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L’isola dei cani: la recensione

Il primo maggio segna un doppio avvenimento per gli appassionati del cinema di Wes Anderson. Non solo la festa dei lavoratori sarà sinonimo di festa, ma anche il giorno che segnerà il ritorno al cinema dell’autore texano con il suo L’isola dei cani. Qui la nostra recensione.

isola dei cani

C’è un velo quasi ossimorico ad ammantare L’isola dei cani, ultima fatica cinematografica di Wes Anderson. Il Giappone, terra di fedeltà patriottica e di onorevole rispetto, viene de-costruita dalla potenza dell’immaginazione dell’autore texano, divenendo il perfetto ambiente andersoniano, perché coacervo di personaggi bizzarri, dominato da regole altrettanto eccentriche. Eppure, come in ogni opera di Wes Anderson che si rispetti, un barlume di realismo è pronto a essere scovato. E allora eccola la sfumatura ossimorica, che vuole l’universo in cui i cani vengono banditi a causa di una misteriosa epidemia su un’isola deserta fatta di spazzatura, perfetta proiezione nipponica degli slogan urlati e dell’intolleranza razziale tipica dell’avanzata di Donald Trump verso la Casa Bianca. Da buon racconta-storie qual è, Wes Anderson cerca di stabilire un punto di incontro tra il comparto fantastico della sua storia e quello più realistico del mondo che lo circonda, affidando ancora una volta a un piccolo sognatore senza famiglia (proprio come sognatori e orfani erano Zero in Grand Budapest Hotel e Sam Shakusky in Moonrise Kingdom) il ruolo di salvatore e liberatore dalle oppressioni provocate dal mondo degli adulti. In questa favola distopica, dalle tonalità calde e sporche degne di uno scenario post-apocalittico in cui a ogni deflagrazione la cenere dell’esplosione ha coperto gli occhi del popolo e bruciato il cuore di ogni abitante, la forza del potere e della propaganda ha vinto sulla verità. Non a caso a farne le spese sono proprio loro, i cani, da sempre simboli di fedeltà ed eterna amicizia nei confronti degli umani (e il Giappone, neanche a farlo apposta, è anche patria di un cane come Hachikō). La deportazione di King, Boss, Duke, Rex, Chief e di ogni altro cane immaginabile e possibile sull’isola di spazzatura, sembra, col senno di poi, la perfetta metafora della caduta degli ideali e della fedeltà di un popolo (l’America) nei confronti del proprio leader (Donald Trump), bramoso di potere. Dinnanzi a una mente come quella di Wes Anderson, così naif e idealista, la versione diegetica e cinematografica della realtà è destinata a un lieto fine, con il sindaco Kobayashi pronto a soccombere dinnanzi a una forza molto più potente di quella messa in atto dal suo comparto politico e comunicativo: la purezza dell’infanzia e il coraggio dei più piccoli. Una forza, rappresentata dal piccolo Atari – principe di un mondo pronto a implodere su se stesso a causa della megalomania dello zio Kobayashi – esaltata anche dalla tecnica di rappresentazione dell’opera, quella stop-motion figlia della lotta di classe in plastilina di Fantastic Mr. Fox, che sa di favola e di sogno.

Eppure, come ogni favola che si rispetti, anche L’isola dei cani cela il proprio potere attrattivo dietro quella giusta scelta delle parole. La verità si rivela agli occhi delle persone per mezzo di frasi urlate a megafoni, più che a testimonianze video, e concetti affidati a chi la parola non sembra averla: i cani. A salvare Megasaki dall’onda tirannica del proprio leader è, dopotutto, proprio un haiku, a rinforzo di un pensiero che, come ci insegna anche Nanni Moretti, sta a sottoscrivere quanto le parole siano importanti. Un concetto che Wes Anderson, nel corso della propria carriera, non si è mai stancato di reiterare attraverso personaggi drammaturghi, giornalisti, romanzieri, quasi a suggerirci il vero potere con cui sconfiggere il male. E l’isola dei cani, con quel suo tripudio di didascalie, cartelli e ideogrammi generati dal sottosuolo tradizionale giapponese, non è altro che l’ennesimo rimando al vero potere di cui l’uomo dispone e che, se donato anche ai cani, può trasformarsi in ancora di salvezza. In questa lotta alla manipolazione della verità, messa in campo allo scopo di perseguitare le minoranze, a creare il giusto senso di pathos è il commento musicale creato da Alexandre Desplat. Infarcita di rimandi orientali, la colonna sonora del compositore premio Oscar è il perfetto trampolino di lancio di una rincorsa a perdifiato nel mondo iperdettagliato, così realistico e così fittizio, de L’isola dei cani, dove a ogni morso e abbaio si susseguono risate e commozione. Un mondo dai richiami artistici così simili a quelli trasposti sulla tela da Hokusai, che ben si adatta allo stile autoriale di Wes Anderson, fisso sull’attenti e pronto a muoversi in due direzioni possibili (alto-basso, destra-sinistra e viceversa). Ma basterà un colpo di tamburi e un ringhio animalesco che il precario equilibrio di Megasaki verrà meno e l’ordine delle cose troverà un nuovo condottiero. Un condottiero puro, fedele e innocente. Proprio come i cani.

Voto: 9

Elisa Torsiello per Radioeco

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