dall’inizio alla fine, dimostra ancora quanto la nuova formazione stia perfettamente in piedi anche dopo la morte del chitarrista Piggy, riuscendo a non far rimpiangere il vecchio quartetto. Tralasciando le due canzoni contenute sugli split, “Forever Mountain” e la bellissima “We Are Connected“, il secondo dei due pezzi inediti, “Fall“, si presenta molto più particolare sin dalla sua apertura affidata ad un arpeggio pulito e alla voce di Snake quasi in parlato, procedendo poi con contrappunti dal sapore progressive, i botta e risposta fra basso e chitarra e le schitarrate nevose che arricchiscono l’intero brano. Chiude in bellezza la rivisitazione di “Silver Machine“, diversa dall’originale nei suoni ma non nella struttura, se non per una breve parte centrale dove un assolo di basso omaggia Lemmy: è interessante notare come un brano così melodico e distante dal background di un gruppo metal si adatti perfettamente al sound dei Voivod, quasi ad indicare che le loro radici vanno rintracciate anche qui (non dimentichiamo che la band coverizzò “Astronomy Domine” dei Pink Floyd su “Nothingface”). “Post Society” riesce nell’intento di tenere alta l’attenzione dei fan in vista del full-lenght in arrivo a fine anno: se questo è l’antipasto, prepariamoci per la portata principale.

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