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Il Guaritore, nuove forme di realismo magico (e assurdo) a Lari

1016326_10153026056135313_748582188_nLa quindicesima edizione del Collinarea Festival è già iniziata, ma è necessario attendere il secondo appuntamento per spostarsi nel piccolo comune di Lari, di fatto capoluogo delle colline pisane e rinominato “borgo dell’arte” in occasione di questo imperdibile appuntamento estivo.

Una discreta folla attende pazientemente già ben prima dell’orario previsto e alcuni ammirano incantati il panorama mozzafiato. Con qualche minuto di ritardo, si vedono finalmente aprire le porte del piccolo e magico teatro che guarda il castello; un gioiellino totalmente ristrutturato con meticolosa attenzione per adattarsi a ogni forma artistica. La gradinata modulare in legno raggiunge la sua massima capacità in una manciata di minuti, l’aria si fa sempre più pesante e l’atmosfera diventa afosa, ma pur di assistere a questa anteprima gli spettatori siedono a terra e si stringono persino nel corridoio di ingresso.

Per la seconda serata del Collinarea va in scena un’anteprima nazionale, ovvero Il guaritore, opera di Michele Santeramo, allestita dalla compagnia Teatro Minimo, con la regia di Leo Muscato.

Il guaritore (impersonato da Michele Sinisi) è un uomo che apparentemente oscilla tra fantasia e realtà, dotato del talento naturale di mettere in relazione le storie per farle guarire. Si presenta con una vestaglia logora e il colletto della camicia sporco, ma possiede il dono di immedesimarsi nel malessere degli altri e, al contempo, cerca di “salvare” le persone, di guarirle per l’appunto, con leggerezza e un sorso di grappa. Non è un medico e non prescrive medicine, rifiuta categoricamente di essere etichettato come mago, veggente o ciarlatano, ma per il fratello mal sopportato rimarrà sempre un inconcludente.

Alquanto complesso è il rapporto tra i due fratelli, Gianluca Delle Fontane vorrebbe “acquisire” il titolo di guaritore, ma è guidato e al tempo stesso accecato dalla cupidigia. Le innumerevoli proteste risultano vane e il suo ruolo rimane quindi relegato a quello di sarto; si limita infatti a prendere le misure dei malati, che, una volta guariti, pagheranno esclusivamente per il confezionamento di un nuovo abito con cui andar via.

I monologhi alti del guaritore e il disappunto, a tratti quasi eccessivamente urlato, del fratello si vanno ad equilibrare con l’ingresso in scena della coppia di sposi, caratterizzato invece da bassi battibecchi e dalla reiterazione di dialoghi interrotti.

Pugile: Devo dire qualcosa? Tocca a me?

Guaritore: Se vuoi, puoi parlare.

Pugile: Allora preferisco di no.

969528_10153026055325313_1449446972_nPaola Fresa, nelle vesti della moglie, brama incessantemente la maternità in modo da avere l’opportunità di dare “continuità” al sé e “lasciare qualcosa”. Interpretato da Vittorio Continelli, il marito nasconde invece il terribile segreto della propria sterilità e risulta a dir poco abilissimo nel mostrarsi “idiota” e fendere l’aria con il suo destro da pugile.

Michele Sinisi si trova a dividere costantemente la scena con una panca, principale oggetto dell’efficace – seppur semplice – impianto scenografico e talvolta quasi protagonista dell’intera vicenda. Compare infatti camminando sul ciglio di quella stessa panca il personaggio interpretato da Simonetta Damato; donna spigolosa e irrequieta alla costante e disperata ricerca di liberazione da una gravidanza non desiderata, insostenibile peso all’altezza del ventre.

(Silenzio)

Guaritore: A me gli anni sono passati troppo lenti. Da quando esisto io, fino ad oggi, è cambiato tutto. Il vaso si è rotto da dentro. Anch’io sono finito nel buco profondo del pozzo, perfettamente nel sepolcro. Quando chiudo gli occhi, e sento la musica, ancora ce la faccio ad affacciarmi sul bordo del sepolcro, ma nonci sono nazareni, io non ne vedo nazareni. Alzati e cammina. E perché? Per andare dove? Le vedi le facce che stanno al muro? L’uomo ricco, gli innamorati, la maestra, il militare, l’omicida. Tutte storie che mi sento anch’io rimbombare nella testa. Non riesco a dimenticarmi niente. La bambina di venti giorni non poteva scegliere, e ho scelto io. Pesi massimi contro pesi piuma. Ho capito e ho scelto. Così la bambina è guarita. Ci vedevo ancora bene, giusto in tempo per vedere venti giorni morti. Così è guarita. E tutte quelle altre storie, tutte quelle. Me lo merito di stare in pace, no?

Pugile: Tutti ce lo meritiamo. Che devo fare?

Michele Santeramo aveva già conquistato la critica con la vittoria del 51° Premio Riccione per il Teatro e, sicuramente, dopo questa anteprima nazionale si è ritagliato anche un piccolo spazio nell’anima di ogni spettatore. Le sagaci battute e l’assurdità al limite del paradosso hanno strappato scrosci di risate tra il pubblico, ma ad ammaliare è stata la riconoscibilità delle situazioni teatrali in questo nostro mondo senza certezze. Per orientarsi gli esseri umani, carichi dei loro difetti e afflitti dai problemi personali, continuano incessantemente ad aggrapparsi alla speranza di una salvezza; quella salvezza da ricercare appunto nel confronto con un altro essere umano.

Michela Biagini

>>> Qui tutte le foto della serata

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