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Intervista a Massimo Zamboni e Angela Baraldi

Ci sono alcuni concerti a cui ti rechi senza la dovuta preparazione fisica e psicologica, perché ti prendono alla sprovvista, come la vita. Però non puoi decidere di smettere di vivere fuori-programma solo perché sei fuori allenamento. Allora ci entri dentro, ti fai venire l’acido lattico anche alla lingua, alla schiena, alla voce.

Il fuori-programma in questione è il concerto della premiata ditta Baraldi-Zamboni, che quest’anno ha portato in tour forse una delle più belle novità del panorama live nostrano. Ovvero la rilettura, in chiave contemporanea, di quei “classici” targati CCCP che ormai appartengono a un’intera generazione. Il titolo è Solo una terapia: dai CCCP all’estinzione. Ma dentro non ci sta solo il racconto degli anni d’oro in cui i salmi punk di Ferretti incendiavano la musica italiana con sferzate di rivoluzione, ma c’è anche la storia personale di Zamboni solista, e del suo incontro con l’attrice Angela Baraldi. Un’occasione imperdibile per chi voglia conoscere direttamente da uno dei protagonisti l’esecuzione di un repertorio assolutamente iper-contemporaneo.

Per il sottoscritto, l’emozione di incontrare Zamboni somiglia più o meno a quello che proverebbe un comunista degli anni ’50 incontrando il compagno Palmiro Togliatti. Insomma, fa parte della mia storia personale di ascoltatore di musica, ma anche di lettore, di militante. Ho avuto un certo timore reverenziale nell’intervistarlo. E’ la prima volta che mi accade. Ma sia Angela che Massimo sono persone squisite, e prima del concerto non si tirano indietro nel fare quattro chiacchiere con noi.

 

Il concerto di Zamboni e co. è aperto da alcune nostre care e vecchie conoscenze, come Ruben, cantautore veronese, che avevamo incontrato e intervistato al Pistoia Blues, e poi i Sara dei vetri, formazione capitanata da Sara Bianchi, recentemente vincitori del Premio Ciampi 2011. Ruben lo trovo a proprio agio su un palco veramente troppo grande per un singolo cantante. La sua chitarra acustica accompagna alcuni brani tratti dal suo ultimo lavoro Il rogo della vespa. Le ascendenze di Fossati si fanno vive già ai primi versi, ma risulta godibile per testi piuttosto limpidi, senza la pretesa di fornire vie filosofiche. Il pezzo finale, un inedito che parla di un killer, invece ha tutta l’aria di aver metabolizzato un Bob Dylan prima maniera.

E’ la volta di Sara dei vetri, che ho avuto modo di sentire altre tre volte live. Ormai posso dirmi un loro fan. E in effetti, se fossi un direttore artistico di una label, li produrrei. La capacità di resa dal vivo è sempre a fuoco, la voce di Sara è coinvolgente. Il gruppo ha una sua bella solidità nella proposta stilistica. E’ stata una piacevole sorpresa rivederli in apertura ai CCCP, anche se il genere – diciamo – non c’entra proprio niente. Viceversa sarebbe stato troppo scontato far aprire un gruppo che fa punk derivativo in italiano, infatti sarei uscito a fumarmi una sigaretta… anche se non fumo.

Queste due prime sessioni d’apertura si sono svolte con poco pubblico. I pisani sono puntuali come le promesse del governo. Molto più folto il pubblico poco prima dell’inizio dello spettacolo dei CCCP (ebbene sì, possiamo dirlo… sono loro, anche se non sono tutti loro). Unico problema: siamo al Palazzo dei congressi. Uno dei peggiori posti possibili per acustica, specialmente se segui i concerti dalle retrovie. Fuori però pioveva, che dio la mandava… perciò meglio una soluzione al coperto. Però c’era un altro problema… le sedie,  fissate a terra. E che fai in un concerto punk, stai seduto? E me lo chiedo pure? Purtroppo l’ingresso dei CCCP è avvenuto in una situazione in cui il pubblico era ancora indeciso se stare seduto o separarsi dai propri cappotti. La Baraldi mette subito in chiaro le cose, saltando sul palco come se fosse morsa dalla tarantola di Ian Curtis. E il gruppo si presenta egregiamente a sostenere due personaggi così carismatici: Erik Montanari alla chitarra, Cristiano Roversi allo stick e programmazioni, e Gigi Cavalli Cocchi alla batteria.

Dopo il primo pezzo finalmente la gente abbandona le sedie, e si affollano tutti attorno al palco. Non siamo in tantissimi, ma il pubblico giusto per queste occasioni. Io sono proprio sotto la Baraldi… defilandomi di poco giusto quando iniziava il pogo. Pensavo che una scena così non l’avrei mai vista: il pogo selvaggio al Palazzo dei congressi. Invece è successo anche questo. D’altra parte come fai a non agitarti con Punk Islam?

Ma ai successi dei CCCP vengono affiancati delle perle della penna di Zamboni, come “Nove ore”, o il dolce mantra di “Se non ora quando”. Poi arrivano anche i fumi delle “Cupe vampe” di Sarajevo. Zamboni si concede anche dei momenti di cantato solista, con “Del mondo”, splendida come scritta ieri sera stessa per la prima volta.

Una specie di mitragliatore di ritmi marziali viene esibito dalla Baraldi con assoluta padronanza del palco e capace di un dialogo sempre serrato con il pubblico. Lei si stende a terra, scende dal palco, salta… si avvicina ad occhi chiusi a bordo del palco… e si fa cadere sulle mie braccia. Sì, proprio sulle mie, anche se gli artisti non si fidano mai delle iene dattilografiche come me. Lei è veramente tra le artiste più complete che ho avuto il piacere d’incontrare. Ha quel timbro spigoloso, quasi mascolino, da riot girl consumata da anni di ascolti punk, ma che ingentilisce i versi di Ferretti. Annarella ne è stata la conferma. Quella canzone emoziona sempre, anche se non c’è Ferretti a cantarla.

Zamboni ha fatto un bel lavoro, ha rinfrescato completamente i pezzi, che sembrano essere nati l’altro ieri… per la loro forza, e per la loro capacità di spiegare il nostro tempo. I suoni non sono quelli filologici, e d’altra parte non sarebbe stato intelligente copiare pari pari gli arrangiamenti dei tempi che furono, ma sono stati rinnovati, anche grazie  alla capacità tecnica indiscutibile di Zamboni e dei compagni di quest’avventura terapeutica. Perché è stata davvero una terapia.

Io mi sono sentito bene, perché quando ascolti “Curami” o “Emilia Paranoica” eseguite con quell’autorevolezza, non puoi non star bene. E’ un incontro con il proprio passato, ma anche con quello che ci aspetta per il futuro. Quando ascolti “M’importa na sega”, ma cantata bene, per un attimo ripensi alla scena musicale italiana, e la vedi così inadeguata e pusillanime rispetto all’eccellenza artistica che pulsava sino a fine anni 90. M’importa na sega, ma fatta bene, dei Denti cariati, delle Luci fulminate dell’Enel, dei Quartieri Zen, dei latrati contemporanei dei Cani. Sono solo ronzii fastidiosi della mente, quando di fronte hai una delle menti dei CCCP.

I CCCP danno una lezione anche dal punto di vista umano, suonano per un’ora e mezza, escono ben due volte dal backstage richiamati dagli applausi. Si danno, e si danno senza risparmio. La Baraldi sembra che rischi di spezzarsi le corde vocali per quanta energia ci mette, sino all’ultima nota. E’ l’ultima tappa di questo tour, e decidono di chiudere in bellezza. La bellezza di vedere i loro volti felici mentre suonano, di credere in quello che hanno già fatto e faranno ancora per il bene di questo fottuto Paese. La verità è che dovremmo voler bene alla nostra lingua non tanto per le oscenità di Manzoni, quanto per quello che viene urlato in Mi Ami. A ognuno il suo amore.

Giuseppe Flavio Pagano – redazione musicale

foto di Giuseppe Flavio Pagano

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