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Il germe invasivo della violenza di genere

La violenza è una mancanza di vocabolario.

Gilles Vigneault

La consigliera M5S Rosanna Lau scrive l’11 Dicembre sul suo profilo Facebook: ‘’Una donna quarantenne malata di cazzite cronica intreccia una relazione con un tunisino di 26 anni … lui l’ammazza come un cane … non voglio vedere il suo nome nella listi delle ‘’martiri’’ …. Dire che se l’è cercata è il minimo … se fosse sopravvissuta l’avrei insultata … nel rispetto della morte provo pena per sua figlia’’. Il post è stato cancellato varie ore dopo, ma gli screenshoot hanno spopolato e continuano a far parlare sul web.

photo by nextquotidiano.it

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Il sindaco di Civitavecchia di cui la Lau era delegata ha prontamente espresso la sua sempre su Facebook, prendendo le distanze delle esternazioni della consigliera e annunciando le dimissioni della stessa.

photo by nextquotidiano.it

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Relegando in un cantuccio la Lau, che è davvero piccola e non merita il pregio di essere ulteriormente presa in considerazione (neppure il sindaco scherza… il concetto di ”razza” è a me sconosciuto, non sapevo esistesse …), la riflessione si staglia su un orizzonte più ampio.

Cito la definizione Wikipedia di femminicidio: ‘’Il termine femminicidio, nella sua accezione contemporanea, è un neologismo semantico che identifica tutti quei casi di omicidio doloso o preterintenzionale in cui una donna viene uccisa da un uomo per motivi basati sul genere. Esso costituisce dunque un sottoinsieme della totalità dei casi di omicidio aventi un individuo di sesso femminile come vittima. Un aspetto spesso comune a tale tipologia di crimini è la sua maturazione in ambito familiare o all’interno di relazioni sentimentali poco stabili.’’ , del Devoto-Oli: “Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte” e di Barbara Spinelli: ‘’È una categoria di analisi socio-criminologica delle discriminazioni e violenze nei confronti delle donne per la loro appartenenza al genere femminile’’ (per approfondire: “Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale”, Franco Angeli, 2009), dunque nei confronti delle donne ‘’in quanto donne’’.

photo by repubblica.it

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Come riportato su Repubblica.it 152 sono state nel 2014 le donne uccise in Italia, di cui 117 in ambito familiare e 35 per mano criminale; nel Sud Italia la percentuale è diminuita del 42,7% e nel Nord è aumentata dell’8,3%.

I dati sono di vitale importanza: una società assoggettata, avvelenata, lacerata dal cancro della violenza (inclusa quella di genere) è una società sporca, misera. Una società in cui la donna viene stigmatizzata e demonizzata come anello debole e fragile è una società come minimo biasimevole. Dove sussiste la violenza di genere rivolta in special modo alla donna non può aver luogo alcuna crescita culturale.

Di genere si muore: purtroppo sì.

Cercare campi fertili dove spargere il seme dell’umanità è possibile, e questi sono i campi dell’arte e della cultura, i soli mezzi attraverso cui sensibilizzare a quell’ humanitas un po’ persa e un po’ ridotta a spiccioli termini.
La violenza deve essere combattuta, contro donne, bambini e uomini; la violenza in ogni sua forma, che sia nell’offesa verbale, nel maltrattamento fisico, che sia anche nella implicita ma concreta violenza che spesso contempliamo passivi nelle pubblicità – queste anzi, traboccano porcherie raffiguranti stereotipi e degradanti scenette, ma pochi si rendono conto della matrice sotto-culturale che c’è dietro, grazie alla sapiente mano del marketing e uno slogan accattivante … è business, amici, e in nome di questo il fine giustifica i mezzi. Dura lex sed lex!

photo by ansa.it

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Si cincischia spesso di maschio violento a priori: non è accettabile neppure questo. Non è il maschio in sé a produrre violenza, è la cultura da cui proviene. L’educazione culturale impartita è la forza propulsiva da cui scaturisce il comportamento di un individuo nei confronti dell’altro, ciò vale tanto per gli uomini quanto per le donne. Una cultura basata sulla subordinazione della donna non può essere tollerata, tanto più in questa società ‘’d’avanguardia’’, che proclama tanto l’uguaglianza e il rispetto, ma a conti fatti è proprio ciò che manca. Dove non viene impartita un’educazione culturale avente per architrave superiore l’antiviolenza, ecco, lì il sistema si arrugginisce e produce frutti marci, esprimendomi in eufemismi.
Nei miei giorni di svago e bigghellonaggio spietato ho letto miriadi di commenti su svariati siti che possono fungere da valvole di riflessione. Uno di questi riportava – con tanto di fonte, non era sprovvedut* la/il tip* in questione – il link (qui) di una ricerca secondo cui le vittime di violenza domestica sono in egual percentuale donne e uomini. La violenza (tutta!) non conosce genere, ma ahimè solo discriminazione, razzismo, pregiudizio, xenofobia e arretramento culturale; tuttavia  la violenza psicologica è nettamente rivolta nettamente al femminile, proprio a causa di quella sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale già citata.

international-violence-against-women-act

‘’Avvalorare l’idea che le donne siano sempre e solo vittime favorisce altro negazionismo, di tipo femminista, che tocca situazioni in cui le donne vengono assolte a priori anche quando sono indifendibili, per lo strano stereotipato pregiudizio che stabilisce che una donna, perfino quando ammazza un figlio o un uomo, lo fa comunque sempre e solo per “colpa” dell’uomo. Io sono femminista, non credo nella divisione per “natura” dei ruoli delle donne e rivendico il diritto di essere aggressiva, umana, imperfetta, lontana dal modello di donna angelicata di secoli fa.’’, sostiene Eretica, blogger sul FattoQuotidiano.it e di Abbatto i muri, da sottoscrivere in quanto avvalora il diritto all’autodeterminazione dell’essere umano contro la pretesa da parte di terzi di sfruttarlo come oggetto, merce e archetipi stereotipati.

Autodeterminazione attraverso l’istruzione, l’informazione, la comunicazione e la cultura, questi i mezzi per indagare chi vogliamo essere (“L’istruzione e la formazione sono le armi più potenti che si possono utilizzare per cambiare il mondo” disse Nelson Mandela): vittime dell’ignoranza e del sospetto o partigiani di una rivoluzione culturale?

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