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Il problema Ultras nel calcio italiano

Sognando un calcio civile per tutti. Poter affacciarsi alla stadio con serenità assieme ai nostri figli. Godere di un pomeriggio di festa ed innocente esaltazione sportiva. Uscire dallo stadio e non dover pregare di trovarsi in mezzo a scontri tra tifoserie o tra queste e le forze dell’ordine. Non dover più sentire “Irruzione nel ritiro” o “persone ferite”. Illusioni di uno sport che ha canalizzato attraverso la categoria degli Ultras violenza, intolleranza e razzismo. Gli ultimi eventi di Torino e Roma testimoniano quando sia lontana (e forse impossibile) questa visione “pacifica” di stadio e di sport in Italia. Gli episodi del passato si sprecano. Da Genny ‘A Carogna fino al famoso “toglietevi la maglia” di Marassi. Dall’omicidio di Vincenzo Spagnolo fino al “motorino” interista di San Siro. Un fenomeno che colpisce tutto il sistema calcio senza un carattere nazionale (la “Barcaccia” di Piazza di Spagna da due mesi a questa parte c’e l’ho ricorda quotidianamente).

genny-carogna-ultra-napoli_980x571Episodi che trovano spiegazione nella violenza generata dalla negatività che viene respirata sugli spalti durante le partite e che sta allontanando le famiglie dagli stadi. Sentirsi coperti e moralmente capiti dalle migliaia di persone che assiepano le curve dona libertà di sfogo, sia oralmente con il razzismo ed espressioni profondamente offensive, sia fisicamente con scontri e tentativi di interruzione delle gare in corso. Le istituzioni per arginare il problema hanno introdotto negli ultimi anni DASPO e tessere del tifoso che si sono rivelate non risolutive. Damiano Tommasi, presidente dell’Assocalciatori, ha minacciato i giocatori la squalifica in caso di confronti sotto la curva alla fine di una partita. Il problema principale sembra risiedere nella cultura e nel modo di vivere il calcio dei gruppi che rende evidente come la soluzione della questione sia lontana.

Negli ultimi tempi alcune società stanno cercando di distaccarsi dagli ultras dissociandosi e condannando sempre più spesso i comportamenti che gravitano attorno al calcio. Mi viene in mente il caso “Fottuti idioti” del presidente della Roma James Pallotta o le parole di Zeman dopo l’intrusione di alcuni componenti del tifo organizzato nel ritiro del Cagliari con tanto di schiaffi ai giocatori. Casi che si spera possano rappresentare l’inizio di un’azione collettiva da parte dei club contro il tifo violento. Perché non va mai dimenticato cosa è il calcio: uno sport, una festa. E non un mezzo da utilizzare per sfogare una rabbia repressa.

liv-96-2Niente a che vedere con il “modello inglese” a cui da anni aspiriamo. Figlio del movimento hooligans degli anni ’80 che, oltre a portare a quotidiani scontri tra tifoserie, si è macchiato delle tragedie dell’Heysel nel 1985 e quella del 1989 a Hillsborough dove morirono 96 persone. Propria questa tragedia segnò una rivoluzione epocale nel calcio inglese. Le frange hooligans vennero eliminate dagli stadi e furono introdotte dettagliate ed severissime regole di comportamento, i cui benefici si notano sempre oggi. Negli anni con leggi specifiche emanate dalla Thatcher prima e da Blair poi, vennero responsabilizzati club – con l’affidamento a proprie spese dell’ampio personale di sicurezza e la ristrutturazione degli impianti sportivi – ed opinione pubblica attraverso i tabloid. Eliminazione delle barriere che dividevano il campo dagli spalti, utilizzo di telecamere a circuito chiuso per individuare eventuali trasgressori e obbligo per tutti i settori dei posti a sedere. Per un’offesa razzista o uno striscione offensivo si rischia fino a 5-6 anni di carcere con ritiro del passaporto. Stessa sorte per chi introduce petardi, fumogeni o altro materiale dannoso e pericoloso. Il risultato: stadi civili e scontri che non si verificano da anni ormai. Tutto senza togliere nulla alla spettacolarità delle curve con i loro cori e le loro coreografie (vedere la “Kop” di Anfield Road per credere).

Come è di consueto in Italia però non si vuole risolvere il problema una volta per tutte a causa della debolezza istituzionale che regna sovrana. Preferiamo vedere un dodicenne ferito (scontri in Brescia – Vicenza) che un posto degno di essere goduto in tranquillità. Preferiamo invocare il “modello inglese” senza attuarlo. Indignarci senza fare. In puro stile italico.

 

Giacomo Corsetti per RadioEco

 

 

 

 

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