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Intervista a Carlo Boccadoro sul Don Giovanni di Lucio Battisti

lucio_battisti_-_don_giovanni_-_front1986. Dopo 4 anni di silenzio, Lucio Battisti pubblica il suo sedicesimo album, Don Giovanni“, il primo nato dalla collaborazione con il paroliere Pasquale Panella. Un album che, seguendo la svolta del precedente “E già” (1982) rispetto allo stile con cui il cantautore aveva conquistato milioni di fan, suscita, come il precedente, reazioni discordi.

Il Don Giovanni Festival, curato dalle Professoresse Maria Antonella Galanti, Sandra Lischi e Cristiana Torti, non poteva trascurare il contributo di Battisti-Panella al mito del seduttore, cui è stata infatti dedicata una conferenza dal titolo “Il ‘Don Giovanni’ di Lucio Battisti e le sue conseguenze“. L’oratore è un grande della musica italiana: il Maestro Carlo Boccadoro, compositore, direttore d’orchestra, pianista, percussionista e critico musicale.

Segue la mia intervista al Maestro, andata in onda nella scorsa puntata di UnipiNews.

Maestro, perché un direttore d’orchestra presenta un album di musica pop elettronica degli anni ’80?

Perché no? Oggi ci sono tanti generi musicali, e un musicista che viva la propria contemporaneità deve ascoltare anche generi diversi da quelli di cui si occupa, specialmente se si tratta di musica non banale, come in questo caso: la musica di “Don Giovanni” è diversa dal pop che Battisti faceva in precedenza, perché ha un carattere di sperimentazione, è un tentativo di uscire fuori dagli schemi, e quindi mi sembra normale che se ne interessi chi, come me, si dedica a musica fuori dagli schemi, non allineata con il rimbambimento del mercato discografico.

L’incontro di oggi ha per titolo “Il ‘Don Giovanni’ di Lucio Battisti e le sue conseguenze”. Quali sono state e quali sono queste conseguenze?

lucio_battistiPurtroppo sono poche: il messaggio di queste canzoni ha spiazzato talmente tanto il mondo della musica leggera che non è stato quasi raccolto. Paradossalmente l’ha raccolto la persona più lontana da Lucio Battisti, Claudio Baglioni, che, a partire da “Oltre” (1990), ha realizzato una serie di album le cui canzoni avevano testi in stile panelliano, cioè pieni di allitterazioni, giochi di parole, nonsensi, e questo spiazzò anche il suo pubblico, perché era un tipo di tecnica che evidentemente il mondo del pop non era ancora pronto a capire.

A livello di accettazione del pubblico invece “Don Giovanni” ha avuto un risultato importante: quando uscì, nel 1986, fu un notevole fiasco, ma oggi le vendite sono stimate a oltre 800 mila copie, cifre che i dischi precedenti di Battisti vendevano in un anno. Questo perché “Don Giovanni” lanciò una sfida troppo strana per un mondo sempre più controllato dall’industria, quindi sempre meno aperto agli sguardi obliqui.

“Don Giovanni” è stato uno stimolo per molti artisti a ripensare il proprio stile: ricordo tante interviste di Dalla e De Gregori, in cui dicevano di apprezzare i lavori di Battisti da “Don Giovanni” in poi, ma, forse perché non erano nelle loro corde, non sono riusciti a integrarli nel proprio lavoro e sono rimasti abbastanza impermeabili al messaggio di Battisti, pur riconoscendo il suo coraggio di fare una scelta davvero impopolare.

Chi è il Don Giovanni di Battisti-Panella?

I testi delle canzoni dell’album non hanno un significato univoco, ma diversi livelli di lettura, perciò ne sono state elaborate decine di interpretazioni.

Io credo che Don Giovanni rappresenti il Battisti prima maniera: la pop star, il seduttore di folle che fa strage di cuori e di fan, insomma quel ruolo che già dagli anni ’70 Battisti inizia a rigettare, non rilasciando interviste, non tenendo concerti, non apparendo né in pubblico né sulle copertine di album e singoli. Nella canzone che dà il titolo all’album definisce il proprio mestiere “intronata routine / del cantar leggero“, cioè una cosa noiosa da rimbecilliti.

Don Giovanni rappresenterebbe insomma un certo tipo di successo effimero e commerciale. Ma, ripeto, la poetica di Panella è allusiva, questa è solo la mia interpretazione.

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Lei presiede il progetto culturale “Sentieri Selvaggi”. Vuole parlarcene?

Sentieri Selvaggi“, di cui sono cofondatore, è un festival che si tiene a Milano ogni anno da diciassette anni, ma anche un ensemble musicale composto da sei musicisti più me.

Nei nostri concerti eseguiamo solo pezzi nuovi, e portiamo in giro anche grandi progetti di teatro musicale, come “Il sogno di una cosa”, opera sulla strage di Brescia scritta da Mario Montalbetti che ha avuto molto successo. Abbiamo collaborato anche con musicisti rock come Eugenio Finardi e Omar Pedrini, e adesso stiamo organizzando un concerto con Tim Berne, il jazz-sassofonista americano.

“Sentieri Selvaggi” è un’idea di progetto e al contempo un gruppo fisico che manifesta quest’idea ovunque abbia la possibilità di farlo.

Quali sono i nuovi appuntamenti di “Sentieri Selvaggi”?

Il 24 Febbraio inizia il festival “Sentieri Selvaggi” a Milano, e poi l’8 Marzo inizia il tour con Berne.

Avremo poi un progetto lunghissimo con la Expo: “Sentieri Selvaggi”, con un altro ensemble, “Divertimento Ensemble“, ha organizzato un gigantesco concorso di composizione in tutto il mondo; sono arrivate 650 partiture da ogni paese, ne abbiamo scelte 50 e per quasi due mesi tutti i giorni, alternandoci con l’altro gruppo, nel Padiglione Italia suoneremo queste musiche, che poi eseguiremo anche nei nostri concerti. Sarà una maratona di musica contemporanea.

Grazie Maestro Boccadoro.

Gabriele Flamigni per Radioeco

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