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La differenza sta nel “prima”…

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Il calcio spesso è figlio di episodi. Vero. Nel calcio non c’è niente di scontato, ancor più che in altri sport. Verissimo. Però il calcio ha delle regole non scritte che molte volte sono infallibili; ci sono dei segnali, delle luci, che mentre brancoli nel buio ti fanno capire quale potrebbe essere la direzione. E nel calcio, soprattutto in quelle partite in cui il cuore e la testa contano più delle gambe, è fondamentale come ci arrivi a certe gare. E’ decisivo come le prepari, l’avvicinamento, il prima. E’ decisivo perché è lì, prima, che costruisci quella forza mentale e motivazionale che fa la differenza, che sposta il dettaglio a tuo favore, che alza gli standard del tuo rendimento rispetto a quello dell’avversario.
Questo credo sia il modo migliore per spiegare la vittoria dell’Inter nel derby di ieri sera. Certo ci sono stati l’errore di Abate e il chirurgico sinistro di Milito, c’è stato Julio Cesar e un briciolo di quella fortuna che serve sempre per portare a casa questi incontri; ma quello c’è stato di determinante, è stato prima, durante la settimana che ha preceduto questa stracittadina.
C’è stata una società da sempre maestra nel gestire le situazioni complicate che non ha fatto quello che doveva fare e ce n’è stata un’altra, irrisa da decenni ormai (anche a ragione spesso) per la capacità di rovinarsi da sola con le proprie mani, e che invece stavolta ha dato sfoggio di sette giorni da manuale della serenità.
C’è stato un Milan che ormai aveva chiuso il passaggio di Pato al Psg e che invece, per diktat presidenziale, ha mandato tutto all’aria facendo sì che il Papero, inviso ad Allegri, scendesse poi in campo nel derby risultando a tratti imbarazzante. Sta qui la chiave del match di San Siro. Non perché senza Pato il Milan avrebbe sicuramente vinto (sebbene sia ormai consolidato che Ibrahimovic giochi meglio con Robinho a fianco), ma perché l’affare buttato a monte ha impedito ai rossoneri di svoltare come avrebbero voluto e dovuto nella preparazione della partita. Non ha svoltato Allegri, che vistosi recapitare di nuovo Pato a Milanello, ha tradito le sue convinzioni tattiche e lo ha gettato nella mischia, sperando nella voglia di rivalsa del boyfriend presidenziale, che invece ha proseguito nel suo smarrimento. Se l’affare Pato fosse andato in porto si sarebbe messo un punto e dopo si poteva davvero mettere la testa sulla partita senza riserve; invece fino a domenica mattina si parlava di Pato rimasto, di Pato che probabilmente avrebbe giocato titolare, e che però il mercato è lungo e tutto ancora potrebbe succedere.
Sembrano stupidaggini per qualcuno che non ha mai vissuto uno spogliatoio. Ma lo spogliatoio è fatto di equilibri fragilissimi, basta un niente per caricarsi o deprimersi. A volte addirittura tutto accade in modo quasi inconscio tra i calciatori. Sembra di essere al massimo mentalmente. Appunto, sembra. Ma non lo si è. I giocatori non vivono in una cappa che li estranea dal mondo, guardano anche loro Sky Sport come noi. E ad un gruppo, benché stracolmo di esperienza come quello milanista, può aver fatto male sentir parlare di Pato, solo Pato, e ancora Pato.
Ancora una volta, come spesso sottolineato in questa rubrica, la gestione del “fuoricampo” incide più di quanto si pensi nelle vicende del campo: chi dimentica questa lezione è destinato a subir danni. L’allenatore del Milan aveva deciso di concerto con il suo amministratore delegato di vendere l’attaccante brasiliano. Si trattava di una scelta meditata: Allegri è un anno e mezzo che vede l’attaccante brasiliano, durante gli allenamenti e in partita. Spesso gli ha preferito Robinho e il campo gli ha dato ragione. Pato è oggettivamente troppo ingombrante nello spogliatoio per il noto legame con Barbara e Allegri è troppo intelligente per non saperlo. Pato meno di un mese aveva dichiarato pubblicamente di non trovarsi proprio a suo agio con il tecnico toscano. Cose che fanno male ad un gruppo sano. Cose non da Milan. E Allegri stava agendo per il bene del Milan. Galliani, che non è uno sprovveduto, aveva capito da che parte stare. Poi è arrivato lui e ha deciso. Perché gli andava così. Come fa da sempre in ogni campo. Fregandosene dei suoi collaboratori. Ma questo metodo non paga perché poi si gioca a San Siro e non a Palazzo Madama.
Una squadra è fatta di 11 giocatori soltanto dal primo al novantesimo; per tutto il resto del tempo una squadra è fatta dalla società, dall’allenatore, dalle riserve che compongono il gruppo. Se una squadra riesce a fare sistema, e c’è totale rispetto dei ruoli, le possibilità di successo aumentano a dismisura. Se invece le componenti agiscono in modo non sinergico, non è difficile prevedere cosa posa capitare. Anche se il calcio è fatto da episodi.

Andrea Salvini
Redazione Sportiva

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