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Intervista ad Alessandro Baricco

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Fotografia di Maria Paola Corsentino

Le vie dell’innovazione tra scienza, cultura e impresa”. Questo il titolo di uno delle numerose panel discussion che si sono tenute durante le cinque giornate del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia 2015. Al dibattito hanno partecipato quattro ospiti: Andrea Accomazzo, responsabile delle operazioni della missione spaziale “Rosetta”, Diego Piacentini, Senior Vice President di Amazon e, in qualità di moderatore, il direttore di Wired, Massimo Russo.

In attesa dell’incontro, il quarto ospite si concedeva una sigaretta al fresco di Piazza Italia in tutta tranquillità. Finché la guarnigione di Radioeco temporaneamente stanziata a Perugia lo ha braccato.
“Salve, – lo salutiamo stringendogli la mano – possiamo farle qualche domanda?”. Il Professor Alessandro Baricco, preside e co-fondatore della Scuola Holden nonché celeberrimo scrittore, non si è negato al nostro microfono e ci ha concesso l‘intervista che segue. Buona lettura!

Di cosa ci parlerà nel panel di stasera, Professor Baricco?

Francamente non lo so! Posso solo dirvi che il tema dell’innovazione mi è molto caro e mi appassiona. Credo che insieme agli altri speaker cercheremo di capire cosa essa possa offrire di buono, e quali siano invece i rischi che l’innovazione comporta. È un terreno sul quale cui sarà sicuramente piacevole confrontarsi.

“Innovazione” è un termine che ricorre negli ambiti più disparati: dalla tecnologia alla politica, dalla letteratura e – penso al suo ruolo di co-fondatore della Scuola Holden – all’educazione. Su quale ambito crede che si concentrerà la conferenza?

Credo che parleremo un po’ di tutto questo, perché i vari speaker provengono da esperienze diverse. La particolarità dell’innovazione sta nella sua capacità di armonizzare i settori in cui si manifesta: quando ne tocca uno finisce per coinvolgere tutti gli altri. Ciascuno innova guardando anche alle innovazioni in campi molto diversi dal proprio.

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Fotografia di Maria Paola Corsentino

L’innovazione è un valore molto sentito nella nostra epoca. Crede che sia legato in modo speciale a essa o abbia un significato universale per l’uomo?

In Occidente l’innovazione è sempre stata un valore, alle volte perfino un’ossessione; da almeno due millenni è l’arma con cui l’Occidente si è fatto largo nel mondo. L’innovazione è il fondamento della nostra predisposizione all’irrequietezza, al movimento costante e paranoico. Oggi essa sembra essere un valore più “sentito” perché è diventata più visibile rispetto al passato: mio nonno è nato nel mondo della lampada a olio ed è morto in quello della lampadina elettrica. Nel passato invece l’innovazione procedeva a un ritmo più lento.

Perché allora, nonostante sia un valore così consolidato nella nostra cultura, molte persone la temono e le si negano?

La paura del nuovo è diffusa e legittima, perché ciascuno di noi si adatta al proprio ambiente, si crea un ecosistema in cui vivere. E l’innovazione altera tutto ciò. La parte più dinamica della società vede in essa una grande opportunità, quella più lenta invece ci vede un’insidia. Ma perché un’innovazione si realizzi c’è bisogno dell’apporto attivo di tutte le componenti della società.

Parliamo di innovazione nel giornalismo.
Oggi l’informazione non passa più solo tramite la carta stampata o la pagina web dei quotidiani; prendiamo ad esempio Twitter, attraverso il quale le notizie, nel rispetto del limite dei 140 caratteri, vengono diffuse sotto forma di brevi motti incisivi. Secondo lei questa innovazione è efficace?

Il giornalismo può fare un ottimo uso della tecnologia, ma non è questa a determinare la qualità del giornalismo, né in un senso né nell’altro; dipende tutto dalla passione del giornalista, dalla sua visione del mondo.

Professor Baricco, lei partecipa al Festival del giornalismo, pur essendo non un giornalista ma un narratore. Qual è dunque il legame tra letteratura e giornalismo?

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Copertina di “La Sposa giovane”, ultimo romanzo pubblicato da Alessandro Baricco per la casa editrice Feltrinelli

È un legame che affonda le proprie radici almeno nell’800; i miei più grandi maestri nell’arte della narrazione – penso a Hemingway – provenivano dal mondo del giornalismo o gli erano comunque limitrofi. Il traffico di idee tra le due attività è ancora molto forte e procede in entrambe le direzioni: anche i giornalisti possono imparare molto dai narratori.

In cosa consistono questi traffici reciproci tra giornalismo e narrazione?

L’arte del romanzo ha tratto diversi trucchi tecnici dal giornalismo per diventare più agile, più veloce. Il giornalismo invece, specialmente negli ultimi decenni, ha saputo apprendere dalla letteratura l’arte di raccontare.

Sembra però che alcuni format giornalistici della televisione abbiano ripreso dalla letteratura, e anche dal teatro, una forma di drammaticità esasperata e decisamente fuori luogo quando raccontano eventi di un certo tipo…

Puoi essere più specifica?

Penso ai salotti televisivi in cui eventi di cronaca nera vengono presentati come scene di uno spettacolo.

Un giornalismo “di piazza” è sempre esistito; la televisione non ha fatto altro che dargli più voce, ma il fenomeno non è nuovo. Però non necessariamente tutte le trasmissioni televisive che raccontano fatti sono espressione del giornalismo; certi programmi fanno il loro, che è altro dal giornalismo.

Grazie ad Alessandro Baricco

Lucia Nasti, Maria Paola Corsentino e Gabriele Flamigni per Radioeco

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