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Intervista a Dente @The Cage Theatre

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Dente, al secolo Giuseppe Peveri, è uno dei più acclamati cantautori italiani del panorama attuale. Il suo aspetto così gracile e la sua aria spaesata rispecchiano pienamente l’immagine che deduciamo dall’ascolto delle sue composizioni: accordi acustici e melodie semplici. I testi di Dente sono quasi sempre autobiografici e autoironici, e affrontano i temi della vita con raffinata delicatezza, impreziositi da gustosi calembour.

A gennaio 2014 è uscito Almanacco del giorno dopo (che trovate in streaming più sotto, insieme alle foto del concerto), quinto album in studio e primo prodotto dalla RCA Records. Siamo andati a trovarlo al Cage Theatre, a Livorno, una delle tappe del tour che lo porterà anche a suonare a Parigi (Dente non è nuovo a date all’estero). Lo raggiungiamo nel backstage dove lo troviamo avvolto da una coperta giallo ocra, perché reduce da una tipica influenza invernale. Gentile e disponibile, ecco cosa ci ha detto.

Uno dei punti cardine del tuo percorso è senza dubbio la complessità della scrittura dei testi. Si intuisce come sia la nostalgia una delle emozioni che più stimola le tue corde interne. Ma come si alimenta l’abilità di ottenere certi virtuosismi letterari? 

Sicuramente seguo l’istinto della scintilla che si muove nella mia testa. Spesso, soprattutto nel passato, era esclusivamente quello. Oggi alcune cose riescono così, a scintilla che accende un fuoco e va, e la canzone è fatta, finita, scritta. Altre volte ci sono delle bozze, degli impulsi che partono e si fermano lì e poi vengono ripresi in mano molto più avanti nel tempo. Un brano o una frase che è lì da tanti anni, su cui poi ci torno su e penso «magari quella era carina» e diventa una canzone. È una cosa che mi piace molto anche perché a volte le canzoni credo che abbiano bisogno di decantare un po’, di rimanere un attimino lì.

Come “Meglio degli dei”.

Esatto, “Meglio degli dei” era una canzone molto molto vecchia, tipo del 2006, che però è rimasta là… È rimasta là nell’aria e poi è stata pubblicata appunto quest’anno. Quindi è anche bello che ci siano queste cose. Ecco: a volte escono così (fischia), altre volte devono rimanere lì un pochettino di più.

Hai scritto anche canzoni e musiche per altri. Come ti poni nelle vesti di autore puro? Hai lo stesso approccio o c’è un processo diverso?

Mah, quello è un po’ lo stesso, ovviamente è una cosa un pochettino più “imposta”, nel senso che comunque c’è la proposta di una canzone da scrivere. L’ho fatto pochissime volte, eh, anche perché credo di non essere molto in grado di farlo… in realtà poi l’ho fatto, quindi sono in grado di farlo (ride). Per fare un esempio, perché non c’è un metodo, la canzone che ho scritto per Arisa (“Sinceramente”): lei da tempo mi chiedeva di scriverle una canzone e io le dissi: «sìsì, dai, ci provo», ma non l’ho mai fatto, perché, appunto, sono convinto di non riuscire a scrivere pensando che la canterà qualcun altro.

Infatti sta lì la parte difficile, lo scollamento.

Esatto. Anche perché io scrivo in base alla mia voce, al mio modo di cantare, alle mie capacità, e soprattutto ai miei limiti. Avere a che fare con una persona che comunque sa cantare, ti mette un attimino di pressione… insomma, che cazzo di melodia faccio? Faccio una roba che questa dice: «se vabbè… queste tre note qua cantatele tu» (ride). Alla fine quella volta lì Arisa è tornata alla carica, mi ha chiesto la canzone e io sono tornato a casa, mi sono messo alla chitarra e l’ho scritta. Anche lì è stata un’ispirazione, mi sono detto: «provo con quest’idea qua», sono partito ed è uscita. È stata proprio una scintilla, l’ho scritta in quaranta minuti, mi sono messo lì e l’ho fatta. Quindi a volte è così, a volte ci devo pensare di più. Ecco, quando ci penso di più poi a volte non esce niente, perché ci penso troppo.

In conclusione: che posto è Fidenza? La si sente rammentare solo quando si parla di te o di Gene Gnocchi.

Beh, se pensi a questi due che sono usciti da Fidenza puoi farti un’idea di che città sia. Una città di pazzi.

Puoi trovare tutte le foto dell’esibizione al The Cage Theatre QUI.

Iacopo Galli

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