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“Il Ghetto” al Teatro Verdi di Pisa

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“Il quartiere ebraico della città di Varsavia non esiste più. La grande azione ha avuto termine alle ore 20.15 con l’esplosione della Sinagoga di Varsavia”. Così il rapporto del capo della polizia Stroop, sull’azione finale nel ghetto di Varsavia. Il rapporto reca la data del 16 maggio 1943. Dei quattrocentocinquantamila ebrei della capitale polacca, se ne salvarono, per cause del tutto fortuite, solo poche decine.

Con questa frase, adagiata sul sipario, ha inizia la storia di un’Opera diversa dalle altre: qui si parla di Shoah e il Teatro Verdi per un’ora e mezza si trasforma in una Varsavia distrutta e allo stremo dalla follia nazista che alberga in Polonia nel 1943. Si canta la storia di Justa (Marina Shevchenko) e di Isacco (Gianni Mongiardino), di Marek (Italo Proferisce) e Sara (Laura Brioli) e della loro vita nel Ghetto infernale di Varsavia, nei giorni della distruzione completa.

Dal libretto di Dino Borlone e dalle musiche di Giancarlo Colombini, è nata un’Opera che colpisce come un pugno lo spettatore, il quale osserva inerme a quanto l’uomo può arrivare a fare nella sua infinità pazzia. Un’Opera premiata già nel 1970 ma mai portata sulla scena fino a quando il Teatro Verdi di Pisa ne ha voluto fare fortemente il fiore all’occhiello della sua stagione lirica, ospitando nella sua splendida cornice la prima mondiale, sotto la regia di Ferenc Anger e del Maestro d’orchestra Giancarlo Mantinenghi.

-il-ghetto-varsavia--5-Nei personaggi si racchiude tutto un groviglio di emozioni che vogliono far nuovamente riflettere, urlando e disperandosi verso un mondo che loro sentono quanto mai lontano; un mondo che osserva questa manifestazione di follia senza batter ciglio, ed anche Dio, nella sua onnipresenza, viene individuato tra i responsabili di tali orrori per l’indifferente e silenziosa presenza che mantiene, costringendo ognuno di loro alla decisione per trovare “una morte meno disonorante”. Fuggire o combattere? Su questa domanda si interrogano i protagonisti, mentre vedono intorno a loro, e noi spettatori insieme, fucilazioni di bambini e madri, squadriglie naziste in ricognizione, il tutto accompagnato da una musica e da una scenografia pesante, cupa, a tratti passionale, perfettamente legata a questa storia ed ai suoi eventi.

Attraverso l’atmosfera che si viene a creare, Isacco, Justa e gli altri protagonisti scuotono lo spettatore rendendolo responsabile e capace di cogliere il messaggio centrale dell’intera Opera: sentirsi “ebreo nel Ghetto di Varsavia”, diventare lui stesso un protagonista di questo dramma, perché fatti di tale pazzia e oscurità, non riguardano solo una cerchia di persone, ma toccano l’umanità nel suo insieme, andando oltre la religione, lo stato sociale o il colore della pelle, per ricordare sempre e poter fare in modo che tutto questo non avvenga più, e che la morte di troppi non sia stata invana.

Giacomo Corsetti per Radioeco.

 

 

 

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