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La lotta sportiva e quella tribale

Mentre il Milan, stanco nelle gambe e nella testa, acciuffa in extremis un misero pari casalingo contro il Bologna, la Juventus demolisce in soli otto minuti la fragilissima barriera opposta dalla Roma: attualmente il divario psicofisico tra le due pretendenti allo scudetto è totalmente sbilanciato dalla parte degli uomini di Conte; è questo gap, più dei tre punti in classifica (che sono quattro se si considera che i bianconeri in caso di arrivo a pari punti sarebbero comunque primi in virtù degli scontri diretti), che deve far sorridere la Vecchia Signora e tremare invece i rossoneri.

Allegri ricorda con insistenza il gol non assegnato a Muntari contro la Juve (ieri non l’ha fatto, a onor del vero) e non ha tutti i torti quando dice che molto probabilmente senza quella clamorosa svista la partita di San Siro e più in generale il campionato avrebbero preso una direzione definitiva verso Milanello, ma non è produttivo recitare questa storiella come un mantra, perché alla fine si finisce per concedere alibi ai giocatori, che poi in campo sono privi della giusta “fame”. Il gol fantasma era un’arma che il Milan doveva sfruttare a suo favore, per caricarsi dentro lo spogliatoio, e non per dar inizio ad un vittimismo infinito davanti alle telecamere. Non c’è dubbio che i rossoneri siano stati penalizzati anche successivamente, col gol di Robinho non assegnato a Catania e quello di Ibra ieri pomeriggio, ma forse concentrarsi così tanto sulla moviola ha fatto credere agli uomini di Allegri che bastava continuare sulla stessa strada, quando invece era necessario un cambio di rotta deciso, quantomeno da un punto di vista dell’ atteggiamento in campo. Se la Juventus è prima in classifica con 14 pareggi, dalle parti di Milano è meglio che si convincano, in caso di mancata vittoria finale, che il campionato è stato un gentile omaggio che Ibra e compagni, e non tanto il Palazzo, hanno fatto ad una Juventus indemoniata che ha avuto il merito di crederci sempre.

Giocano bene i bianconeri, da quando Marchisio e soprattutto Vidal hanno ripreso a giocare come a inizio stagione, i ritmi della banda di Conte sono tornati insopportabili per gli avversari, e dubito che da qui a fine stagione la Juve commetterà un passo falso: vedere il traguardo lì, a poche centinaia di metri, è una spinta troppo grande per una squadra che non vince da tanto tempo e per un gruppo che dà l’impressione di essere granitico.

Non posso chiudere i pensieri settimanali senza un accenno ai fatti di Genova. Chi aveva pensato che la tragedia di Morosini potesse avere un benefico risvolto sociale o è un inguaribile sognatore, oppure continua ad avere un’immotivata fiducia nel genere umano. La storia, non solo quella sportiva, è

piena di occasioni in cui i buoni propositi messi in moto da un fatto grave, sono stati riposti nel dimenticatoio in fretta e furia. E’ una riflessione seria condotta fuori dall’emotività e dall’emergenza che può generare il cambiamento di unapersona, è la diffusione di una cultura diversa che può produrre civiltà, non un’improvvisa quanto effimera presa coscienza di un momento dettata dalla lacrime più che dalla ragione. E comunque non è possibile che 200-300 persone, anzi molte meno, perché poi i capi di una curva si contano sulle dita di una mano (gli altri sono pecore che seguono il branco), possano avere la forza di fermare una partita di calcio per 50’ minuti con la violenza e il ricatto. Ma la colpa non può ricadere unicamente sulle forze dell’ordine, bensì deve essere equamente distribuita tra uno Stato che non fa lo Stato e società che prendono le distanze troppo tardi, ad episodi incresciosi avvenuti, da certa gente che, fin quando fa comodo, viene trattata con i guanti bianchi.

 

L’Astrolabio è a cura di Andrea Salvini 

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