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LA MISSIONE DEL DIVULGATORE – Incontro con Piero Angela alla Scuola Normale Superiore

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Piero Angela si ferma per gli autografi al termine del suo discorso

Ultimamente si fa un gran parlare di crisi, della necessità di crescere e rinnovare il paese; poco o nulla invece si dice, tralasciando gli opportunistici buoni propositi pre-elettorali, sullo stato della ricerca e della scienza nel nostro paese. I due piani sembrano lontani: scienza e ricerca sono spese, e, come l’ex ministro Tremonti soleva dire, «con la cultura non si mangia». È veramente così? Proprio dalla situazione presente prende spunto Piero Angela nel suo intervento alla Scuola Normale Superiore di venerdì, dal titolo La Missione del Divulgatore. È l’inizio di un discorso lucido e attuale, che il celeberrimo giornalista affronta non a partire dalla retorica “bellezza del sapere”, ma in un’ottica quanto mai pragmatica.

La stragrande maggioranza degli italiani, lo dicono le statistiche così come l’esperienza quotidiana, ha una preparazione scientifica risibile (il 50% sostiene che il sole sia un pianeta, e non una stella).
Ma, spiega Angela, non è tanto al possesso di conoscenze specifiche che si deve mirare, quanto alla consapevolezza del ruolo e del significato della scienza per il mondo in cui viviamo. Il progresso scientifico e tecnico ha permesso, in pochi decenni, alla stragrande maggioranza degli italiani di affrancarsi da lavori pesanti che in passato privavano un’importante fetta di popolazione della possibilità di istruirsi. Non solo, le nuove conoscenze hanno portato ai paesi progrediti una salute maggiore, oltre che una vita più confortevole. Il progresso scientifico ha anche stravolto l’economia globale: basti pensare a come sia cambiato il mondo dall’introduzione dei computer o, ancora prima, dell’elettricità. Eppure oggi, in una anomalia tutta italiana, si guarda alle scienze come a un settore poco rilevante per il progresso del paese. Piero Angela fornisce qualche esempio: dai politici quanto mai distratti ai molti economisti che continuano a iscrivere la ricerca tra le “spese” (forse pensava a questo?), ignari del ritorno economico in termini di posti di lavoro e sviluppo costituito da brevetti, tecnologie d’avanguardia e ricerca in genere.

Nel suo discorso Angela parla della diffusione di credenze e pseudoscienze come telepatia ed omeopatia, portando proprio quest’ultima ad esempio di come l’idea stessa di “metodo scientifico” sia sempre più confusa. Il problema, continua Angela, sta nel fatto che la questione dell’efficacia di queste cure sia ritenuta un affare di punti di vista, di filosofie diverse. Ma qui sta il punto: il metodo delle scienze si fonda sull’affermare solo ciò che può essere dimostrato, riprodotto e verificato da chiunque (nello specifico, nessuno ha mai saputo provare che funzioni). Si potrebbe dire che è questa, più che l’oggetto del suo studio, l’essenza della Scienza. La correttezza di un’equazione della fisica non è uguale al proclamare chi sia il più grande tra due poeti: in un caso si può fare un esperimento, verificare o smentire una tesi, nell’altro no. Sono settori del sapere differenti, e in cui si opera in modo qualitativamente diverso.

Altro indice frequente del discredito che la cultura scientifica trova in Italia è il suo non far parte del bagaglio di conoscenze necessarie a definirsi “colti”: le rubriche culturali dei giornali sono piene di letteratura, arte e poesia, ma quasi nulla è destinato a biologia, fisica o matematica. È curioso, dice Angela, che un letterato possa vantarsi di non saper nulla di matematica senza imbarazzo alcuno, come se esistesse una cultura di serie A ed una di serie B. La cultura, nella sua accezione più vasta, deve essere interprete del suo tempo: come può essere, se non analfabeta, una concezione di questa che si rifiuti di considerare una forza che tanto a fondo trasforma il presente? Come si può ignorare il potere (politico ed economico, oltre che intellettuale) dell’innovazione?

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Spesa per l’istruzione – l’Italia si piazza ultima tra i paesi sviluppati

Proprio in questo contesto precario si inserisce la figura di colui che «prende il contenuto degli scienziati ed il linguaggio del pubblico», il divulgatore scientifico. Angela racconta del suo sforzo, ormai portato avanti da decenni, per interessare e insegnare al pubblico il valore del sapere: non esiste argomento troppo difficile o pubblico “non all’altezza” di un oratore abbastanza capace; è questo il punto fermo su cui si deve fondare la comunicazione. Piero Angela parla della sua poco brillante carriera come studente, di come si sia avvicinato agli argomenti di cui oggi parla a tutti gli italiani da vero profano: «faccio le trasmissioni che avrei voluto poter vedere e scrivo i libri che avrei voluto leggere» dice al pubblico, sottolineando l’importanza della creatività nel trovare modi chiari e diretti per veicolare concetti anche molto complessi. La comunicazione della scienza deve saper avvicinare il pubblico, fargli scoprire la bellezza e la concretezza di questo sapere, trovando il giusto compromesso tra semplificazione ed esattezza. E questo compito di grande valore sociale devono essere per primi proprio gli scienziati a comprenderlo.
Angela, che da sempre rappresenta forse l’unica (assieme al figlio) seria voce del giornalismo scientifico italiano, ha anche evidenziato l’importanza di tutelare e far nascere altri programmi come il suo SuperQuark, raccontando la quotidiana lotta per non esser sostituiti nel palinsesto da meno edificanti ma più economicamente redditizi programmi. Da qui anche il richiamo all’importanza dell’altra “Cenerentola” tutta italiana, ovvero la scuola: proprio su questo argomento si conclude la conferenza, con un monito: «oggi non si può esser ricchi ed ignoranti per più di una generazione».

L’evento, che ha registrato un’affluenza record, si è concluso in uno scrosciante applauso per Piero Angela, che ha ringraziato il pubblico di giovani, definiti «la speranza per far diventare l’Italia un paese più civile e progredito». E, secondo chi scrive, se davvero ci riusciremo, sarà stato anche merito di grandi educatori come lui.

Alberto Ciarrocchi

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