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Kill Twigs Vol. 1: Pene di recensioni perdute

Torno dopo lunga assenza a scrivere due pensieri due un po’ così sulla musica in cui mi sono imbattuto. Con la speranza di un impegno futuro più costante, recupero ora due album della mia estate, sui cui volevo scrivere senza poi farlo.

DJMustard_10summersSpesse volte nelle fresche sere di questa estate ho ascoltato 10 Summers di DJ Mustard e dei suoi beat avrei fatto bombe per bombardare il mondo. Non si tratta tuttavia del capolavoro maestoso in cui confidavo, ma di un lavoro assai solido congegnato dal produttore californiano a glorificazione del suo dominio incontestabile sulla scena hip-hop americana, ormai completamente soggetta al suo stile, tra opere autentiche e plagi (a cominciare da Fancy), senza né la voglia né la necessità di osare più del dovuto. Ma se niente in questo album può essere lontanamente paragonato al meglio della sua produzione, anche un Mustard macchinale risulta superiore alla media.

Svincolandosi di preferenza, Tinashe e Ty Dolla $ign rilegati a fugaci sebbene incisive incursioni, da ogni concessione all’R&B, il ramo che di recente aveva dato i frutti più maturi, l’album punta sull’hip-hop duro e puro, confermando nel mentre la sconsolante tendenza di Mustard a degnare della sua arte gente immeritevole e di poco conto, ricondottasi alla sua corte nella speranza di raccattare anche una briciola sola del suo successo. Ne consegue che, i grandi nomi riducendosi a comparsate svogliate, al contempo tributo richiesto dal signore e modo per farsi vedere con lui, a sorprendere sono soprattutto gli sconosciuti, più convinti e convincenti.

Né opera necessaria per i già devoti, né introduzione imprescindibile per i non iniziati, 10 Summers è semplicemente l’affermazione di sé di un produttore talmente di successo che può persino permettersi di dare al mondo l’album di debutto per nulla e a cui non si possono che augurare dieci di queste estati. Voto: 7,5.

FKARare volte, nelle desolate notti d’estate, ho ascoltato l’intitolato così originalmente LP1 di FKA Twigs e ho meditato pensieri suicidi. A seconda delle circostanze, provano a vendertela come il futuro dell’R&B, come l’avvenire dell’elettronica, come il domani del pop, ma è più semplicemente l’ultima dei tanti che, disprezzando in cuor loro il pop, cercano di fare pop a modo loro, cioè riassemblandolo, e che in tempi recenti hanno trovato i propri paladini tra le file della PC Music ‒ e colgo qui occasione per sconfessare e redimere la mia iniziale avventata ammirazione ‒, la cui impresa è destinata al fallimento.

Con Twigs, in partcolare, siamo alle prese con uno zombie anemico messo insieme coi resti privi di vita della musica pop che fu da cui è stata spremuta pur l’ultima stilla di sangue rimastavi, e penso al trip-hop anni ‘90, di cui queste produzioni mi paiono un aggiornamento poco ispirato e assai barboso (alcune tracce si susseguono quasi indistingubili l’una dall’altra), o meglio ai Garbage che vi si cimentavano (durante l’ascolto mi tornava il ricordo di canzoni come #1 Crush o You Look So Fine), ma penso anche a Ciara, sicura influenza, ripresa solo superficialmente e quasi spogliata dell’anima, e a Cassie, i cui cassie-smi vari, usati e abusati in tutti questi anni dai compari di Twigs, risultano fuori tempo massimo per la stessa Cassie. E qui sospendo ogni giudizio sui versi che sembrano tratti di peso dalla letteratura decadente più deteriore.

Il risultato ha qualcosa da dire solo a coloro che, condividendo lo stesso disdegno per il pop, sono gli unici a curarsi di una candidatura al Mercury Prize e che giammai si accosterebbero ad un album di Cher Lloyd, anzi mi rinfaccerebbero, come pure mi è stato fatto di recente su Twitter, il mio apprezzamento per lei, quasi questa fosse una tara che mi impedirebbe la comprensione di gente come Twigs. Ma proprio ieri ripercorrevo la discografia di Kesha e vi ho trovato più spessore e profondità di una Twig qualunque, e versi migliori. Voto: 4.

Luca Amicone

Redazione musicale

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