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Kurt Cobain: il primo incontro con Anthony Kiedis

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Terzo appuntamento con le stelle della musica al Cinema Arsenale. Mercoledì 21 verrà proiettato alle 20:30 Montage Of Heck, documentario sulla vita di Kurt Cobain.

Nel 1991 ci fu uno dei tour più importanti della storia del rock. Addirittura c’è chi considera quella line-up una delle migliori di sempre. La locandina a destra vi rinfrescherà la memoria.

In effetti era tanta roba.

In effetti era tanta roba.

Anthony Kiedis, frontman dei RHCP, racconta così il suo primo incontro con Kurt Cobain, e ricorda l’omaggio di Tearjerker come reazione alla tragica notizia del suicidio, avvenuto tre anni dopo.

“Più procedeva il tour, più la folla aumentava. All’arrivo sulla West Coast eravamo passati dai teatri agli stadi, così i promoter intuirono che avevamo bisogno di un altro gruppo, più noto dei Pearl Jam. Il secondo album dei Nirvana, “Nevermind”, era appena esploso e io ne andavo pazzo. così suggerii che fossero loro a prendere il posto dei Pearl Jam. Eddie e i ragazzi capirono, così Lindy (Goetz, manager, ndr) chiamò i Nirvana, ma il loro manager gli disse che non erano disponibili. Presi il telefono e chiamai io stesso il loro batterista, Dave Grohl.
“Anthony Kiedis! Cavolo, ci piacete, ragazzi. Siamo cresciuti ascoltandovi a Seattle.” esclamò Dave. Mi disse che avevano appena finito un lungo tour e che Kurt Cobain era stremato, ma avrebbe cercato di convincerlo a suonare sulla West Coast. E ci riuscì. I Nirvana si unirono al cartellone, ma a quel punto Billy Corgan mise fuori gli Smashing Pumpkins. Sembra che uscisse con Courtney Love, che allora era la ragazza di Kurt, perciò si rifiutava di stare nello stesso cartellone con i Nirvana, e meno che mai di aprire il concerto per loro. E così i Pearl Jam tornarono a bordo.
La nostra prima esibizione avvenne alla Sports Arena di L.A. [...] Quella sera incontrai per la prima volta Kurt Cobain. Prima dello spettacolo ero andato nel suo camerino per salutarlo ed era con Courtney: sembrava a pezzi, come appena uscito da una pesante baldoria. Aveva i vestiti strappati, una brutta cera e l’aspetto di uno che non dormiva da giorni, ma, per un altro verso, era bello. Rimasi di sale di fronte alla sua presenza e alla sua aura. Mi parve gentile. Facemmo una gradevole chiacchierata e lo ringraziai per aver accettato di suonare a quei concerti, anche se tornare in tour era in quel momento la cosa più lontana dalla sua testa.
Continuavo a guardare Courtney, convinto di averla già vista. Poi lei cominciò a gridarmi: “Anthony, non ti ricordi di me? Di solito ti caricavo che facevi l’autostop a Melrose nel cuore della notte, quando tu e Kim Jones eravate fatti. Facevo la ballerina, allora, e vi ho prestato venti verdoni, mai restituiti.” Arrivò il momento dei Nirvana e Kurt si tirò su, uscì dal camerino, e questo tipo che pareva un morto resuscitato salì sul palco e soggiogò il pubblico, inscenando uno show come si vorrebbe sempre vederne. La loro cruda energia, la loro musicalità e la combinazione delle canzoni tagliavano la notte come una motosega.
[...] Stavamo lavorando quando telefonò Lindy per dirci che Kurt Cobain si era suicidato. La notizia lasciò tutti senza fiato. Non provai le stesse emozioni che mi aveva suscitato la morte di Hillel (Slovak, primo chitarrista dei RHCP, ndr); era più una sensazione tipo “Cristo santo, il mondo ha appena subìto una grave perdita.” La morte di Kurt mi colse alla sprovvista, perché io non do mai nessuno per spacciato, neppure se è evidente che la sua missione è farsi del male; mi aggrappo sempre alla speranza che possa riprendersi. Alcuni dei peggiori drogati che ho conosciuto adesso sono puliti.
Fu un duro colpo per tutti noi. Non saprei spiegare perché tanta gente si sentisse così vicina a quel ragazzo; fatto sta che era amato, affascinante, aveva un suo strano modo di sembrare inoffensivo. Nonostante tutte le urla e i lati oscuri, era semplicemente adorabile. La sua morte cambiò tutta la nostra esperienza laggiù (le registrazioni di “One Hot Minute” si svolsero alle Hawaii, ndr). Dentro di me si risvegliò qualcosa; desideravo trovare un modo speciale di esprimere il mio amore per lui, senza che fosse un’ovvia “ode a”. Quel giorno mi ritirai in una casa verso il fondo della proprietà e cominciai a scrivere le parole per Tearjerker.”

Tearjerker

My mouth fell open
Hoping that the truth
Would not be true
Refuse the news

I’m feeling sick now
What the fuck am I
Supposed to do
Just loose and loose

First time I saw you
you were sitting
Backstage in a dress
A perfect mess

You never knew this
But I wanted badly for you to
Requite my love

Left on the floor
Leaving your body
When highs are the lows
And lows are the way
So hard to stay
Guess now you know
I love you so.

I liked your whiskers
And I liked the
Dimple in your chin
Your pale blue eyes

You painted pictures
‘Cause the one
Who hurts
Can give so much
You gave me such

Tratto da Scar Tissue, autobiografia di Anthony Kiedis.


Qui trovi la recensione del documentario su Kurt Cobain. Inoltre Demography condisce il tutto con una playlist adatta per l’occasione. Vai col trip.

ops we

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