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Keb Darge per il Record Store Day: intervista con il Highlander

Keb Darge per il Record Store Day: intervista con il Highlander

“I was more interested in dancing, but then when I did the djing I think I got a shag that night and I thought: I think I fucking like this djing business!”
Keb Darge

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Un incontro decisamente esplosivo quello di sabato 16 Aprile 2016 con Keb Darge, DJ di fama internazionale ormai pluridecennale giunto ai lidi pisani direttamente da Tel Aviv (con scalo ad Istanbul, ci informa animatamente) in occasione della IX edizione del Record Store Day, un’iniziativa istituita nel 2007 negli Stati Uniti e che, ormai annualmente, propone di valorizzare e promuovere su scala globale, almeno per un giorno all’anno, la vendita in negozi non gestiti dalle grandi case discografiche multinazionali dei cari vecchi vinili che, come sappiamo tutti (Keb in primis), semplicemente non possono essere eguagliati.

“I like my vinyl, it sounds warmer, there’s something…[...] it sounds warmer to me, I don’t know how to explain why”

Nato nel ’61 nelle aspre Highlands scozzesi, Keb Darge ci colpisce immediatamente come un pugno in faccia, o meglio come una fiammata di whisky in gola, con tutta la sua esuberante schiettezza così tipicamente caledone: senza peli sulla lingua e con una sigaretta perennemente accesa tra le labbra, il nostro ormai non più giovane ma non per questo meno focoso Keb, una sorte di Begbie di welshiana memoria, ci racconta, mentre stiamo comodamente seduti davanti al negozio di dischi Sanantonio42, della sua tormentata e rocambolesca storia d’amore con il mondo della musica e in particolare dei dischi. Dopo essersi rinfrancato l’animo con qualche sorso della bevanda per cui gli scozzesi sono noti in tutto il mondo (“Ah, whisky! There’s nothing like it”), per riposarsi un poco prima dell’esibizione, che incomincerà diverse ore dopo quella stessa sera, al Deposito Pontecorvo, il signor Darge ci tratta, a modo suo, come amici di lunga data svelandoci gli aneddoti più salienti della sua carriera, a partire dal suo primo ingaggio fuori dal Regno Unito, a Tokyo nel ’89.

“So my first trip was off to Japan and the Brain Club were paying me £50 a night: I turns up in Tokyo and all that and I does my first gig and I had a young Japanese girl with me, as you do – I was young you know – and the fucking guy at the end of the night hands me the money and was like Japanese are very polite so he apologised saying ‘oh I’m afraid it’s not very much’ and I thought it must be about £20, it’s fucking all yen… it was £750! Fuck me! Fuck this djing is all right when you go abroad…”

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Iniziando come massimo esponente dei DJ dediti al movimento musicale della Northern Soul intorno al 1985, Keb ci racconta, intrecciando storie di ordine quasi intimo a questioni di ordine musicale, i cambiamenti nel suo stile e nella sua scelta musicale. In seguito al divorzio con la sua prima moglie nel 1987 dovette vendere tutti i suoi dischi, il che lo portò ad andare negli Stati Uniti a letteralmente saccheggiare piccole case discografiche di serie B e ex stazioni radio fallite alla ricerca di decine di dischi a bassissimo costo, accumulando una serie di “shit records” da buttare in soffitta, dalla quale, grazie all’intervento quasi ex machina di un giovane vicino a cui inconsapevolmente Keb aveva regalato un bel album Funk, tornano ad uscire piccole perle sconosciute di un mondo funky totalmente sommerso: e così è nato il Deep Funk, della cui riscoperta Keb, notoriamente, è stato pioniere e paladino:

“I thought: nobody’s going right into this funk thing, I’m gonna do it! And I started the ‘Deep Funk’ thing”.

Ma il Deep Funk non poteva durare in eterno, e scoperti tutti i dischi che si potevano scoprire il nostro collezionista seriale si diede al Rockabilly, tentando di abituare lentamente il suo pubblico al cambio di sound. Non fu facile, ci confessa Keb, ma con l’uscita del film su Johnny Cash (l’allusione è sicuramente a Walk The Line del 2005) e l’esplosione mediatica di figure come Amy Winehouse il pubblico tornò a ballare, sulla sottile linea di confine che separa il revival dalla rinascita di interesse, ai suoni secchi e agitati del Rockabilly. Venduti tutti i dischi Funk, con lo stesso modus operandi di prima Keb si recò negli Stati Uniti per comprare, nel giro di poche settimane, un’infinità di dischi per un totale di circa £65000. A questo punto abbiamo capito che il nostro scozzese quando deve fare qualcosa non ci va per il sottile.

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Ma neanche il Rockabilly era destinato a diventare il punto d’arrivo di Keb Darge, tanto irrequieto nella vita privata quanto nel gusto musicale. Da pochi anni a questa parte il DJ nordico dal minaccioso sguardo di ghiaccio si è dato totalmente al Garage Rock degli anni ’60, trovando un mondo sommerso e oscuro di dischi, principalmente singoli, che videro la luce del sole talmente poco da essere stati dimenticati dalle civiltà umane: rovistando con un naso sopraffino tra gruppi durati pochi mesi e dischi stampati in poche centinaia o talvolta decine di copie, Keb Darge sta lentamente riportando all’universo noto nomi come quelli di The Wilde Knights e Keith Kessler, la cui Don’t Crowd Me, oltre ad essere un pezzo che caldamente consiglio, sta alla base di succesi come Tainted Love di Ed Cobb, reso noto dalla cover dei Soft Cell: insomma, roba che in confronto Tarantino sembra un dilettante nella riscoperta di piccole perle dimenticate.

E così tra una caterva impossibile da ricordare di nomi e di date, Keb Darge ci offre un simpaticissimo scorcio sul mondo dei vinili e della vita da DJ itinerante (Keb ha vissuto, fino al disastroso tsunami di pochi anni fa, per diversi anni nelle Filippine), e la sua esibizione notturna al Deposito Pontecorvo non ha deluso le aspettative: pieno di carica, buon umore e dischi che hanno scaldato la serata, l’esperienza della Record Store Day nei suoi panni pisani ha piacevolmente concluso il fine settimana di chi vi scrive. Qui sotto, per volontà di informazione, vi proponiamo la lunga intervista che, sebbene un po’ più difficile da seguire a causa del forte accento scozzese e la colloquiale informalità di Keb, non può che strappare grosse e grasse risate a chiunque avrà la pazienza di ascoltarsela fino alla fine, quando, poco prima che il registratore si spegnesse, Keb conclude con un fuori onda “Yeah baby, have some whisky”.

Intervista 

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