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Intervista a David Parenzo

Dialoghi sulla libertà di espressioneC’è chi, come avvista una zanzara, la schiaccia. Noi di Radioeco invece la intervistiamo!

Durante il Festival del Giornalismo 2015 di Perugia David Parenzo, co-conduttore con Giuseppe Cruciani dell’odiatissimo programma di Radio 24, “La Zanzara“, ha partecipato a un panel con Cecilia Strada, presidente di “Emergency” e figlia dei suoi fondatori, Teresa Sarti e Gino Strada, dal titolo “Dialoghi sulla libertà di espressione“. Guardalo su YouTube cliccando qui.

A seguito dell’incontro, Parenzo ci ha concesso l’intervista, andata in onda nella scorsa puntata di UnipiNews (podcast), che vi proponiamo di seguito.

Buona lettura e… attenti alle punture!

maxresdefaultSecondo Lei tra satira e insulto c’è un confine visibile e oggettivo?

Che la satira non debba avere confini è vero fino a un certo punto: non si deve trascendere il buon gusto e arrivare alla blasfemia. E ve lo dice un laico! Prendiamo le vignette di “Charlie Hebdo“: premesso che non le trovo divertenti, credo che siano offensive, perché urtano la sensibilità dei circa 5 milioni di cittadini francesi di religione musulmana.

Non propongo di chiudere le redazioni che realizzano quel tipo di satira, ma ritengo che chi ne fa parte debba porsi il problema dello sconfinamento della satira in insulto; credo che in questi casi dovrebbe intervenire la spada (metaforica) del diritto, come nel caso di Dieudonné. Il comico francese, accusato di apologia di terrorismo a causa di una sua battuta a seguito dei fatti di Parigi, durante il processo si è difeso dicendo che la sua era solo satira, ma è stato condannato.

Questo dimostra che lo Stato riconosce l’esistenza di confini da rispettare, confini che anche il buon gusto e il buon senso devono riconoscere; perché non si possono umiliare i propri concittadini senza nuocere alla convivenza civile del proprio paese. La forza di una democrazia sta sì nel sapersi mettere in discussione, ma anche nel saper riconoscere i limiti dei comportamenti che vengono tenuti al suo interno.

A seguito della strage nella redazione di “Charlie Hebdo” in Francia si è aperto un dibattito sulla libertà di satira, un dibattito molto più serio e profondo di quello al quale assistiamo alla televisione italiana; qui da noi le posizioni di chi discute sono intrappolate in una polarità cieca: non si tratta di sopprimere le riviste satiriche o di non intervenire nelle loro politiche, bensì di portare rispetto a un milione di nostri concittadini di religione musulmana. E non si può giustificare la sregolatezza della satira dicendo che nessun Cristiano prende le armi contro chi fa satira sul Papa!

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Il team de “La Zanzara”. Da sinistra: Giuseppe Cruciani, David Parenzo

Come ricordava anche lei, la televisione e la radio francesi offrono, su tutte queste tematiche, dibattiti acuti e profondi; dibattiti, lo diceva adesso, che in Italia non sentiamo. Secondo lei ciò è dovuto a una differenza culturale oppure al fatto che, per fortuna, nel nostro paese non è avvenuto nessun episodio analogo a quello parigino?

Credo che entrambi i fattori siano rilevanti. In Italia su queste tematiche vigono dei tabù pazzeschi, non si è mai discusso seriamente di politiche per l’integrazione; il tema è relegato a strumento di campagna elettorale, tanto dalla destra quanto dalla sinistra. A sinistra poi prevale la linea del “buonismo indiscriminato”, con la scusa della quale non ci si interessa di definire una nuova carta dei diritti dei cittadini che rispecchi le nuove istanze dell’integrazione.

Per realizzare una buona politica dell’integrazione, in primo luogo, c’è bisogno di risorse, di tante risorse; l’integrazione costa, ma produce sicurezza e vantaggi per lo Stato e per i suoi cittadini. Ad esempio, ora sembra che il problema dell’Italia siano i Rom; ma il vero problema, lo sappiamo benissimo tutti, è la corruzione. Ci sono molte associazioni che lavorano per l’integrazione di coloro che abitano i “territori perduti della Repubblica”, quei pezzi di sé che lo Stato ha perso perché li ha abbandonati.

Il caso dei campi Rom non è unico, né in Italia né nel resto del mondo, ma nessuno è realmente interessato a risolverlo perché rappresenta un efficacissimo strumento in campagna elettorale. Non sto negando che il caso in questione sia un problema, dico solo che è risolvibile: basta essere disposti a spendere soldi, perché, ripeto, l’integrazione costa: costa pagare mediatori culturali, costa portare i bambini a scuola etc. Sicuramente sarebbe meglio spendere i soldi così che in altro modo – vedi lo scandalo “Roma capitale”, un affare che ha danneggiato economicamente l’Italia molto più di quanto possa fare un campo Rom…

La libertà di espressione come si concilia con quella che lei ha definito “zona grigia” di uno Stato democratico, un insieme di vicende che non deve diventare immediatamente di dominio pubblico?

Ciò di cui si occupa il Ministero degli Interni, secondo me, non dev’essere di dominio pubblico; sono le cosiddette operazioni di intelligence, che in un regime democratico servono a garantire la sicurezza dello Stato e dei cittadini. La trasparenza assoluta non sarebbe una cosa buona.

Il che non vuol dire che io ritenga ammissibile l’opacità vigente in Italia: è gravissimo che ancora oggi si continuino a formulare ipotesi sull’affare Moro, tutto ciò mina la credibilità delle istituzioni. Ma i servizi segreti, appunto, devono restare tali.

Francesco Truscia e Gabriele Flamigni per Radioeco

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