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Il Figlio di Saul è un capolavoro. Game, set, Match Laszlo Nemes!

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L’opera prima di Laszlo Nemes ha stregato Cannes ed Academy. Il Figlio di Saul è un salto verso nuovi orizzonti della narrazione dell’Olocausto.

Alla fine sono riuscito a vedere Il Figlio di Saul. Dopo averlo inseguito per circa un mese e mezzo sono riuscito a trovarlo in un cinema di Viareggio grazie al dono della riproposizione in sala post-vittoria agli Oscar come Miglior Film Straniero. Il tema dell’Olocausto è uno dei più ricorrenti nel cinema moderno (mi viene in mente Il Pianista o Senza Destino ad esempio) e il timore di vedere cose in qualche modo già viste, per quanto pesanti e cruenti, si faceva sentire. Ma dopo aver visto Il Figlio di Saul posso dire con assoluta certezza di non aver mai visto la Shoah narrata in questa maniera. Un piccolo capolavoro assoluto.

Con la sua opera prima Laszlo Nemes è andato alla ricerca di ciò che non è mai stato rappresentato, e che forse è semplicemente irrappresentabile. L’orrore puro e più cupo. L’opera di debutto del regista ungherese è come un nuovo “primo sguardo” cinematografico sulla vicenda drammatica della Shoah. Il Figlio di Saul ha l’ambizione di avvicinarsi il più possibile a quel confine che separa la realtà dalla narrazione.

Il 3:4 come luogo di composizione della vicenda, il costante primo piano sull’attore principale Saul (Geza Rohrig) con lo sfondo solo accennato da una sfocatura che smarrisce e lascia allo spettatore  il compito di percepire senza capire distintamente cosa accade realmente. Tutto ne Il Figlio di Saul è soggetto all’oppressione più cruenta, che sfocia in due sequenze di rara potenza drammatica. Un autentico pugno alla stomaco capace di lasciare nella sala, alla fine della proiezione, solo la pesante eredità del silenzio. Quel silenzio che ha il sapore dello shock e della cosciente presa d’atto degli eventi.

Isolati dal resto del campo di concentramento, i Sonderkommando protagonisti della storia sono una compagnia assoldata per rimuovere i corpi dalle camere a gas per poi cremarli. Il gruppo di Saul, consapevole che presto si troverà a fare la stessa fine, si sta organizzando per la rivolta contro l’oppressore nazista come avvenuto in molte altre circostanze reali, si pensi alla celebre quanto drammatica rivolta del Ghetto di Varsavia. Intorno a questa visione infernale, Saul cercherà di ritrovare un senso di umanità attraverso una degna seportura funebre.

Se Il figlio di Saul ha rappresentato una sciocciante opera prima, per Laszlo Nemes arriva adesso il difficile. La missione è quella di dare un seguito ad una carriera registica iniziata in maniera folgorante con i trionfi agli Oscar, Golden Globes, Festival di Cannes e l’unanime inchino della critica mondiale. Per me il premio più importante non lo ha ricevuto, ma dato. E sarebbe proprio quel “silenzio assordante” a fine film, che è una delle caratteristiche dei capolavori del cinema.

Giacomo Corsetti

 

 

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