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I Kasabian in Italia: Roma e Milano vanno on “Fire”

48:13 non fa parte di un’equazione; 48:13 non è una divisione; 48:13 è il titolo di uno degli album più venduti e acclamati dell’anno; 48:13 è il nome semplice, chiaro, breve, che i Kasabian hanno dato anche al loro caleidoscopico tour. Il 31 ottobre e il primo novembre questo tour ha fatto tappa anche in Italia, rispettivamente a Roma e Milano e non si può di certo dire che la band di Leicester, dopo tali eventi, se ne sia andata dal “bel paese” senza lasciare indenne e poco sconvolto il proprio pubblico italiano.

Provare a descrivere cosa sono stati questi concerti si sta tramutando sempre più in una missione impossibile. Ogni parola ci appare futile; ogni volta che tentiamo di dare un’idea della spettacolarità dei giochi di luce, delle movenze da animale da palcoscenico di Sergio, dei salti fatti in perfetto sincrono da tutto il pubblico sia romano, che milanese, non ci sembra altro che fatica sprecata. Solo chi era presente può davvero comprendere la nostra difficoltà nel tramutare in parole la potenza, l’euforia con cui siamo stati travolti da Pizzorno e soci in quei due giorni. Forse ad aiutarci in questa ardua impresa, basterebbe la parolina stampata sulla maglietta bianca di Sergio a Milano; sei parole per riassumere cosa queste due serate sono state per noi: semplicemente una “figata”.

Sergio Pizzorno a Milano. Foto di Alessdro De Vito

Sergio Pizzorno a Milano.
Foto di Michele Aldeghi

Non sappiamo bene cosa questi artisti inglesi abbiano in più rispetto ai loro colleghi; saranno le birre bevute a ogni ora del giorno, o la pioggia costante, chissà; eppure ogni volta, con la loro scenografia scarna, umile, dotata dello stretto necessario, riescono sempre a trascinare (o meglio, a far pogare) migliaia e migliaia di spettatori, offrendo loro comunque uno spettacolo irresistibile, unico ed irripetibile. I Kasabian, così come i Franz Ferdinand, o gli Arctic Monkeys (giusto per citare alcuni dei gruppi visti dal vivo quest’anno) non hanno avuto bisogno di strutture megagalattiche, o di effetti pirotecnici di chissà quale tipo, per lasciare a bocca aperta il proprio pubblico; hanno semplicemente puntato tutto sulla loro musica, sul loro carisma e sulla voglia di spaccare i culi ai loro colleghi ben più conosciuti e famosi. Certo, a far da cornice ad esibizioni impeccabili e coinvolgenti come quelle di Eez-eh, Fire, o Underdog ci hanno pensato giochi di luce non indifferenti; eppure questi non sarebbero stati sufficienti se dietro non ci fosse stata una carica trascinante come quella di Sergio (e della sua codina), o la voce unica, irresistibile ed ipnotizzante di Tom Meighan. Già, Tom Meighan. Sappiamo a cosa state pensando e sì, avete ragione: Tom un po’ strano lo è. Proveniente dalla “scuola” di Liam Gallagher, con la sua posizione sul palco, l’esasperazione della pronuncia dialettale e gli immancabili occhiali da sole indossati per tre canzoni buone a inizio concerto, Tom ricordava parecchio l’ex leader degli Oasis. Dopotutto, ricordiamoci che i Kasabian stessi hanno avuto modo in passato di avere a che fare con la band di Manchester, dato che ebbero l’onore al tempo di aprire qualche loro concerto. Ciò però non giustifica il comportamento un po’ straffottente di Tom. Ma noi, alla fine, che ce ne frega?; l’importante è Meighan e compagni continuino ad offrirci quello che ci hanno offerto la scorsa settimana, ossia un’esibizione da urlo.

Puntare tutto sulle canzoni si diceva poco fa, perché questo è quello che dovrebbero fare i veri cantanti. E i Kasabian tutto ciò lo hanno fatto: oramai la band di Leicester può tranquillamente permettersi di fare un’intera scaletta di hit, il che, dati i tempi in cui viviamo, non è poco. Diciamoci la verità, non è da tutti riuscire, dopo una carriera relativamente breve, a ricoprire due ore di concerto con pezzi quasi interamente conosciuti ai più. E con “conosciuto” non vogliamo di certo alludere in questo caso a un brano di bassa qualità. Si mettanto pertanto l’anima in pace quei puristi – eccessivamente integralisti – che continuano a malvedere la grande capacità di questa band di essere fruibile al grande pubblico, senza però per questo motivo scendere di livello nelle qualità delle composizioni. I Kasabian da 10 anni a questa parte continuano la loro ascesa musicale componendo musiche e scrivendo testi degni del successo che stanno ottenendo, e se poi da gruppo più di nicchia si è tramutato in un gruppo acclamato a livello mondiale, pazienza; l’importante è che di un tale successo la loro produzione non ne risenta; che non arrivino, cioè, a perdere quella qualità grazie alla quale ci hanno conquistato, e questo al momento, fortunatamente, non sta accadendo.

Ritornando al concerto, possiamo aggiungere che in due ore di live i Kasabian hanno affiancato a nuovi brani tratti dal loro ultimo album 48:13 (come Eez-eh, o Bow) vecchie glorie come Days are forgotten, Goodbye Kiss, Shoot the runner, Man of Simple Pleasures, ma allo stesso tempo (il che è molto apprezzabile) hanno rispolverato anche brani un po’più datati e, pertanto, un pochino più sconosciuti  ai più, come Take Aim o I hear voices.

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Foto di Massimo Barbaglia

Ma la vera chicca, lasciatecelo dire, è stata assistere all’esibizione di una cover che, sì, ok, visto il periodo dell’anno –Halloween e il giorno di ognissanti – sarà calzata a pennello, ma considerando le vette di epicità e incredulità raggiunte in quel momento, mai avremmo creduto possibile una sua esecuzione; stiamo parlando del riadattamento in chiave elettro-rock della colonna sonora di uno dei film più visti e amati di sempre: Ghostbusters. In quei tre minuti sfidiamo chiunque a non avere avuto la pelle d’oca; altro che una schiera di fantasmi pronti ad attaccare la terra! Quella sì che era roba da far accapponare la pelle. Ulteriore “momento-epicità” si è raggiunto a Roma con l’esecuzione di una seconda parte di Treat tutta strumentale e sorretta da un gioco di luci avvolgente, che ci ha lasciato tutti a bocca aperta.

Che dire, quelli italiani sono stati due live al limite della perfezione; e se perfetti non lo sono stati, purtroppo, non è stato a causa di una qualche mancanza da parte dei Kasabian. Ancora una volta ci troviamo nella posizione di sottolineare le lacune che alcuni nostri edifici ancora presentano. Non esiste che un luogo come il Mediolanum Forum di Assago presenti un’acustica così terribile; casse troppo alte e troppo vicine alle tribune; posizione degli amplificatori rispetto al parterre; insomma, il pubblico magari in molti non ci avranno fatto caso, ma per chi ha una certa dimestichezza con i concerti non sarà di certo sfuggita una certa alterazione nella voce sia di Tom che di Sergio, rese più elettroniche del dovuto. Tant’è che a volte sembrava di ascoltare Bender di Futurama esibirsi e non mr. Meighan. Problema opposto invece a Roma: nella capitale il pubblico – e gli stessi Kasabian – hanno dovuto avere a che fare con non pochi problemi riguardanti la resa del suono e l’accordo degli stessi strumenti; un problema questo, che ha generato anche qualche ritardo con la scaletta e un’esecuzione di Goodbye Kiss da parte di Sergio con la chitarra elettrica invece di quella acustica a causa di problemi di accordatura per quest’ultima.

A parte questo, che altro aggiungere se non concludere questo articolo nello stesso modo in cui lo abbiamo iniziato, ossia sintetizzando questa esperienza utilizzando la stessa parola stampata sulla maglietta di Sergio: FIGATA.

Elisa Torsiello & Iacopo Galli

 

 

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