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“Il ragazzo più felice del mondo” – Intervista a Gipi

Gianni “Gipi” Pacinotti torna a casa dopo due anni e lo fa per presentare al Cinema Arsenale la sua ultima opera cinematografica: Il ragazzo più felice del mondo.

Gipi, occhiali sul naso e stesse orecchie sporgenti dei suoi personaggi, ci accoglie con un sorriso spontaneo e inizia a fare quello per cui è rimasto nel cuore di migliaia di persone: ci racconta una storia, quella di un ragazzino immortale e delle sue innumerevoli passioni, capitanate da quella per i fumetti. Anche nel petto di Gipi batte il cuore di un adolescente, lo stesso cuore gigante che compare sulla locandina del film già proiettato al Festival del Cinema di Venezia e a Lucca Comics and Games, e che ha riempito la sala per ben tre volte nella serata dell’8 novembre.

gipi

foto dell’autrice

Qui di seguito la nostra intervista al regista-fumettista dall’animo poliedrico e dall’accento ancora fortemente – e orgogliosamente – pisano.

RADIOECO: Ne “Il ragazzo più felice del mondo” racconti una storia particolarissima e, soprattutto, vera, che ha come protagonista un ragazzino fortemente ammirato dal tuo lavoro. L’elemento che più colpisce è che, una volta scoperto che si tratta di un “fan seriale”, vuoi comunque fargli visita per fargli passare una bella giornata. Questo approccio mi ha ricordato quello che mostri di avere in un corto andato in onda su Propaganda Live (“Il neo”), dove hai a che fare con un hater. In generale, come descriveresti il tuo rapporto con il pubblico?

GIPI: In passato ho sofferto molto per tutte le critiche che arrivavano. Ora sono un po’ più indurito, per fortuna, però è chiaro che chi fa un mestiere come il mio chiede amore agli sconosciuti. In sostanza, siamo dei malati: chiedere a chi stimi e a chi vuoi bene a tua volta è normale, giusto, ma volere che degli sconosciuti ti apprezzino è una roba fuori di testa. In quel caso il ragazzo non era un ragazzo, ma qualcuno che diceva di avere quattordici anni da vent’anni. Un’ipotesi che avevamo preso in considerazione all’inizio era che fosse immortale. Chiunque conosca il mondo del fumetto sa che è facilissimo ottenere disegni dai fumettisti: il fatto che si nascondesse dietro una falsa identità mi incuriosiva, insieme al fatto che probabilmente gli si era bloccato lo sviluppo cerebrale a 14-15 anni. Lo sentivo molto vicino, perché anche io vivo come un ragazzetto, me ne rendo conto. La mia vita è fatta di giocare con le mie passioni. Quando parlo con gente della mia età, a volte anche più giovane, ho l’impressione di essere un ragazzino. Lui ha messo in pratica il mio sogno di “restare lì”.

L’idea di fargli passare una bella giornata era una reazione a un certo tipo di intrattenimento che odio. Se l’avessero trovata Le Iene, quella storia, sarebbero andati a sputtanarlo. Io volevo andare lì e farlo stare bene, ma poi ho cambiato idea.

R: I corti settimanali su Propaganda Live sembrano denotare un approccio alla macchina da presa molto spontaneo, quasi come se si trattasse della realizzazione immediata di una idea che non poteva rimanere senza voce. Che tipo di lavoro c’è dietro? Anche l’idea di “fare film con niente”, ossia con poco budget e coinvolgendo tue conoscenze, è una necessità o delinea una filosofia ben precisa?

G: Io sono abbastanza simile a come mi sono messo in scena nel film, solo meno stronzo. È vero, però, che mi prendono le ossessioni: da quando ho scoperto la lettera ad aprile 2017 al momento in cui ho iniziato a girare sono passati dieci giorni, che per un film non sono niente. Ho fatto tutto senza preparazione. Non riuscivo a parlare d’altro e mia moglie mi ha suggerito di incontrare un regista neo-diplomato al centro sperimentale, Francesco Fanuele (sta facendo ora un film con Fandango) perché mi aiutasse a trovare una troupe di ragazzi giovani con cui realizzare il film. Tre giorni dopo la lettera ho incontrato questo ragazzo, due giorni dopo ero a cena con tutti i capi reparto della troupe. Eravamo una troupe di dodici persone, quindi minuscola, e nessuno arrivava a trent’anni. È grazie a questa agilità, cioè al nostro essere piccoli e molto mobili e reattivi all’improvvisazione che il film ha avuto la forma che ha. Io inventavo le scene da un giorno all’altro. Avevo una sceneggiatura, ma poi è arrivata la lettera della grafologa e a quel punto ho fermato tutto. La grafia non cambia mai in vent’anni. Il fatto che non cambi mai la distanza tra le righe di scrittura è impossibile per chiunque, a meno che non sia abbia avuto un trauma infantile molto forte che ti ha bloccato in un momento specifico della tua vita. Quando è arrivata la relazione (della grafologa, ndr) la truppa ha esultato, perché sembrava si trattasse di uno psicopatico vero, una roba perfetta per uno show. Io, invece, mi sono intristito: abbiamo fermato la lavorazione per tre settimane e ho riscritto tutto. Ho deciso che non sarei andata a disturbarlo e che lo avrei lasciato nella sua condizione. Nel mentre ho fatto una riflessione su quello che stavo facendo: anche se millantavo buone intenzioni (cioè fargli passare una giornata bellissima) in realtà io – per dirlo con le parole di Pessoa – “non lo percepivo come un’anima vivente”, ma come una comparsa nella mia esistenza, alla quale davo i miei gusti e le mie priorità ed ero quindi convinto che lui sarebbe stato felicissimo di avere tutti a casa. Quando ho capito che, invece, gli avrei potuto fare del male mi sono sentito molto stronzo e mi sono detto “Deh, hai sempre preso la vita tua e degli altri per metterla in piazza e forse non è una cosa tanto buona Forse è arrivato il tempo di smettere. Lo stai per rifare. Non lo fare. Fermati”. Quando, poi, ho comunicato questa decisione agli attori e alla troupe tutto è cambiato sul set: tutti – dopo un momento di destabilizzazione – hanno sentito che il film aveva preso un cuore buono (da lì il cuore della locandina), che c’era una roba positiva dentro anche a discapito della trama. Era un sacrificio a livello di scrittura non mostrarlo (il fan, ndr), però noi ci siamo sentiti bene.

R: L’ultimo terrestre (2011) era tratto da una graphic novel di Giacomo Monti. Come è stato adattare l’opera di qualcun altro per farne un film?

G: È stato bello perché amavo tantissimo quel libro. Era un periodo in cui non riuscivo a raccontare storie mie. Ho scoperto questo romanzo a fumetti e me ne sono innamorato. Era un romanzo a episodi, senza un personaggio comune. Io l’ho cucito insieme, però non era una storia mia e quindi non ho potuto spingere su quello che mi fa divertire. Ero più preoccupato di finire la lavorazione senza sforare, di comportarmi bene sul set, di farmi stimare dalla troupe, di trattare bene gli attori e di tirare fuori il meglio da quello che avevo. Però, quando guardo quel film, anche se gli voglio molto bene, mi ci vedo pochissimo, giusto in due momenti.

R: Ad esempio?

G: Ho un lato che ama la violenza e mi ci vedo molto nel piano sequenza in cui avviene l’omicidio del trans. Quella è roba mia, ma è roba mia vecchia.

R: Pensi che ci sarà mai la trasposizione cinematografica di un tuo fumetto?

G: Verrà tratto un film da un mio libro, ma non ne posso parlare perché la notizia deve ancora uscire tramite i canali ufficiali.

Io no, non farei mai un film da un libro mio per il semplice fatto che non mi “eccita” più la storia quando è finita e io lavoro solo su quell’onda di desiderio lì, quindi nel momento in cui un libro è fatto non ho voglia di “rimettermici insieme”. Mi viene da fare il paragone erotico con una vecchia fidanzata perché tanto una volta che è finita non si torna indietro, non funziona mai. Con i libri è la stessa cosa.

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foto di Cinema Arsenale

R: Ci siamo innamorati dei tuoi acquerelli e delle tue storie dalla forte impronta autobiografica. Poi è arrivato “La Terra dei Figli” e ci ha piacevolmente spiazzati. Quest’anno allo stand Coconino a Lucca era possibile trovare una raccolta di inediti e storie che già appartenevano alla tua produzione. Pensi già a quale sarà la tua prossima impresa o dovremo aspettare un po’? Adesso ti stai orientando più verso il cinema o pensi di mantenere questa “doppia cittadinanza”?

G: Sostanzialmente non so mai cosa farò. Ho un libro a fumetti iniziato: sono arrivato a pagina 16, non so se andrà avanti, io lo spero. Ho “du’ robe” che sto scrivendo per il mio cinema, se mai ne farò ancora. Però ormai mi conosco: ho 54 anni e so che non sono affidabile nemmeno con me stesso. Non so che direzione prenderà il mio lavoro di “raccontatore di storie”. Fare il cinema mi diverte, vediamo come va questo film. Se faccio un buco nell’acqua atomico magari ci resto male e non ne faccio più. È già successo con “L’ultimo terrestre”, però poi mi è passata (ride).

R: Pisa è la tua città natale ed è impossibile non riconoscerla nei tuoi lavori, dai Lungarni alla periferia. Come descriveresti il tuo rapporto con Pisa e quali elementi di “pisanità” senti che hanno influenzato il tuo carattere?

G: A me di Pisa piace la lingua, il ritmo della voce del parlato dei pisani. La città non l’ho mai vissuta più di tanto, devo essere sincero. L’ho sofferta molto quando ero ragazzo, perché ero un tossicomane, quindi sì, stavo in piazza Garibaldi, ma per motivi abbastanza scuri. Ricordo Tirrenia perché è entrata una persona a violentare mia sorella nella camera dove dormivamo insieme. Non ho proprio dei ricordi stellari, ma è casa mia.

È vero, però, che sono più legato a tutta la parte intorno. Esteticamente, quando vado a realizzare un paesaggio. Anche quando abitavo a Parigi io disegnavo i campi dietro la Fontina. Non so perché. Sono legato a delle immagini d’infanzia in modo fortissimo, infatti le ho rimesse nel film: i SuperOtto che ci sono dentro sono veri, sono stati girati dietro casa dei miei genitori.

R: Nel 2013 hai inaugurato una serie di incontri al carcere “Don Bosco”, qui a Pisa. Vuoi parlarci un po’ di quella esperienza?

G: È stato uno dei momenti più belli della mia vita in assoluto, in cui mi sono sentito utile. Era buffo, perché io in galera al “Don Bosco” c’ero entrato a vent’anni da carcerato, ci sono tornato tanti anni dopo come giornalista a fare una intervista ad Adriano Sofri e ci sono poi ritornato da volontario per insegnare disegno ai carcerati, l’ultima volta. Era oggettivamente bellissimo e mi è dispiaciuto tantissimo mollare. Ho stretto amicizie, una in particolare, e ho imparato un sacco di roba. Era bello, perché ho iniziato insegnando disegno e poi, un giorno, c’era stata una mezza rivolta nel carcere e io andai a fare lezione. Erano tutti incazzati come iene e capii subito che non avevano voglia di fare assolutamente niente, sicché dissi “Vabbè, rega’, oggi si chiacchiera” e ricordo che loro per la prima volta cominciarono a scherzare tra di loro (perché erano anche di sezioni diverse, non tutti si conoscevano) e a un certo punto io li guardai che ridevano e si pigliavano a cazzotti per scherzo ed ebbi un’idea di perfezione. Pensai “questi qui sono perfetti”, anche se alcuni avevano crimini veramente orripilanti addosso. Pensai che in una nave pirata sarebbero stati perfetti e che era il contesto a essere sbagliato. Allora, un paio di giorni dopo, trovai il coraggio e chiesi se avessero voglia di fare una storia di pirati con me e loro impazzirono di gioia, ribattezzarono la nave Sir Wood (cioè “Don Bosco”) e iniziammo a girare. Ci volle un po’ per ottenere i permessi e i mezzi, poi iniziammo, senza costumi e senza nulla. Era estate, si spogliavano e si legavano la maglietta in testa tipo bandana, avevano giornali arrotolati come spade, guardavano nel corridoio e vedevano le navi da abbordare… e invece era un corridoio di galera! Ho girato ore e ore di materiale, ci siamo divertiti come dei matti, ma non ho fatto firmare la liberatoria a nessuno e quando sono sono andato via dal carcere non ho potuto farci niente con quella tonnellata di roba.

Sono dispiaciuto, perché li ho abbandonati. Per fare quel lavoro lì ci vuole una schiena e una forza che io probabilmente non ho, perché dopo un po’ ti brucia la testa e perché è stranissimo: sei lì con loro, fai amicizia con gente che magari ha compiuto crimini odiosi anche per storia personale, però ti affezioni. Per cui sei sempre su questa lama: non puoi scordare che hanno fatto del male a qualcuno, ma, a meno che tu non sia un cretino come chi pensa che il carcere debba essere punizione, speri che diventino persone migliori. Spesso li vedi che sono diventate persone migliori, ma hanno comunque ancora 15 anni di galera davanti e tu, invece, esci. Non solo, hai la fidanzata, e questo è un tema chiave perché io ero con 16 uomini di cui 10 erano sotto i trent’anni e le cose che urlavano per arrembare erano sempre quelle : “Prendiamo le donne!”. Loro impazzivano e io uscivo, capito? Per quanto cercassi di aiutarli e partecipare alla loro condizione arrivava un orario in cui io andavo fuori ed ero libero e loro rimanevano lì. Avevano sempre questi occhi di malinconia quando li salutavo: è una roba che ti ammazza.

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foto di Cinema Arsenale

Non si può fare a meno di voler bene a un film come “Il ragazzo più felice del mondo” e al suo cast (che comprende persone molto vicine allo stesso regista, come Davide Barbafiera e I Sacchi di Sabbia, intervenuti durante la presentazione). Da meta-film di stampo documentaristico diventa una ricerca che va oltre quella del fan e parla a ognuno in modo diverso, regalando risate liberatorie che alleggeriscono il cuore e nutrono la mente.

Il film è in sala da ieri, giovedì 8 novembre.

Gaia Barillà per Radioeco

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