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Kurt Cobain: Montage of Heck

“Then that Cobain pussy had to come around and ruin it all”

Così il wrestler Randy The Ram (Mickey Rourke) liquida l’impatto che Kurt Cobain ebbe sugli anni ’90, in uno dei migliori film di Darren Aronofsky. Un commento così tranchant non lascia spazio a sfumature. Sfumature che invece vengono poste in rilievo da Montage of Heck, il documentario di Brett Morgen sull’icona grunge più famosa di tutte.
Il racconto segue un ordine cronologico ma svincolato dalle regole classiche di sviluppo della trama. Alterna immagini di repertorio a animazioni basate su frasi e appunti di Cobain, esibizioni live e visioni oniriche del disagio interiore che tormentavano il frontman dei Nirvana.
Brett Morgen ha avuto libero accesso anche a filmati personali strettamente riservati, come quelli che riprendono la piccola Frances Bean Cobain (produttrice esecutiva del film) nel contesto squallido e disagiato in cui veniva cresciuta da Cobain insieme alla moglie Courtney Love. Sono presenti anche le testimonianze dirette di Dom e Wendy Cobain (i genitori ora separati), del bassista Krist Novoselic, e della prima fidanzata, oltre che della stessa Love. kurt-cobain-montage-of-heck

Parlare di Kurt Cobain a più di vent’anni dalla sua morte può apparire ridondante, superfluo, pleonastico. In realtà il documentario è utile a ricollocare la rockstar-famosa nella realtà che lo circondava. Per questo la prima parte è il vero valore aggiunto dell’opera. Perché c’è la madre tutta truccata che racconta un dolore reale ma forse non così sentito, perché c’è un padre in imbarazzo che non sapeva cosa fare all’epoca, e non sa cosa dire oggi. Perché ci sono i germogli dei demoni che hanno condizionato l’intera vita di un artista che ha segnato un’epoca.

I Nirvana sono in sottofondo, percepiti dal protagonista come una via per la salvezza, ovviamente illusoria. Brett Morgen oltrepassa la privacy mostrandoci i filmati dei due tossici innamorati alle prese con una figlia inconsapevole. Lo sgomento è forte, il disagio è tangibile. Chissà cosa avrà pensato lei, Frances Bean, a rivedersi in immagini così candidamente crude. Le parole di Courtney Love per una volta non hanno l’intenzione di accusare, di creare polemica, ma suonano stranamente sincere. Più vere del suo viso, totalmente ricostruito.

Confrontandosi con certe icone, si ha spesso l’impressione che sia l’arte ad impossessarsi delle loro vite per manifestarsi in forme altrimenti impossibili da ottenere. E che li renda immortali agli occhi del nostro mondo, ma inadeguati nel loro.

Montage of Heck non parla della grandezza artistica dei Nirvana né del peso insostenibile del successo, ma dell’insostenibile leggerezza di Kurt.

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