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Il genio di Oreste Nannetti rivive al Collinarea con Muro

581469_10153042867120313_137685545_nPer scrivere questo report ascolterò Wish you were here.

Non mi riferisco al tanto banalizzato brano pink-floydiano, ma al disco nella sua interezza.

Credo sia necessario che il commiato a Syd Barrett mi illumini la giusta strada verso il compimento di questa paginetta che aspira, con grande difficoltà, a racchiudere le emozioni che la compagnia Kanterstrasse è riuscita a suscitare, fino alla commozione, nel pubblico che ieri sera al Teatro di Lari ha assistito allo spettacolo Muro.

È una storia di “diamanti pazzi” quella che ci viene raccontata stasera, ma non ci troviamo davanti al classico artista tormentato dalla mancata, nitida espressione della sua inquietudine.

Appena si accende la luce sulla scena ci vengono spalancate le porte della psicosi clinica, porte di ferro pesante che si chiudono alle spalle degli internati e dall’altra parte l’affastellarsi di breakdown comunicativi, che si risolvono attraverso la ricerca dei supporti più disparati per tentare di contattare “la normalità”.

E può bastare una legge Basaglia a generare una svolta nell’approccio a questo mondo altro?

In men che non si dica ci troviamo al cospetto di un ardito Colonnello Astrale NOF4, desideroso di continuare la sua strenua battaglia alla conquista della Luna, ma costretto alla prigionia in una stazione orbitante nemica.

Apprendiamo la profondità della sua frustrazione, saltuariamente mitigata dai contatti che riesce a intrattenere con la stazione centrale, con il suo superiore, quella debole luce rossa sopra la sua testa al quale chiede un aiuto che stenta ad arrivare, nonostante la distruzione del mondo sia imminente e si debba imbracciare le armi prima possibile per riconquistare il potere su… su Roma!

Sì, Roma è la meta ultima della guarigione, il luogo natio dove riabbracciare una mamma troppo impegnata col suo lavoro di circense per andare a trovare Nannetti Oreste Fernando, emerito ingegnere minerario del sistema mentale. A Roma Oreste potrà ricevere le mille lire mai pervenute dalla cara Milena, alla quale rivolge una lettera al giorno senza intestare mai un indirizzo preciso, costantemente deriso dall’infermiere.

Quale enorme svolta è stata per Oreste la possibilità di ricevere carta e biro nera per riversare i suoi pensieri, senza più dover incidere faticosamente sulle mura della stazione spaziale che lo imprigiona… o del manicomio di Volterra, questo poco importa.

Ogni tanto una biro, ogni giorno a studiare nuove guerre stellari, finché Oreste non riceve un’inaspettata notizia: è libero. Il dottore gli comunica che può andare via, può dirigersi ovunque vorrà, non è guarito, ma gli è stata accordata la libertà.

Proprio vero che a volte è più semplice sbarcare sulla Luna che nella capitale.

994554_10153042868800313_2007742027_nPoca strada fino al treno per fuggire da quel luogo che lo ha accolto per tutta la vita, che ha ricoperto per 180 metri dei suoi pensieri aguzzi come punteruoli, che ha provato a dominare grazie al prezioso aiuto del Colonnello NOF4, sempre intento a trasmettere attraverso il collegamento galattico mentale le sue lettere a Milena e sempre disposto a ingurgitare le medicine al posto suo.

Galeotto fu il primo sorso di caffè della sua vita, Oreste torna indietro. Era stato chiarissimo il messaggio trasmetto telepaticamente al conducente della locomotiva che lo avrebbe condotto a Roma, eppure la sconfitta. Dure sono le parole del Colonnello NOF4, costretto a restare e bramare ancor di più l’arrivo delle sue truppe d’assalto, pronte a ricondurlo ai vecchi fasti.

Di fronte a tante ingiurie, Oreste sentenzia l’inesistenza del Colonnello una volta per tutte, per tornare a scusarsi con lui subito dopo, con l’amico di trent’anni di reclusione.

Un ultimo messaggio prima di tentare di nuovo la dipartita, Oreste annuncia a Milena la sua prossima venuta in città, la giornata alle giostre con la madre, l’incontro con il padre, le ennesime mille lire richieste.

Poi il saluto tra i due compagni, un dimesso vaffanculo.

Ai quattro formidabili interpreti di quest’avventura siderale e cerebrale va la mia più affettuosa incazzatura per i profondi singhiozzi che ho dovuto reprimere appena le luci si sono nuovamente accese.

Perché spesso è più facile sbarcare sulla Luna che viaggiare senza soste tra quattro mura e mettere in scena un racconto di vita libera, dissidente, ma negata.

Francesca Gabbriellini

>>> Qui tutte le foto scattate dal nostro Giuseppe F. Pagano.

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