IL TRONO DI SOTTOCULTURE#9: TUATHA DE DANANN
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IL TRONO DI SOTTOCULTURE #9: TUATHA DE DANANN

tuatha de danannCon l’approssimarsi della ricorrenza irlandese di San Patrizio si moltiplicano le iniziative -siano esse di spessore culturale o semplicemente goliardiche- anche nel Bel Paese per celebrarla, e quale momento migliore per rendere omaggio alla terra dell’arpa celtica, del Piccolo Popolo e del monachesimo? I metaforici ospiti sono I Tuatha De Danann, i quali, a dirla tutta, non provengono dall’Irlanda, bensì dalla regione brasiliana del Minas Gerais (quella con Belo Horizonte come capitale).

Fondati per iniziativa di Bruno Leite Russi Maia, all’inizio si chiamavano Pendragon: questo nome significa “testa di drago” ed è stato il titolo onorifico di alcuni sovrani fra i quali nientemeno che Re Artù (King Arthur Pendragon, appunto).

Dal 1995 hanno cambiato nome ispirandosi, appunto, ai Túatha Dé Danann, e cioè  uno dei sei popoli preistorici che invase l’Irlanda 2000 anni prima di Cristo; nello specifico si tratta del popolo della Dea Danù, noto alle cronache già dal IX secolo.

Si sono ispirati agli Skyclad, esperti di musica celtica tradizionale nonché i fondatori del Folk Metal. Nel periodo iniziale producevano musica di genere doom metal, ma dal 1999 -con l’uscita del loro album Tuatha De Danann- hanno deciso di virare più verso il genere folk. Contrariamente alle previsioni -sembrava strano ed inusuale che dei ragazzi brasiliani potessero occuparsi di temi tipicamente irlandesi- riscosse un successo considerevole.

tuatha de danann 2

Anche il secondo album, Tingaralatingadun, fu acclamato positivamente dalla critica. Una delle canzoni del suddetto che è degna di menzione è sicuramente Behold the Horned King: il protagonista è un re giovane che viene a portare prosperità sulla terra e che raggiunge una fanciulla.

La loro carriera musicale prosegue con gli altri album The delirium has just begun e Trova di Danù.

Per comprendere, però, ancor meglio le tematiche dei Tuatha De Danann è necessario soffermarsi sulle parole della canzone Dance with the little ones nella quale Maia e soci invitano gli ascoltatori a “rompere le catene” e a “liberare l’uomo imprigionato che vive dentro di noi”; tutto ciò è molto evocativo e finalizzato a richiamare alla mente certi riti pagani.

Maria Sofia Rebessi per RadioEco

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