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Intervista a Marco Malvaldi al Pisa Book Festival 2014


Marco Malvaldi a RadioEco

Marco Malvaldi a RadioEco

In occasione dell’edizione 2014 del Pisa Book Festival, la fiera dell’editoria indipendente, sono stati moltissimi gli eventi interessanti che hanno avuto luogo al Palazzo dei Congressi. Toccando i temi della scrittura, della traduzione, del valore della lettura in una cornice di crisi, non è di certo mancata la possibilità di ascoltarsi e confrontarsi nelle varie sale in cui si sono svolte le conferenze. Noi di RadioEco, oltre a numerose case editrici, abbiamo avuto il piacere di avere come ospite il giallista pisano Marco Malvaldi, divenuto noto soprattutto con la serie dei romanzi del BarLume ( La Briscola in cinque, Il gioco delle tre carte, Il re dei giochi, La carta più alta e l’ultimo, presentato al Book Festival, Il telefono senza fili), tutti pubblicati da Sellerio Editore. Ecco la chiacchierata radiofonica che ho avuto il piacere di scambiare con Marco:

Come sappiamo, lei è uno scrittore laureato in chimica: com’è che la sua formazione prettamente scientifica riaffiora nell’attività della scrittura? Cioè c’è una sorta di ripercussione del lato razionale-scientifico su quello umanistico? 

Quando si scrive si racconta necessariamente della propria vita. Avendo studiato chimica io sono avvantaggiato in maniera sleale per due motivi: il primo è la presenza di molti momenti caratterizzati da una noia attiva, con il corpo che deve stare lì e compiere operazioni pratiche in cui l’intelligenza di un primate di medio livello è sufficiente; il secondo è stato imparare grazie alla chimica che c’è un’obiettività nel modo in cui ti relazioni con il mondo, non puoi tentare di frenare la natura o forzarla a fare quello che vuoi. Tu puoi immaginarti tantissime belle cose, ma se poi alla fine non tornano è la natura che ha ragione: tu a quel punto hai solo avuto un’idea meravigliosa, stupenda, affascinante… Questo per scrivere un giallo è abbastanza importante perché nonostante il fatto che l’idea che ti è venuta sia bella, originale e affascinante, alla fine il giallo deve tornare: devi fare in modo che tutto sia logico esattamente come funziona la natura.


Nei suoi romanzi quello che sicuramente colpisce è la semplicità dei personaggi, sembra di vedere il barista Massimo, nonno Ampelio, Aldo, il Rimediotti e il Del Tacca. Questa semplicità è resa anche attraverso l’uso del vernacolo pisano: ecco, cosa ne pensa del dialetto nell’epoca dei social? Conserva una sua ricchezza? E nella scrittura può essere un freno nella forbice di lettori o un valore aggiunto?

Visti gli effetti del dialetto in letteratura negli ultimi tempi direi che non sia di certo un freno. Quando si sceglie di narrare alcuni personaggi è molto importante che tu li faccia parlare con la loro vena: se, ad esempio, prendo quattro vecchietti al bar, non posso far dire a uno: «Accidenti, sto giocando una carta avulsa dal contesto creatosi nel corso di questa partita». Non posso farli parlare così! Devo farli parlare in modo grezzo o fargli tirare un moccolo: è così parla un personaggio normale di questo tipo. Sentire i personaggi parlare in un dialogo come fuori dalla realtà è una cosa terribile che mi ha sempre dato un po’ fastidio. Il dialetto poi è qualcosa che se capisci apprezzi, se non capisci ti invoglia a cercare di capirlo e ad entrarci dentro. Credo che non sempre il lettore debba trovarsi davanti tutta la “pappa scodellata”, ma debba tentare di metterci anche del suo.

Marco Malvaldi firma la copia dell'ultimo romanzo "Il telefono senza fili"

Marco Malvaldi firma la copia dell’ultimo romanzo “Il telefono senza fili”

Riguardo alla serie televisiva I delitti del Barlume per Sky, in che misura ha collaborato alla realizzazione? Non ha avuto il timore che l’uscita dei personaggi dalla carta non combaciasse con la sua idea originaria degli stessi?

Per la serie tv ho partecipato meno di quanto avrei voluto perché se ne occupavano persone che sostenevano di sapere quello che facevano, ma appunto lo sostenevano! Ho avuto l’impressione che molte scelte fossero abbastanza bizzarre. Fondamentalmente la mia paura era quella che con i miei personaggi non ci giocassero e mirassero soltanto a fare un prodotto: un qualcosa per accontentare tutti, riuscendo nel miracolo di non accontentare nessuno. Se si prende troppo sul serio quello che si fa, si rischia seriamente di produrre qualcosa di anestetico e di piatto. Bisogna ogni tanto rendersi conto che se giochi, se ti ci diverti, se tu stesso sei il primo a divertirtici, è molto probabile che accada ciò che si vuole, proprio perché l’essere umano non è qualcosa di perfetto. Non c’è stata quella buona parte di “mi ci diverto”, “faccio il cretino”, “lascio aperto il rubinetto e vedo cosa succede”, e quindi il risultato in prima battuta diciamo che è stato sufficiente o per dirla alla toscana “bellino”.

Nei suoi gialli è la curiosità di quattro vecchietti semi-annoiati che dà impulso e manda avanti le indagini: ecco, che ruolo crede che dovrebbe avere la curiosità nei giovani d’oggi, soprattutto in quest’epoca di crisi e demotivazione? Scrivere per lei è una forma di curiosità?

Scrivere è in un certo senso una forma di soddisfare una curiosità, o meglio di fomentare la curiosità. Credo che questa non sia importante solo per i giovani, ma è importante in generale: quando smetti di essere curioso inizia quel processo noto come “invecchiamento”, che puoi iniziare a 16 anni come a 85, infatti l’età anagrafica è spesso un mero componente. Si cresce e si impara ad apprezzare alcune cose, principalmente perché all’inizio si è curiosi: quando nasci non sai niente e inizi ad interagire con il mondo in maniera abbastanza frugale: ciucciando, poi impari a parlare, a capire il senso delle cose, ma continui comunque a testare il mondo. La curiosità è il primo fattore con il quale si cresce, ma deve essere accompagnato da un secondo fattore, ovvero dal riscontro che deriva dall’essere curioso riguardo a qualcosa e avere così un’aspettativa: quando non succede quello che ti aspettavi devi però essere pronto a riconoscerlo, altrimenti è inutile.

Veniamo adesso all’ultimo romanzo, Il telefono senza fili, il quinto della serie del BarLume; qui oltre che la curiosità dei vecchietti, un ruolo fondamentale nella vicenda è svolto dalla tecnologia: lei lascia intendere che siamo come spiati da quest’ultima e che anche un delitto perfetto venga risolto grazie ai marchingegni della modernità, spesso sottovalutati anche da un ipotetico assassino: per lei quindi la tecnologia è un’amica da coltivare o una nemica da temere?

Nessuna cosa creata dall’intelletto umano è da considerare nemica. È chiaro che quando si sviluppano nuove tecnologie c’è sempre un momento in cui ci si fida quasi ciecamente, questo momento deve essere seguito necessariamente da un secondo momento di presa di coscienza. Mi ricordo che quando venne fuori il fenomeno Internet, le persone dicevano “l’ho letto su internet” con lo stesso tono di quando cinquant’anni prima mio nonno diceva “l’ho sentito alla televisione”. Il fatto è che questi mezzi sono mezzi di comunicazione, non sono mezzi che ragionano, ma diffondono semplicemente le informazioni molto più velocemente che una volta. Se l’informazione è giusta: meraviglioso, ma se l’informazione è una cazzata: meno meraviglioso. È tutta una questione di come l’utente in prima persona utilizza questo tipo di tecnologia.

Il romanzo Il telefono senza fili in pochissimo tempo è già secondo nella classifica nazionale italiana: si aspettava questo successo e aveva particolari aspettative?

Rispetto alla situazione del mercato editoriale in questo momento, sì, mi aspettavo questo medio-ampio successo. Infatti le copie che vengono stampate corrispondono a quelle che sono ordinate e si sa più o meno quante copie si ritiene di poter vendere, quindi abbiamo un sorta di effetto anticipatorio notevole. Quello che di certo non mi aspettavo è stato il successo del primo libro: mai nella vita non avrei mai pensato di mettermi a fare lo scrittore, mi immaginavo già vecchio che dicevo a mio nipote che avevo scritto un libro da giovane e lui se ne scappava fregandosene. Ora come ora devo dire che purtroppo inizio ad abituarmi al fatto che c’è una certa aspettativa, quindi il libro va bene se non altro perché sono andati bene quelli precedenti. Se hai scritto una “vaccata” sarà il libro dopo che lo dirà e non la “vaccata” stessa.

Alessio, Alba e Marco Malvaldi

Alessio, Alba e Marco Malvaldi

Alessio Foderi

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