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La felicità è una parola importante

felicità

La danza, Matisse


Felicità deriva dal latino ‘felix’
.
Che non è un gatto, a me i gatti non piacciono.
Felix è molto meglio di un animale domestico.
Più furba di un felino che sa sempre sotto quale mattonella si nasconde il tubo del riscaldamento.
Di un gatto, ha pure più vite.
Felix infatti è una parola.

I romani la usavano per descrivere un uomo contento, pienamente soddisfatto, praticamente uno che coi sesterzi ci campava moglie e figli, zie e sorelle, e con quello che ne restava ci si passava pure qualche piacere in osteria, per le piazze o dove gli pareva a lui.
Mangiava, beveva, vedeva i figli crescere in salute, si godeva la vita.
Piccole cose, a ricostruire la felicità come un concetto semplice, almeno a Roma, antica e moderna, poesie di Trilussa alla mano.
Un estratto concentratissimo di Storia ma anche di vita umana e forse ultraterrena, perché non può che esserci il finito e l’infinito insieme, in questa parola perfettissima che tende all’insù sul finire, con l’accento.
Insomma, l’umanità arrivata a questo punto avrebbe potuto benissimo fare calare il sipario, accompagnare gli spettatori alla porta e spegnere le luci, lo spettacolo era concluso perché nella parola ‘felicità’ era il senso dell’esistenza.
Saremmo tornati al nostro divano, io col mio cane, voi con il gatto. Pensate che bello.
E invece no. L’uomo è stato creato mica per niente se non per dare noia, pure noi filantropi lo sappiamo.

Uomo, a pensarci, tu mi piaci proprio perché sei come un figlio malaticcio: sei stato plasmato con lo sputo e l’istinto di startene rinchiuso in un recinto che tanto lì avevi tutto quello che ti serviva, e invece tu hai scavalcato la staccionata, sei andato a spiare la natura, e mica sei scemo da non aver avuto voglia di possederla tutta, la natura, e allora hai inventato parole su parole, per descrivere e per catturare l’essenza delle cose.
È così che la felicità si è moltiplicata, in varianti e sinonimi da grande distribuzione: la contentezza, la soddisfazione, l’ allegria, il piacere, l’estasi, il rapimento. La beatitudine.
Leggo persino ‘visibilio’, inventata così, come la sachertorte, giusto per fare spregio all’avarizia.

Uomo, devi essere di certo un pazzo se hai creduto veramente che con la sola varietà del linguaggio parlato avresti potuto fissare la realtà tutta; ed io non ti sono vicina perché devo curarti (non sono Battiato né mi piacerebbe esserlo) ma perché voglio capirti, e per farlo devi essere tu ad avere cura nel maneggiare le parole.
Contentezza vuol dire essere soddisfatti di ciò che si ha, un sentimento che si può comunicare con tranquillità, senza troppi colpi di scena. Allegria è essere disposti a godere della vita, quasi come fosse un impegno, un giuramento: ‘prometto d’essere allegro sempre, e di darlo a vedere ogni giorno della mia vita’.
Piacere è desiderio che si dimena, si muove, ci spinge a volere quell’ indeterminato qualcosa che ci fa star bene, ma bene davvero.
Beatitudine, probabilmente è una parola rubata agli dei.

Felicità. La felicità è tutto questo, per un solo impercettibile istante. Ci pensiamo e già ce l’abbiamo alle spalle. È sfuggevole ed eterea, ma è anche fatta di carne perché altrimenti nessuno la noterebbe per strada, nessuno la vorrebbe fare sua. È metonimia, sintesi, olio che si mesce con l’acqua.

E Dante che sapeva tutto questo molto meglio di noi, prima di noi, nella sua Commedia le ha dato una veste nuova: felicità è possedere tutto quello che veramente si desidera. Un posto dove ci si ferma, per poi ripartire l’attimo dopo. Detto da uno che ha visto l’inferno e il paradiso ed è venuto a raccontarcelo da vivo, non possiamo fare altro che crederci.
Perciò uomo, io ti voglio bene, e come un amante sono paziente e ti perdono tutto, però capiamoci.

Se siamo umani il merito è anche delle parole e se non sappiamo usarle allora arrotoliamo la carta del cielo e prosciughiamo il mare perché no, non ne siamo degni.
Le parole sono importanti, scegliete quelle giuste.
E magari usatele senza hashtag.

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