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Il parco. Etnoarcheologia di un non luogo contemporaneo.

Il parco. Etnoarcheologia di un non luogo contemporaneo.

Se è vero che il passato ci aiuta a spiegare il presente, è vero talvolta anche il contrario. È questo quello che accade agli etnoarcheologi che imparano a ’tradurre’ i resti archeologici del mondo antico studiando la cultura materiale, le tecniche, la formazione dei depositi archeologici odierni, sia presso le culture tradizionali del Terzo Mondo sia nella nostra stessa società. “

A questo proposito, cosa potremmo imparare dal presente se proprio in questo istante ci trovassimo con nostra figlia in un comunissimo parco urbano (un non luogo cioè privo di una funzione specifica) pieno di mamme che a loro volta giocano coi loro figli? È la domanda che si è posto il Prof. re Massimo Vidale recatosi nel parco dei Caduti di San Lorenzo in Roma per circa 14 mesi consecutivi dal Settembre 2004. La risposta deve essere stata scontata data la sua grande passione per l’etnoarcheologia: ne sarebbe nato il progetto Junk, ovvero uno studio collettivo a carattere etnoarcheologico i cui risultati sono stati esposti anche al Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere di Pisa lo scorso 20 Novembre 2015È forse strambo da sentir dire, ma dall’osservazione di un comune sistema vivente come un parco urbano è stato possibile tradurre i dati “muti” in esso contenuti in un modello teorico adatto a spiegare particolari tendenze od anomalie dei contesti archeologici.”(Vidale).

vidale catalog

Alcuni dei record categorizzati del progetto Junk

In 200 giorni e quasi 500 ore di osservazione effettiva sono stati oltre 1000 gli oggetti raccolti e messi in pianta (esclusi i materiali illegali, sgradevoli o pericolosi), altri 300 quelli censiti ma non raccolti (“come involucri di medicine e resti di cibo, parti di accendini”) e le aree di concentrazione di oggetti non computabili del parco (come briciole; resti di pasto; coriandoli, etc…) sono state annotate con precisioneOgnuno dei record è stato poi portato in laboratorio, categorizzato e geo-referenziato, nonché messo in relazione alle diverse categorie di persone che frequentavano il parco (mamme, bambini, emarginati,etc.) delle quali sono stati esaminati i comportamenti individuali e relazionali, gli spostamenti e le azioni relative alla produzione volontaria o involontaria di rifiuti all’interno di esso.

I risultati finali sono stati illuminanti e tutt’altro che banali specialmente per la riflessione archeologica alla quale per routine potrebbe accadere di inciampare nel rischio di non porsi più le giuste domande, oppure di abituarsi a snocciolare risposte ripetitive e non del tutto esaurienti per ogni tipo di ricerca e di contesto. Un simile tentativo di studio venne affrontato con grande precocità rispetto ai futuri sviluppi teorici e pratici dell’archeologia, già negli anni ’70 con il Garbage Project (Progetto spazzatura), che comportò la raccolta e lo studio dei rifiuti di un settore cittadino di Tucscon, in Arizona.

The Garbage Project Reg Sort crew on a weekday afternoon in 1977- Foto tratta da http://humanitieslab.stanford.edu/47/35

The Garbage Project Reg Sort crew on a weekday afternoon in 1977- Foto tratta da http://humanitieslab.stanford.edu/47/35

Come non riprendere a questo proposito le parole del Professore Daniele Manacorda il quale ci ricorda che ” [...] possiamo considerare fonte archeologica non solo o non tanto ciò che può essere recuperato mediante una tecnica archeologica, ma ciò che può essere studiato con metodo archeologico, in una stratificazione sepolta come in un paesaggio, in un’opera d’arte come in una sua lacuna. La discriminante non sarà dunque nella cronologia dell’ambito di studio, ma nella congruità e coerenza dei problemi storici che ci si augura di risolvere attraverso l’archeologia” (Cit. Prima Lezione di archeologia).

Ecco dunque alcune delle domande e delle riflessioni scaturite dal progetto Junk che vogliamo solo qui in parte riproporvi senza la pretesa di riuscire né a condensare la mole dei risultati ottenuti dai ricercatori né di esporli con la medesima efficacia.

Possiamo considerare un luogo privo di reperti come non informativo?
La risposta è “no”. Nelle zone frequentate abitudinariamente dalle categorie di emarginati del suddetto parco, è stato notato che i cestini della spazzatura sempre vuoti (e quindi apparentemente non informativi in quanto privi di dati da studiare) sono stati invece molto eloquenti denunciando il timore dei frequentatori nell’avvicinarsi proprio in quelle zone. Una spiegazione di tipo sociale è stata percepita essere all’origine della mancata presenza di record. Allo stesso modo sono stati considerati dei veri e propri record-marcatori dell’emarginazione sociale anche “il butto continuo di riso, briciole e residui alimentari ai piccioni da parte delle persone meno integrate poiché il nutrimento dei piccioni assumeva in questo contesto una sorta di affermazione di superiorità affettiva e morale rispetto al resto dei frequentatori“.

Cosa si perde in un parco?
In una hit in ordine decrescente di presenze: gadget, giocattoli e ornamenti;  accendini esausti o parti di esso; frammenti di plastica; elementi di chiusura dei vestiti e capi abbandonati. Fra gli alimenti più consumati bibite gassate, alcolici, resti di pizza, wurstel, patatine,etc. Per ultimi restano gli strumenti così detti “di controllo”: chiavi, lucchetti, resti di cosmetici e parti meccaniche ed elettroniche di varia provenienza. Può sembrare poi strano, ma non è stata una operazione estremamente semplice tipologizzare gli oggetti o attribuirli a specifiche categorie di genere o di età. Alcuni oggetti spiega Vidale “sono ancora un mistero per tutti noi“. Questo ci fa riflettere su quanto non sia altrettanto scontato poter dedurre queste informazioni riferendoci a reperti aventi centinaia se non migliaia di anni.

lattina

rifiuto urbano

Come si perdono e come si disperdono gli oggetti in un parco?
Le ripetute anomalie nella diffusione hanno fatto dedurre ai ricercatori che esistono talvolta dei veri e propri modelli teorici, cioè delle tendenze, che possono gettare luce sui processi di dispersione dei record, che per esempio nel caso di perle e perline dipenderebbe tanto dalla loro forma quanto dalla loro dimensione (maggiormente distanti tra loro sono quelle di forma sferica e diametro maggiore in quanto più spesso calciate dai passanti).

Che ruolo gioca la stagionalità nella dispersione degli oggetti nel parco?
La deposizione degli oggetti era legata innanzi tutto ai cicli giornalieri ed “ogni fascia oraria aveva i suoi “protagonisti principali” (dalle 7.00 AM i pernottatori abusivi; dalle 8.30 AM i proprietari dei cani; tra le 9.00 e le 11.00 gruppi di emarginati, extra-comunitari e consumatori di droghe, etc.). Pensiamo poi ai cicli stagionali autunnali ed invernali ai quali era legata l’assenza di oggetti da cancelleria e  un aumento contemporaneo di cerniere e grossi bottoni.

Infine il “colpo di scena“: “una volta chiuso il parco per ristrutturazioni [...], cambiarono notevolmente le modalità di uso dello spazio (più compresso), questa volta generate non da dinamiche sociali e interne al parco, bensì dettate da fattori esterni“.

Aggiunge pertanto Vidale che “qualsiasi area di attività identificata in scavo deve essere concepita come innanzi tutto una potenziale sommatoria  di cicli regolari ed eventi eccezionali di varia entità“. Queste sono solo alcune delle interessantissime osservazioni rilevate per fare riflettere più in profondità sulla complessità che si cela dietro la formazione di un reperto archeologico nonché di una serie stratigrafica tanto odierna quanto passata.

Grande entusiasmo fra i giovani per gli esiti di questi lunghi studi ma anche una certa dose di amarezza nel percepire che ancora oggi, a distanza di 41 anni dalla nascita del coraggiosissimo Progetto Garbage, le difficoltà dell’etnoarcheologia e dell’antropologia nell’inserirsi in un dialogo più serrato con l’archeologia permangono. Forse qualcuno giudicherà questi studi come una esasperazione dei proprio interessi per deformazione professionale, applicati ad una realtà che non c’entra proprio niente col mestiere di archeologo. Siamo veramente sicuri che la “deformazione professionale”, come vorrebbe suggerire negativamente la parola, ci deformi o ci renda piuttosto degli osservatori privilegiati capaci di vedere quello che altri non vedono dando nuova forma alla realtà?

Daniela Farina  

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