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International Journalism Festival 2014

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L’Hotel Brufani Palace, Perugia

È venerdì 2 maggio, e l’atmosfera a Perugia è frizzante, nonostante il maltempo e la pioggia insistente.
Qui all’Hotel Brufani assisto ad un continuo viavai di gente, dal giovane blogger di belle speranze al giornalista famoso che cerca di passare il più inosservato possibile.
Cerco di farmi spazio nel traffico di badge al collo per mettermi in fila: tra meno di un’ora c’è l’incontro Video Killed the Press Star, presentato da Pierluigi Pardo e Gianluca Di Marzio.
Entrambi giornalisti sportivi, uno di Mediaset e l’altro di Sky, sono tra i più amati dal pubblico delle pay-tv, quello più appassionato di calcio.
I due formano una coppia complementare: Pardo è istrionico e sarcastico, mentre Di Marzio è più moderato e riflessivo. D’altra parte sono proprio queste le doti che li hanno contraddistinti negli anni: il primo dopo anni di telecronache si è calato perfettamente nei panni di presentatore (Tiki Taka, in onda il lunedì alle 23.40 su Italia1), mostrando un lato scanzonato di sé che si è sposato perfettamente col genere di programma che conduce; il secondo invece ha fatto della tempestività e dell’affidabilità (soprattutto nell’ambito del calciomercato) la sua cifra stilistica, arrivando ad avere un sito ufficiale con tanto di marchio registrato (www.gianlucadimarzio.com).

La sala trabocca di giovani aspiranti giornalisti sportivi che bramano di riuscire a fare della propria passione un lavoro, e cercano di sfruttare al massimo questo incontro per carpire ogni suggerimento e piccolo segreto che li possa aiutare nel rendere più vicino il loro sogno.

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Gianluca Di Marzio e Pierluigi Pardo – Sala Raffaello (Hotel Brufani)

Le domande infatti sono tutte puntuali e acute, il che fa escludere categoricamente che ci si trovi di fronte ad un pubblico superficiale, attratto solo dalla notorietà degli ospiti, ma anzi rende giustizia all’alto livello di preparazione dei presenti.
Si affrontano i temi dell’eccesso di gossip nelle trasmissioni sportive («In certi casi è necessario, nei canali principali c’è bisogno di mantenere un target popolare, gli approfondimenti tecnici sono più adatti ai canali tematici, e non in seconda serata, sennò ti addormenti, e la tua fidanzata ti lascia» spiega Pardo), del come si prepara una telecronaca senza avere a fianco un commentatore tecnico («Sicuramente ci si deve preparare di più e fare ancora più attenzione, perché lo spettatore di Crotone-Cittadella riguardo a quel contesto ne sa più di me, per questo un mio errore sarebbe ancora più grave» confida Di Marzio), per poi giungere al nocciolo vero della questione: come ci si prepara per diventare giornalisti sportivi?
I dubbi sollevati dagli studenti sono soprattutto riguardo al rischio di (ulteriore) scollamento tra la maggioranza (guidata dalla passione, spesso sottopagata) e i pochi eletti (coloro che riescono ad approdare ai grandi network). E in effetti il rischio c’è, e i due non lo negano.
Di Marzio suggerisce che è comunque necessario fare la famosa gavetta e metterci tutto l’impegno possibile, Pardo è più realista e ammette:

«l’accesso alla categoria non è mai stato uniforme, e mi rendo conto che, soprattutto nel nostro caso, la domanda di lavoro è eccessivamente sproporzionata rispetto ai reali posti disponibili. L’unico consiglio che sento veramente di darvi è quello di prefiggersi un tempo massimo. Un tempo massimo entro cui provare di tutto, non fermarsi di fronte a niente, non avere mai paura di rompere le scatole a qualcuno. Io, se non avessi fatto così, se non avessi mandato quella cassetta a Tele+, probabilmente ora sarei ancora negli U.S.A. a lavorare in una ditta di pannolini. Massimo rispetto, ci mancherebbe. Ma non sarei stato qui con voi.»

In conclusione, un divertente siparietto: un gruppo di volontari dell’IFJ14 ha coinvolto i due ospiti in una telecronaca “al buio” tra due squadre sconosciute di chissà quale categoria. Il risultato è stato un mini-show godibilissimo in cui Pierluigi Pardo si è sbizzarrito nel suo vero sport preferito: le imitazioni dei colleghi. Da Nosotti a Mangiante (entrambi inviati di Sky), fino a Altafini e Capello, la sala era ormai un delirio di risate e applausi, mentre la situazione era chiaramente sfuggita di mano agli organizzatori della curiosa iniziativa.

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La fila di fronte alla Sala dei Notari per assistere allo show di Gazebo

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L’allegra brigata (quasi) al completo di Gazebo

Neanche il tempo di andare in albergo, cambiarsi e cenare (nel senso che non ho fatto nessuna delle tre cose) e mi ritrovo in quella che si rivelerà la più lunga ed estenuante fila di tutto il weekend: quella per vedere il live show di Gazebo.
Per chi non lo sapesse, Gazebo è un’allegra compagnia di giro che va (andava, è terminato il 17 aprile) in onda il martedì, mercoledì e giovedì su RaiTre in seconda serata. Come ogni programma di nicchia che si rispetti, anche Gazebo può vantare un accanitissimo gruppo di adepti, pur essendo totalmente sconosciuto al resto del pubblico televisivo. Dunque ha un target fortemente polarizzato, una popolarità profondamente sbilanciata verso i giovani, laureati e smart (non me ne vogliate, per l’analisi degli ascolti i telespettatori vengono suddivisi in categorie – discutibili, certo – per permettere di decifrare al meglio il reale tasso di gradimento),  che permette ai radical chic che lo seguono di poter schifare chi non ne ha mai sentito parlare.
Con oltre un’ora di ritardo, lo show inizia col tassista Mirko Matteucci (in arte Missouri 4) e la sua inconfondibile ars oratoria, grazie alla quale introduce il resto della ciurma: il frontman Diego Bianchi (in arte Zoro), il fumettista Marco D’Ambrosio Makkox, i musicisti Roberto Angelini e Giovanni Di Cosimo, l’autore Antonio Sofi e l’addetto agli hashtag Simone Conte, il tutto sulle note di Pace interiore.
Se non avete capito una parola dell’ultimo discorso, perdonatemi, ma non è facile introdurre chi non conosce il programma in quel clima di delirio situazionistico che accompagna da ormai più di un anno gli accaniti adepti di cui sopra.
Si tratta di un approfondimento sull’attualità politica dall’approccio inusuale: da buon videomaker, Zoro ogni volta si reca nel punto più caldo della giornata e raccoglie testimonianze, immagini e considerazioni, per poi proiettare il “servizio” e commentarlo in studio in diretta con gli altri compagni di viaggio. Tra i più attivi c’è il giornalista dell’Espresso Marco Damilano (con le sue ormai consuete puntualizzazioni didascaliche), purtroppo assente a Perugia.
Il ritmo della trasmissione viene scandito da interruzioni di vario genere, dalle geniali vignette di Makkox ai sondaggi strampalati di Missouri 4, fino ad eventuali ospitate a sorpresa, come quelle di Bobo Rondelli, Johnny Palomba o, rigorosamente nelle puntate di fine stagione, Valerio Mastandrea.

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Il tweet primo classificato nella “special” Top-10 Twitter dedicata al Festival Internazionale del Giornalismo

La parte che più ha riscosso successo, quella più attesa ad ogni puntata, è però la famigerata Social Top-10 Twitter, in cui si classificano i migliori/peggiori epic fail dei politici sulla celebre piattaforma cinguettante.
Lo show a cui assistiamo a Perugia non è altro che un riassunto celebrativo del cosiddetto “meglio di” dell’ultimo trimestre, con l’aggiunta di qualche chicca, come filmati inediti e una Top-10 interamente calibrata non sulle gaffes degli onorevoli, bensì sull’hashtag ufficiale del Festival, #ifj14.

L’unica vera e propria novità per il pubblico presente poi è l’hashtag (un altro) lanciato «come fanno quelli fichi» (cit. Zoro) per fare domande agli ospiti, che sulla falsa riga del #Matteorisponde dell’attuale Presidente del Consiglio, è #Gazeborisponderebbe («Poche lettere, ma che fanno la differenza… metti che per certe domande non sappiamo le risposte?»)

Scegliere i momenti salienti dell’ultima stagione politica è stato notevolmente più impegnativo rispetto all’anno scorso, ammette Diego Bianchi, nel quale la banda di Gazebo aveva all’attivo 12 puntate, a fronte delle 71 di quest’anno.
Grande protagonista è ovviamente Matteo Renzi, tra la goffa camminata durante l’incontro con Obama e l’inglese maccheronico sfoggiato alla visita fatta al Primo Ministro David Cameron.
Ma c’è spazio anche per il (finto) hackeraggio al sito del MoVimento 5 Stelle, le migliori copertine di Makkox e la santificazione dei due Papi vista attraverso la lente gazebiana.
La serata scorre via che è un piacere, il clima è esattamente quello visto in tv. Ed è proprio questa la marcia in più di Gazebo: non è un prodotto televisivo, né un format. Gazebo è fatto dalle persone che lo scrivono. È un cazzeggio intelligente di un gruppo affiatato, che ci siano o no le telecamere.
I presenti, gli adepti, ne vorrebbero sempre di più, sperano che lo spettacolo non termini mai, e in parte vengono accontentati: Zoro annuncia infatti che la carovana da lui capitanata tornerà, seppur per un’unica puntata, la sera del 26 maggio, per commentare i risultati delle elezioni europee. Basterà per evitare quel senso di smarrimento tipico di questi casi? Sarà sufficiente per non cadere nella malinconia della famosa sindrome da finale di stagione?
Certo, è una sensazione più comune per le serie tv, ma si sa, Gazebo è sempre l’eccezione che conferma la regola.

L’intero show di Gazebo live all’International Journalism Festival:

Iacopo Galli

 

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