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Oltre la tecnica, c’è il sentimento di Krystian Zimerman

Krystian Zimerman al Teatro Verdi di Pisa

Krystian Zimerman al Teatro Verdi di Pisa

Maneggiare le ultime due sonate di Schubert è qualcosa che riesce solo ai grandi. Rappresentano l’Himalaya o l’Antartide per gli esploratori più scafati. Sopportare il peso esistenziale del testamento del compositore austriaco, tenendo fede allo spirito dell’autore, è la pietra miliare su cui si misura la lunghissima strada che ha portato Krystian Zimerman dal premio “Chopin” sino ai giorni nostri.

Era la primavera del 2008 quando ascoltai per la prima volta Zimerman al Teatro Massimo di Palermo, alle prese con la Sonata in do minore op. 111 di Beethoven. Già in quell’occasione saltò al mio orecchio da profano  il pianismo fondamentalmente apollineo ed intimo di Zimerman. Niente esagerazioni o saturazioni impreviste: ogni nota della meravigliosa tavolozza zimermaniana ha un colore ed una importanza tutta sua, ed ogni suono è correlato inscindibilmente con quello che lo precede e che lo segue.

Ben si presta la mano di Zimerman a dare forma, durante il suo recital al Teatro Verdi di Pisa per i Concerti della Normale, all’estasi della sonata D960, in particolare al “Molto moderato”, in cui Schubert raggiunge attimi di bellezza melodica intensissimi, sublimi. Dilata i tempi a dismisura e precorre una sospensione atemporale che anticipa il 900. Qui Zimerman addirittura “canta” sottovoce nei passaggi più melodici, e noi che siamo a pochi metri dal palco lo percepiamo distintamente. L’atmosfera di sospensione si protrae nell’ “Andantino Sostenuto”, ma con passaggi delle armonie imprevedibili e tinte più cupe, per poi alleggerirsi infine nei due tempi conclusivi, “Scherzo. Allegro vivace. Trio” e infine “Allegro ma non troppo”.

Lo scarto tra i primi due movimenti e gli ultimi due è di grande contrasto: le atmosfere rarefatte e lunari, sublimano in una leggerezza ironica e spensierata, pare di destarsi e di poter tirare un sospiro di sollievo dopo un pensiero oscuro.

Altra grande prova di sentimento, oltre che di tecnica, Zimerman la offre sul campo della Sonata D959, in particolare sull’ “Andante sostenuto”, dove ha scelto di trattenersi per un tempo virtualmente infinito, commovente metafora del compositore che indugia quanto più possibile su questa terra sebbene ogni battuta sia letteralmente un gesto di distacco. Ma già la ripresa del tema, con i rintocchi del ritmo del destino al basso inferti sulla tastiera dal perfetto staccato di Krystian Zimerman, esprime esattamente il senso di una tragica caducità incombente.

Il pianista polacco ondeggia il capo, fa una danza tutta sua e la serenità interiore pare uscire dalle sue movenze discrete e composte, dall’ondeggiare delle mani sulla tastiera, dalle inclinazioni della sua schiena. Tra lui e il pubblico c’è solo una partitura, trascritta a mano, quasi fosse un testo a fronte della poesia che egli vi legge in controluce.

Tutt’altra musica per l’omaggio di Krystian Zimerman al suo Szimanovsky, concretizzato in ben quattro mazurke, un gioco di danze di sapore folk che il pianista conduce con agilità ed energia contadina, quasi una pausa distensiva tra le due fatiche testamentarie di Schubert.

Un pubblico numeroso e insolitamente “caldo” ha tributato al maestro lunghi minuti di applausi, ripagati poi da ben due bis. Che con Zimerman non sono mai rituali o scontati, ma anzi sono la cartina al tornasole – non sempre positiva – del suo gradimento verso il pubblico.

Giuseppe Flavio Pagano

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