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Kafka e il teatro delle risorse umane. “Tu! Ognuno è benvenuto” debutta a Pontedera

Ciò che conduce Radioeco, nelle sere autunnali, a cercare riparo nel Teatro d’Era è un’alleanza. Ci abbiamo scherzato un po’ su con il direttore artistico della Fondazione Pontedera Teatro, Roberto Bacci, ma neanche tanto: l’università “deve” essere la migliore amica di ogni espressione artistica e di ogni tentativo di spiegare il tempo in cui ci agitiamo. Noi portiamo gli occhi e le orecchie voraci degli studenti, il Teatro d’Era ci dona testi e corpi da interpretare. È molto più di un’alleanza tra scrittori assenti e lettori casuali, per questo da noi leggerete qualcosa che non è soltanto una recensione, ma il frutto di un incontro. Non forniamo giudizi, scriviamo lettere per il futuro.

La nostra prima spedizione a Pontedera, mercoledì 23 ottobre, coincide con due spettacoli di gran pregio. Abbiamo assistito alla prima nazionale di Tu! Ognuno è benvenuto, l’ultima produzione della Compagnia Laboratorio di Pontedera. La pièce è frutto della collaborazione tra la regia di Roberto Bacci e la scrittura drammaturgica di Stefano Geraci. Questo collaudato tandem ci ha “abituati” a esiti felici: un anno fa al Collinarea di Lari avevamo apprezzato molto le oscillazioni e le scissioni dell’io pirandelliano di Gengè.

Sulla scena stavolta troviamo Sebastian Barbalan, Silvia Pasello, Francesco Puleo, Alessio Targioni, Tazio Torrini. Alcuni di loro li conosciamo già, soprattutto Puleo e Torrini. Le musiche originali sono di Ares Tavolazzi, il celebre contrabbassista degli Area.

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La nuova opera fa i conti con il frame narrativo dell’ultima parte di America, di Franz Kafka, romanzo incompiuto scritto poco prima dell’inizio della Grande Guerra, e pubblicato postumo nel 1927. Il romanzo è costruito sulle peregrinazioni di un adolescente praghese che arriva nel Nuovo Mondo. Il romanzo s’interrompe proprio sulle vicende del protagonista che risponde al lavoro a chiamata del Nature Theatre of Oklahoma. Il teatro è alla ricerca di collaboratori e promette di prendere a lavorare chiunque si presenti. Da qui parte la pièce di Bacci-Geraci che, in realtà, usa questo racconto come espediente per sviluppare un discorso “altro”, che sviluppa temi cari a Foucault oltre che a Kafka, e si apre molto alla contemporaneità. Il risultato è cinico e deflagrante, come ogni distopia riuscita bene.

Se sei un laureato costretto a depennare i titoli accademici per farti assumere come lavapiatti, quest’opera ti suonerà come inquietante e familiare. E suona altrettanto familiare se ai colloqui di lavoro sei pronto a dire tutto e il contrario di tutto. Perché l’archetipo dello Zio Sam che promette il sogno americano si è disintegrato in un milione di piccoli caporali in doppiopetto, che ti scrutano al riparo delle loro scrivanie, che attraverso la PNL (Programmazione Neuro-Linguistica) riescono a formulare profili psicologici, con lo scopo di selezionare carne da cannone disposta a tutto.

78 tuLa scrittura di Geraci crea la tempesta perfetta: l’ingegnere rumeno interpretato da Sebastian Barbalan rappresenta lo spaesamento per antonomasia, costretto allo sdoppiamento ontologico e linguistico. Il tema kafkiano della metamorfosi quindi ricorre, ma c’è dell’altro: innanzitutto la microfisica del potere, che si manifesta in strutture panoptiche, come scuole, carceri e manicomi, ma anche nei luoghi di lavoro. Sentirsi osservarti induce all’autodisciplina, induce persino al sentimento di colpa senza la colpa. Chi ha il potere? Ovviamente chi può porre le domande. Il potere della domanda trascende persino il senso: può essere di qualsiasi tipo, ma impone al candidato di rispondere. Un po’ come le divise da lavoro portate sulla scena: intercambiabili, eppure necessarie all’inquadramento.

La squadra di reclutamento sulla scena si configura come un trio di sorveglianti, i poliziotti dell’ordine produttivo. Ma la squadra di reclutatori, con la loro organizzazione interna, la formularità delle loro domande e tutto il rito già predisposto della selezione, rappresentano un atto fac-simile del teatro, in cui ogni attore è solo, perfettamente individualizzato e costantemente visibile.

83 bn tuE poi quella porta tanto sognata del Grande Teatro, quella che vogliamo attraversare per raggiungere un’ideale di esistenza, in realtà è un architrave ideologica che sostiene una truffa. Ma c’è una via di resistenza che viene offerta dall’angelo-violinista (Silvia Pasello) sulla scena: liberare il protagonista dai chiodi che lo intrappolano alla sua divisa, al suo ruolo. È il sapere, la consapevolezza della trappola, che crea la resistenza. E non può che essere una lotta locale e nomade.

La conclusione della pièce offre anche la manifestazione di un escamotage meta-teatrale molto efficace: il volantino distribuito all’inizio dello spettacolo diceva “Il grande teatro chiama. Quest’oggi, dalle 21 alle 22.30 sarà assunto personale per il gran teatro. […] Lo fa oggi e una volta soltanto.” L’impiego offerto dal teatro durava in effetti dalle 21 alle 22.30, e l’allusione alla somministrazione di lavoro a tempo non è così velata.

Quest’opera trasmette tutta la ferocia dell’attuale modello di produzione: lo stesso che immaginò Kafka nella sua “America”: una società meccanizzata e disumana. Il nostro “Nuovo Mondo” che divora i suoi figli come Cronos, praticamente l’Italia degli ultimi vent’anni.

Grande prova interpretativa è stata offerta da Puleo, con lineamenti tiratissimi nell’atto di domandare e sorvegliare. E altrettanto notevole è stata la prova di Sebastian Barbalan, capace di creare empatia durante l’interrogatorio “a tempo determinato”.

Dopo la conclusione di Tu! Ognuno è benvenuto, assistiamo allo studio Le parole nascoste, a cura dell’Open Program del Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards. Lo spettacolo, sotto la direzione di Mario Biagini, offre un’intersezione tra canto, ritmo, danza, e azione rituale.

Le parole nascosteLe parole nascoste attinge parimenti alla tradizione dei canti afro-americani del Deep South, e la tradizione proto-cristiana, con canti provenienti dall’Egitto copto e dal Medio Oriente. All’ascolto e alla visione si nota come esista una “continuità imprevista” tra queste due espressioni culturali: il legame non è soltanto religioso, quanto l’apertura che queste forme manifestano alla manipolazione, alla sovrapposizione, attraverso l’utilizzo di registri comuni di movimento e di parola.

Sicuramente questo spettacolo ha già offerto la possibilità a un organico piuttosto “multiculturale” di attori di poter portare la propria storia e la propria voce al servizio di questa coralità che trascende la religione per costruire significati anche laici. E nella coralità non c’è affatto il soffocamento dell’individuo, che anzi emerge grazie a una struttura di “democrazia jazzistica”, dove tutti hanno il diritto all’assolo. Ma se ci pensiamo anche i salmi erano costruiti per rispondere all’esigenza di preghiera come collante della comunità e -insieme- rapporto personale tra uomo e Dio.

Il lavoro dell’Open Program mi trova sostanzialmente appagato. Durante la performance non potevo fare a meno di battere il ritmo, e quindi di sentirmi parte di questa storia, che andando dall’Oriente sino all’estremo Occidente, ci riguarda più di quanto pensiamo.

Giuseppe F. Pagano
(redazione musicale)

Foto di scena Tu! Ognuno è benvenuto a cura della Compagnia Laboratorio di Pontedera
Foto di scena Le parole nascoste a cura di Anna Romani.

 

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Ricordiamo che Tu! Ognuno è benvenuto sarà ancora in scena al Teatro d’Era venerdì 25 e sabato 26 ottobre ore 21; domenica 27 ottobre ore 19; da martedì 29 ottobre a sabato 2 novembre ore 21; e infine domenica 3 novembre ore 19.

Per prenotare i biglietti è possibile telefonare allo 058755720/57034, contattare la mail reservations@pontederateatro.it, acquistarli on line sul sito www.vivaticket.it oppure presso la biglietteria del Teatro Era due ore prima dell’inizio.

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