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Io non mi chiamo Miriam: Majgull Axelsson al pbf16

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Majgull Axelsson al pbf16: “Io non mi chiamo Miriam”

Majgull Axelsson con "Io non mi chiamo Miriam"

Majgull Axelsson con “Io non mi chiamo Miriam”

Domenica 13 Novembre la sala Pacinotti del Palazzo dei Congressi, in occasione del Pisa Book Festival, ha ospitato l’autrice Majgull Axelsson, con il suo libro “Io non mi chiamo Miriam”.

Un romanzo coraggioso quello della Axelsson, in quanto romanzo di immaginazione. L’autrice ha provato a immaginare che cosa provassero i suoi personaggi in quella condizione. Ma quale?

Malika nasce in una famiglia rom della Germania meridionale e viene separata dalla sua famiglia alla fine degli anni ’30; si ritrova con il fratellino e viene deportata ad Auschwitz, in cui comincia il suo travaglio. Lei sopravvive e viene deportata in un campo di lavoro, a Ravensbrück, dove prende il nome di una donna ebrea morta nel cammino. Diventa Miriam, indossa la stella di David e mantiene il suo segreto per anni.

Non avrebbe mai potuto rivelare la sua vera identità, sia per timore di non essere ammessa in Svezia (in cui, fino al 1954, vigeva il divieto di ingresso ai rom), sia perché la gerarchia nei lager aveva più livelli: c’erano prima i generi politici, poi gli ebrei, i ladri e le prostitute e, infine, i rom.
Questi ultimi subivano oppressioni anche da parte di altri prigionieri, e in realtà non sono mai stati considerati vere vittime. Solo nel 1979 lo Stato li riconoscerà come tali.

Miriam, una volta arrivata in Svezia negli anni Cinquanta, cerca di convertirsi al più presto, evita di incontrare e conoscere altri ebrei per non dover giustificare il suo nome e la sua storia.

Solo il giorno del suo 85esimo compleanno trova il coraggio e la forza di pronunciare delle parole che attendevano da anni di essere confessate: “Io non mi chiamo Miriam”.

Probabilmente il cambiamento di identità non avviene nel momento in cui Malika assume il nome di Miriam, ma nel momento in cui sceglie di essere Miriam anche quando la sua vita continua in Svezia.

Una storia profonda, difficile, caratterizzata anche dalla presenza di un cane, nei pressi della casa di Miriam, di nome Kaiser, che identifica l’aggressività imbecille, specchio della violenza umana priva di un reale motivo; una storia di sofferenza, temperata, però dalla presenza di due figure materne: una, prigioniera in un campo di concentramento, prende sotto la sua protezione Miriam pensando che sia ebrea, non nascondendo, però, il suo disprezzo e i suoi pregiudizi nei confronti dei rom; l’altra, una crocerossina che conosce in Svezia, è molto decisa e si prende cura della ragazza, le permette di andare a scuola e le insegna a gestire una casa.

È un romanzo di speranza quello della Axelsson, che ci insegna a riflettere su tragedie dello spessore dell’Olocausto, che ci dimostra che è possibile provare a capire, a pensare a cosa sia stato, che ci spiega cosa significhi la rinascita, sebbene a volte costi cara. Ci insegna a non dimenticare.

È una straordinaria novità quella di raccontare la condizione degli ebrei attraverso gli occhi di una ragazza rom, ed è importante anche la certezza che accompagna Miriam per tutta la sua storia, soprattutto nel matrimonio: non si può dire sempre tutto nella vita; ci sono dei segreti che ognuno custodisce dentro di sé e spesso si prova anche vergogna per ciò che si è, e questo può costituire un’arma per coloro che non ci prendono in considerazione.

Ma la scelta di Miriam, sebbene dura e sofferta, ha dimostrato il suo coraggio, prima per affrontare le difficoltà, e riuscire a sopravvivere, poi per poter conservare intatto il risultato dei suoi sforzi e dei suoi sacrifici, e, infine, per confessare la verità, per rivelare la sua identità, senza badare troppo alle conseguenze. Ci dimostra che, se si trova la forza, le cose possono cambiare, talvolta con la velocità con cui si spegne una candelina.

Ringraziamo l’autrice del libro Majgull Axelsson e la traduttrice Laura Cangemi per l’intervista che ci è stata concessa.

Eleonora Cocciu per Radioeco

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