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La più classica delle storie americane

Ormai lo sapete Dallas Mavericks sono i campioni NBA per la stagione 2010/2011, grazie alla vittoria in finale per 4-2 sui Miami Heat.

Il perchè del titolo ve lo spiego subito. I Mavs sono uno dei più classici esempi di squadra bistrattata e derisa dai colleghi e non, però quest’anno, sottotraccia, senza fare proclami (qui mi riferisco in maniera specifica al proprietario Mark Cuban) e quando ormai nessuno li considerava competitivi per il titolo sono stati capaci di conquistarne uno, se vogliamo ancora più bello di quello sfuggitogli nel 2006.

Partiamo dai piani alti, il proprietario Cuban era considerato una specie di Moratti della NBA, tanti giocatori acquistati e strapagati, tanti allenatori cacciati e soprattutto zero titoli, a seguito di stagioni regolari anche dominanti a volte; la più clamorosa quella del 2007 con Nowitzki MVP, terminata con l’eliminazione al 1° turno dei playoff per mano dei Golden State Warriors, dell’ex coach Don Nelson. Sceneggiatura da film. Ma il culmine delle critiche piovute su Cuban è arrivato nel giorno in cui lo stesso scambiava un promettentissimo Devin Harris, con uno “stagionato” Jason Kidd, giustificandola come una trade richiesta da Nowitzki.

Già Nowitzki, lo stesso Nowitzki definito “bollito” da tutta la lega e non in grado di poter vincere un anello, dopo la debacle del 2006. In questi 5 anni il tedesco di Wurzburg ha giocato sempre ad alti livelli, ma senza grandi acuti (un pò come la sua squadra). Bene, in questa post-season Nowitzki ha giocato come non mai, venendo etichettato (giustamente) come il giocatore più difficile da marcare dell’intera lega. Ha tritato uno dopo l’altro tutti i suoi avversari, da Aldridge a Ibaka, da Gasol a Odom a Collison e last-but-not-the-least Haslem e Anthony, a suon di tiri impossibili e finte indifendibili. Conclusione, MVP delle finali 2011. Il merito? Tutto del “precettore” Holger Geschwindner, l’uomo che ha creduto in lui fin dall’adolescenza, l’uomo che gli faceva (e gli fa tuttora) fare quegli strani esercizi per migliorare l’elasticità del corpo e la velocità dei piedi. La sceneggiatura si fa sempre più Hollywoodiana, e non è finita qua.

Già perché altri giocatori molto strumentali alla causa hanno delle storie, che, sommate, formano un capolavoro cinematografico.

Per esempio Tyson Chandler, “scartato” dai Thunder 2 anni or sono, perché considerato al capolinea della sua carriera NBA a causa di una schiena di cristallo, finito poi ai Bobcats dove Larry Brown non lo poteva proprio vedere, fino ad arrivare alla trade che lo portò ai Mavs in cambio, sostanzialmente, di un casco di banane.Poi sappiamo tutti com’è finita.

Storie analoghe per Shawn Marion, dominante coi Thunder e fondamentale con Miami, e Peja Stojakovic, bombardiere “old style” contro i Lakers, entrambi dati per finiti dopo le rispettive chance del 2006 e 2007, reduci da stagioni mediocri tra New Orleans e Toronto (Peja), e Miami e ancora Toronto (the Matrix). Discreta rivincita anche per loro.
Forse però la rivincita più grossa se l’è presa Jason Terry, considerato  (giustamente) un chiacchierone senza anelli,  fino a pochi giorni fa, quando a letteralmente fatto a pezzi la difesa degli Heat, in gara5 e gara6 soprattutto, 27 alla fine per lui.
Citazione d’obbligo per JJ Barea, 175 cm di adrenalina pura direttamente da Portorico, un altro considerato non idoneo a questa lega, bene, chiedete a Bibby e Chalmers cosa ne pensano.
Ultimo clamoroso protagonista è stato Deshawn Stevenson. Reietto nba, detrattore da sempre di Lebron James (lo aveva definito “overrated” anni fa) ebbene per una volta ha avuto ragione persino lui.
Meriterebbero spazio anche Brendan Haywood, Ian Mahinmi e soprattutto Brian “the Custodian” Cardinal.
Ma ci vorrebbe più di un libro, pardon più di un film, per raccontarvi anche di loro, perché è di questo che si tratta, un classico film americano con il più classico degli happy endings.

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