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James Taylor Quartet, l’uragano dell’acid jazz travolge Pisa

JTQ4Contro ogni stereotipo del jazz educato per ascoltatori infeltriti, l’arrivo a Pisa dell’uragano James Taylor Quartet ha steso mezza platea del Cinema Lumiere. L’esibizione del celeberrimo quartetto inglese all’interno della rassegna Pisa Jazz curata da Jazz Wide era attesissima da settimane. Un pubblico numeroso, variegato, come può essere quello di un concerto rock, ha riempito ogni spazio disponibile nel locale. Il sottoscritto non credeva che il re incontrastato dell’acid jazz e del funk potesse esercitare un simile hype… anzi, no, lo credevo. Infatti siamo arrivati in largo anticipo, così da apprezzare anche le coinvolgenti saette funk degli Organic Groove, band che accoglie il local hero dell’hammond Paolo “Peewee” Durante, insieme alla chitarra di Luca Giovacchini e la batteria di Matteo Sodini.

Ora dobbiamo fare, però, una doverosa premessa, altrimenti non possiamo restituirvi appieno l’atmosfera che ha creato James Taylor insieme ai suoi sodali. Per molti gruppi jazz, ma anche funk, soul, rare groove e compagnia andante, la prova del palco serve più che altro per confermare al pubblico le doti tecniche, soprattutto quando c’è di mezzo l’improvvisazione. Nel caso di Taylor la prova del palco, oltre a confermare il livello tecnico stellare del quartetto, serve anche per evidenziare la capacità di coinvolgere il pubblico su più livelli. Non si diventa un artista così acclamato solo se ti limiti ad eseguire quanto hai fatto nei dischi, magari con qualche arrangiamento un po’ più particolare. Impossibile non rimanere colpiti dall’essenza di animale da palco di James Taylor, della sua capacità di mollare pure l’hammond se necessario per andare a fare balletti a bordo palco. Un pazzo che solo i club londinesi hanno potuto generare.

JTQ11Eppure ad inizio concerto tutte queste considerazioni erano solo fumose congetture che somigliavano più a speranzose divinazioni. L’incipit del concerto è affidato alla soffusa Proctor Quod Et Deus. Per assaporare un’atmosfera più calda, soprattutto con l’aumento dei volumi e dei numeri di Taylor all’hammond, abbiamo dovuto aspettare più o meno il quarto pezzo in scaletta, Never in my wildes dreams, e poi ancora l’esotica Night Walk, che ha visto una prima featuring nel pubblico nei coretti. Tutta questa prima parte è stata un po’ di studio, come se Taylor dovesse capire quale pubblico si trovava sotto palco, se poteva spingere sull’acceleratore oppure limitarsi a fare i compiti. Per fortuna la situazione era ottimale, e quindi l’hammond ha cominciato ben presto a fare scintille. Taylor inizia a graffiare letteralmente la tastiera, con ampie zampate, sorretto da una formidabile sezione ritmica veramente british, asciutta e diretta senza fronzoli.

La prima parte della scaletta vede una grande presenza di pezzi tratti dal relativamente recente Closer To The Moon, dove i nostri puntano naso e occhi sul cinema europeo più che sulle serie televisive anni 70, con il risultato di creare colonne sonore ideali per detective esistenzialisti e un po’ affabulatori.

JTQ8Far scandire il tempo contando fino ad otto, in varie lingue straniere, è un altro degli strumenti semplici, e forse anche un po’ scontati, con cui Taylor fa breccia nel pubblico. Exorcism, anche senza presenza di sax, è trascinante, e rimanda ad ascendenti nobili come Root Down di Jimmy Smith. C’è anche spazio per i tributi alla Motown con il fuoco lento ma inesorabile di Don’t Mess With Mr. T. Gli appassionati di chitarra hanno potuto ascoltare una No way con gli ipnotici assoli di David Taylor, un chitarrista perennemente sorridente e con gli occhi chiusi, completamente immerso nella musica, con interventi che non sono mai stati invadenti e protagonistici, ma sempre puntuali e finalizzati al mantenimento della sonorità.

Al giro di boa arrivano i super classici, come la cover di quel brano di Herbie Hancock, Blow-Up, che nel 1987 segnò la nascita dei JTQ, e conosciuto pure da chi non sa neanche che faccia abbia James Taylor. Subito a ruota segue Theme from Starsky & Hutch, eterno cavallo di battaglia che generalmente piazzano in chiusura di scaletta. Qui il pubblico si agita non poco sotto palco, come giustamente ci si aspetta con un simile groove.

A rinforzo della setlist arrivano anche cover come Green Onions di Booker T. & The Mg’s., Black Talk di Charles Earland ed un’insospettabile e tiratissima Jungle Strut di Santana. E poco prima aveva inserito con nonchalance una citazione di Whola lotta love dei Led Zeppelin e di Paranoid dei Black Sabbath. Nel frattempo per ingraziarsi il pubblico italiano più volte il nostro “Giacomo” chiama gli altri componenti del gruppo con nomi italiani: Andrea, Patrizio e Davide. Ci chiediamo che nomi tirerà fuori in un ipotetico concerto a Pechino.

IMG_20141207_233752L’esuberanza sui tasti – e oltre la tastiera – di Taylor ha regalato uno spettacolo che ha entusiasmato i fan più accaniti ed ha anche offerto un intero mondo da scoprire a chi ricordava il Taylor di Mission Impossible, ma non ne conosceva gli ultimi sviluppi. Note di assoluto plauso vanno alle grasse linee di basso di un imperturbabile McKinney e del batterista “bullet-headed” Pat Illingworth (in formazione anche con i Cinematic Orchestra), straordinario per fluidità e precisione, con uno stile che può ricordare Zigaboo Modeliste. Entrambi i musicisti hanno dato sfoggio anche delle loro capacità nell’uso dei propri cellulari, fotografando e facendo video a loro stessi sul palco e al caloroso pubblico.

Per concludere siamo rimasti colpiti da come alla fine del concerto James Taylor in persona si sia messo a vendere delle copie di Closer to the moon da bordo palco, autografando le copertine. Oltre alle doti di ballerino non ha lesinato neanche sulle abilità da piazzista. Abbiamo assistito compiaciuti anche a questa ulteriore performance, perché la filiera corta dal produttore all’ascoltatore ci è sempre piaciuta parecchio.

E siccome non vogliamo tenerci per noi tutte queste impressioni positive, Closer To The Moon entra di diritto nelle nostre playlist radiofoniche.

Giuseppe F. Pagano

Foto di Andrea Spinelli.
L’intera gallery fotografica la trovate qui

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