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InAREA: Radioeco immortala l’ultimo atto del Festival Collinarea

999081_10153054316185313_625069608_nIl sole tramonta sui colli pisani, sulle bionde campagne, sulle pietre centenarie del Castello. Sipario sulla natura e su questa ennesima edizione del Festival Collinarea.

Provo a raccontare al mio caro amico Fabio che cosa ha significato per me provare a raccontare questa manifestazione per il secondo anno, l’innestarsi di quel sentimento di ricorrenza necessaria che ti conduce a ripetere l’esperienza ogni anno, a segnare in rosso quelle date sul calendario come un susseguirsi non di domeniche, giornate che nella maggior parte dei casi scivolano nell’inattività, ma semplicemente di giorni speciali, nei quali non si devono prendere altri impegni.

Fabio mi racconta che nel sottosuolo di Lari si possono trovare facilmente delle conchiglie e che lui ne possiede alcuni esemplari. Fantastico, penso, sicuramente accostandoci l’orecchio nei giorni in cui ha luogo il Collinarea riecheggerebbero battute, stralci di monologhi, colonne sonore, applausi.

Per InArea, io, Flavio e Michela, testimoni dell’ultimo atto del festival.

Gli spettacoli che si sono susseguiti a partire dalle 21 sono stati primariamente a base musicale, di pregio, ma che peccato non aver ritrovato i fantastici danzatori sospesi lungo le pareti del castello che lo scorso anno ci hanno tenuti con a testa piegata verso l’alto per delle buone mezz’ore.

Di fianco al teatro si sono esibiti i Cantieri Acustici Mediterranei: due voci, due chitarre acustiche, quattro mani che battono a tempo ritmi che scivolano dalla Grecia ai Balcani, fino alla Spagna, per raccontare la culla della civiltà.

Il tango è stato indiscusso protagonista degli spettacoli che hanno anticipato il grande show di fine festival, con esibizioni teatrali, di danza e canto, ma noi siamo sinceramente più entusiasmati dalla grande interpretazione del repertorio di Frank Zappa da parte dei Fattore Zeta, che si sono esibiti nell’angusto angolo del Circolo Arci di Lari, scaldando non poco l’ambiente.

Sul palco grande di Piazza Matteotti intorno alle 22.30 salgono Bobo Rondelli e l’Orchestrino, un agglomerato di talenti nostrani, “troppo di più” di una marching band, anche se a inizio serata hanno “girottolato” attorno al castello formando una grande fila di gente danzante; molto più di un complessino swing, o blues o jazz, per la capacità di fondere tutte queste suggestioni.

Dimitri Grechi Espinoza al sax tenore, sax alto, Filippo Ceccarini alla  tromba, Beppe Scardino al sax baritono, Tony Cattano al trombone, Daniele Paoletti al rullante , Simone Padovani alla grancassa e Fabio Marchiori alla melodica e tasti vari: questa è la rosa di autorevoli musicisti che hanno accompagnato l’esibizione di Bobo Rondelli, ebbra di poesia e non solo.

Mentre brani del nuovo, omonimo album (qui la recensione del nostro Giacomo Perruzza) si sono susseguiti a ormai consolidati successi, ho pensato quanto la figura di Bobo si innesti alla perfezione nella descrizione fatta da un altro livornese doc, Simone Lenzi dei Virginiana Miller, della facilità con cui un livornese resti indissolubilmente legato alla sua città “grata compede”, con quella dolce catena dell’appartenenza che ricorda quella dei Quattro Mori.

1000509_10153057847970313_409563890_n“A famous local singer“, un artista ormai celebre anche oltre Porta a Terra, ubriaco della sua terra, indispettito da quei mutamenti antropomorfi che stanno rubando la poesia della sua città: ormai «tra le case di operai, le parabole di Sky», così chiosa Le Hawaii da Shangai, una canzone che per me ha sempre rappresentato il perfetto controcanto a «l’alba dentro l’imbrunire» così difficile da trovare per il Franco Battiato lungo la Prospettiva Nevkji.

Molto divertenti, senza mai mancare di profondità, i brani tratti dal nuovo album, le cui sonorità si sono tenute a cavallo tra la novità e la familiarità, caratteristica che non ha affatto confuso il pubblico, conscio di essere al cospetto di brani non facenti parte dello “zoccolo duro” del repertorio, ma ha sapientemente creato un ponte tra composizioni nuove e vecchie.

Il concerto è diventato elegantemente concettuale a livello di ascolto complessivo: i ritmi afro di Cuba, agli ottoni di Puccio sterza, il banjo di Settimo round si sono miscelati a magnifiche reinterpretazioni di Adriano Celentano, con due versioni frizzanti di Un bimbo sul leone e 24mila baci. E non sono mancate le pietre miliari La marmellata e Ho picchiato la testa, le parole di Gianni Rodari raccolte nel Cielo è di tutti.

L’esperienza di un concerto di Bobo Rondelli non è però riassumibile nella scaletta dei brani e nella costruzione dello spettacolo; è uno spettacolo di periferia, quasi autobiografico, e, si sa, spesso è proprio il particolare che assurge meglio all’universale, al racconto di qualcosa di molto più ampio, quasi storico e antropologico. Spesso la «bella mi’ città natale» è un concentrato di simboli, oggetti, comportamenti che proprio nel loro essere desueti e residuali, meglio parlano del presente e pronosticano evoluzioni.

Un concerto di Bobo Rondelli ti fa sempre «intorcinare le budella» (cit.), ora dalle risate per la trafila di insulti alle mamme altrui che solo da queste parti si possono capire, ora per la malinconia di certe canzoni che puzzano di porto, povertà, di nessun altro mondo possibile, di nessun’altra città più evocativa e felice.

La sfida alla sintassi ingaggiata dalle sue movenze scoordinate viene vinta dai mille colori di una voce d’altri tempi, che avvolge tutto il pubblico attorno al castello e lo sprona a danzare, con un groppo allo stomaco, per tutta la durata del concerto.

Finisce il Collinarea nel sottoscala del Circolo del paese, con alcuni amici, i colleghi e alcune infaticabili organizzatrici.

Il mio amico Fabio ha completato una poesia della raccolta che sta redigendo proprio durante lo spettacolo. Serve aggiungere altro?

Francesca Gabbriellini

>>> Qui tutte le foto scattate dal nostro Giuseppe F. Pagano.

>>> Qui tutte le foto scattate dalla nostra Michela Biagini.

>>> Qui sotto invece la nostra intervista a Loris Seghizzi, direttore artistico del Festival Collinarea 2013

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