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Il gusto per l’incontro. L’artista Lisa Batacchi in mostra al Festival Nessiah

10850194_10153375968024867_4845776240776212575_nIl Festival Nessiah per la prima volta in 18 anni si apre alle arti figurative, anche se gli indizi che portavano in questa direzione già lo lasciavano presagire. In questo 18esimo ciclo di eventi, che prende il titolo – un po’ interrogativo e un po’ esclamativo – di “Tutto ha un senso“, il Festival di cultura ebraica ha scelto una giovane artista Lisa Kupferberg Batacchi per un progetto che va oltre la mera fruizione espositiva, ma che si propone come momento di dibattito sul recupero di alcuni luoghi speciali per l’incontro, la ricerca e il lavoro.

Infatti l’intervento di Lisa Batacchi, e curato da Federica Forti, si è svolto in due tempi. Un primo momento intitolato “Victoria’s recipes” ha visto un laboratorio di cucina dolciaria ebraica presso il Royal Victoria Hotel di Pisa. Qui l’artista fiorentina ha proposto ai partecipanti delle ricette legate ad eventi straordinari, come guerre e rivoluzioni, eventi che implicano scambi tra culture, anche da un punto di vista culinario. Un secondo momento, dal titolo Victoria’s secret, ha aperto al pubblico la mostra vera e propria, anticipata da una conversazione informale di fronte ad un buon té e una degustazione di dolci. L’esposizione, inaugurata il 7 dicembre, vede sempre nelle sale del Royal Victoria Hotel alcune delle carte da forno “impressionate” dalle trame dei dolci e dal calore, opere che facevano già parte di una serie più ampia realizzata nel 2011.

In obbedienza al titolo della rassegna, “Tutto ha un senso”, la proposta artistica di Lisa Batacchi è legata a doppio filo di senso ad eventi e luoghi ben precisi. Infatti non è un caso che questa mostra si colleghi alla scoperta di un vecchio forno comunitario in uso nella Sinagoga di Pisa, e che la mostra sia ospitata al Royal Victoria Hotel, che si collega all’Inghilterra vittoriana, un’epoca in cui i forni comunitari avevano una forte valenza politica oltre che pratica.

Per scoprire i sottotesti di questa mostra, che ricordiamo è aperta liberamente al pubblico sino al 21 dicembre – ci siamo fatti raccontare dalle parole di Lisa questo progetto, e le abbiamo chiesto di svelarci gli impegni futuri che la vedranno nuovamente a Pisa.

 

10690228_10153375972734867_8239377215119322021_nSo che la mostra è stata preceduta da un lavoro del 2011, intitolato “While waiting for something to change I’m having fun” che comprende una serie di sessanta opere. Cosa ti ha spinto in direzione di un recupero del lavoro quotidiano, della dimensione familiare? 

In questa serie di lavori sono partita dal quotidiano per coglierne alcuni aspetti per me importanti, come la dimensione domestica, la cura di se stessi e del prossimo attraverso piccoli gesti ripetitivi, come la pratica del cucinare. Ho trovato interesse nel dare un nuovo significato a certe forme di biscotti, che ho scoperto fra le ricette di dolci tipici yiddish raccolte dai diari di mia madre, impressionando con queste le carte da forno utilizzate per cuocerli. “While waiting for something to change I’m having fun” è anche una ricerca costante sia di un segno leggero e minimale che allo stesso tempo di un’attesa di “cambiamento di stato”, non solo dei biscotti ma anche del mio presente e futuro all’interno della società e in rapporto con gli altri. Difatti i dolci realizzati li donavo agli amici e familiari.

 

In occasione di questa esposizione a Pisa questo lavoro si lega da un lato alla scoperta di un forno comunitario presso il complesso architettonico della Sinagoga di Pisa, dall’altro a una pagina storica legata ai forni comunitari in uso durante l’Inghilterra vittoriana. Un focolare domestico è un luogo dove secondo te si possono creare degli incontri tra generazioni e culture diverse?

Mi interessa ripercorrere la storia e la sua ciclicità per individuare alcuni punti di convergenza, rottura e rivoluzione. I miei progetti si addentrano in queste questioni ricercando attraverso l’arte quel potere sociale che può unire e lasciare traccia. L’immagine del forno mi ha rimandato dunque a un momento preciso, 1868, in cui in America un gruppo di femministe ‘materialiste’ si è ispirato ai forni pubblici dell’Inghilterra vittoriana per riprogettare città, villaggi costruendo, insieme ad architetti e filosofi idealisti, forni, lavanderie, cucine, hotel a uso comunitario. L’unico fallimento della loro visione utopica è stata quella di aver dato fiducia all’industrializzazione come un’opportunità per andare contro l’isolamento delle campagne. Sappiamo a conti fatti che il fenomeno industriale ha portato ad altre tipologie di isolamento.

Tornando ai nostri giorni ho pensato al forno come una nuova possibilità di apertura e cambiamento per la comunità ebraica e di riflesso anche per i cittadini pisani e per i passanti occasionali.

Al centro del focolare domestico la figura femminile che nei secoli ha sempre avuto quel “potere di unire”, inteso come cura di affetti familiari, tradizioni e che in questo caso potrebbe avvicinare a sé altre culture e usanze. Il forno della comunità oltre a diventare una fonte di sostentamento quotidiano si aprirebbe a diventare luogo di incontri, dibattiti e laboratori di cucina dai quali poter portare a casa i dolci realizzati durante la giornata.

Il laboratorio svoltosi il 5 dicembre mi ha dato modo di conoscere alcune persone della comunità ebraica e pisana e spero di poter continuare questo progetto insieme a loro.

 

10425490_10153375973619867_155839316396235578_nLa leggerezza del tratto, le trame astratte impressionate sulla carta da forno, caratterizzano questo lavoro tanto quanto l’inclusione del pubblico e un’attitudine antropologica. In che direzione si sta muovendo la tua ricerca artistica?

Tutto il mio lavoro sembra uscire fuori da sensazioni inizialmente poco consapevoli e intime in grado di crescere a poco a poco come anche nel caso di “While waiting for something to change I’m having fun” a cui a distanza di anni, grazie all’invito della curatrice Federica Forti e del Nessiah Festival, ho pensato di dare un seguito portando la dimensione privata, specifica del progetto, in un contesto pubblico. Così abbiamo attivato un laboratorio condiviso nella sala colazioni del Royal Victoria Hotel dove poter raccogliere le suggestioni dei partecipanti riguardo forme, ingredienti usati, aneddoti e segreti riguardanti alcune ricette da me scelte per la peculiarità che sono diventate ebraiche solo in seguito a guerre e rivoluzioni.

Un’anteprima del laboratorio “Victoria’s recipes”, promossa dal Siena Art Institute, è stata presentata a Siena i primi di novembre all’interno di “ORIENTamenti. Reshaping past traditions” un progetto dell’artista palestinese Wafa Hourani, che ha pensato a una multi-piattaforma per coinvolgere le interazioni, il dialogo e il dibattito in cui l’arte contemporanea serve come punto di riferimento per le istituzioni, le comunità e gli artisti, in uno spirito di integrazione, solidarietà e tolleranza. Molte coincidenze, metodi e ideali vicini ci hanno spinto a collaborare. Mi auguro di continuare questa ricerca anche in altri luoghi e contesti e che in futuro ne possa venir fuori una pubblicazione “Victoria’s recipes” dal nome del progetto. Dunque non solo “ricette” di dolci e le sue tracce ma anche idee pratiche per convivere insieme, riunendo diverse culture e sensibilità.

 

Sappiamo che presto tornerai a Pisa (e a Santa Croce sull’Arno) con un gruppo di artisti che a vario titolo possono definirsi toscani. Puoi dirci di più?

Il progetto al quale sono stata invitata a partecipare si intitola “Terranauti. Quelli che arrivano, quelli che restano, quelli che vanno”. Tre approdi lungo l’Arno da Firenze al mare, promosso da Comune di Pisa, Comune di Santa Croce sull’Arno e Villa Romana di Firenze a cura di Ilaria Mariotti e Angelika Stepken. Il progetto è finanziato da Regione Toscana nell’ambito di Toscanaincontemporanea 2013 per promuovere artisti under 35. Mi sembra una bellissima iniziativa e sono felice di prendervi parte come artista che in questo momento ha avuto motivi di “restare” operativa in Italia anche se mi interessa confrontarmi con un pubblico, artisti e progetti vari e internazionali. Previste in “Terranauti” tre tappe per gli artisti selezionati. La prima è stata un incontro svoltosi a Firenze presso Villa Romana in cui curatori, galleristi e direttori di fondazioni e musei sia italiani che esteri si sono presentati la mattina mentre nel pomeriggio hanno dialogato con ciascuno di noi riguardo ai nostri progetti svolti e in corso. Fra questi: Gigiotto del Vecchio (curatore, direttore della galleria Supportico Lopez a Berlino), Adrianne Drake (direttrice e curatrice della Fondazione Giuliani per l’arte contemporanea di Roma), Charlotte Bank (storica dell’arte e curatrice, lavora tra Berlino, Ginevra e – fino al 2011 – Damasco), Fabio Cavalucci (direttore del Museo Pecci a Prato). La seconda tappa, appena conclusa, da ottobre a novembre, prevedeva quattro incontri con artisti nati o residenti in Toscana ma di fama nazionale o internazionale come una ulteriore opportunità di confronto. Fra questi artisti: Chiara Camoni, Michelangelo Consani, Vittorio Corsini, Loris Cecchini. L’ultima parte di “Terranauti” prevede due mostre collettive nel 2015, una prima al centro SMS di Pisa a fine gennaio e una a Villa Pacchiani a Santa Croce sull’Arno a metà febbraio. Non ti svelo però i miei progetti per queste due mostre che altrimenti non ci sono più sorprese!

Intervista a cura di Giuseppe F. Pagano
Foto di Giancarlo Norese

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