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La profezia dell’armadillo: la recensione

Il 13 settembre esce, dopo varie peripezie produttive e realizzative, l’adattamento cinematografico dell’acclamata graphic novel di Zerocalcare: La profezia dell’armadillo. Qui la nostra recensione. E no, non sarà una lettura dolce e trasognante.

La profezia dell'armadillo Piccolo cappello introduttivo. Chi sta scrivendo questo articolo non è un’appassionata di fumetti. Ha letto, con le dovute lacune conoscitive, il volume da cui è stato tratto il film. La recensione si baserà dunque su un giudizio prettamente inerente al campo della critica cinematografica, che fumettistica. Detto questo, se tutti  conoscono Leopardi per il suo pessimismo cosmico, in maniera analoga è universalmente riconosciuta a Zerocalcare la capacità di strapparti un sorriso generandoti un polpo alla gola che ti stringe, ti fa male, conducendoti nei meandri più reconditi dei ricordi e della nostalgia. La profezia dell’armadillo è stato il suo biglietto da visita al mondo dei fumetti. Un acume sventolato con modestia che lo ha portato inevitabilmente al successo perché facile riconoscersi nei suoi disegni, nel dialetto ostentato, nelle disavventure del protagonista Zero. Tutti abbiamo un armadillo. O perlomeno, tutti conviviamo con quella parte insistente di noi stessi che dal profondo dell’inconscio fa sentire la propria vice abbattendoci, ammantandoci di insicurezza. Anche nella sua traduzione cinematografica l’Armadillo non poteva mancare. Seppur rappresentato con un costume goffo, artigianale, lontano da qualsiasi manipolazione digitale, esso si conferma come uno dei personaggi meglio riusciti. Merito soprattutto di Valerio Aprea, che con quel tono vocale saccente e sprezzante (già ampiamente rodato nella trilogia di Smetto quando voglio) rende l’Armadillo più umano di quanto viglia presentarsi. In maniera del tutto analoga, ottima la performance di Pietro Castellitto nei panni di Secco. Il suo personaggio si eleva dal ruolo di spalla comica e imbranata a vero mattatore, rubando più volte la scena al protagonista Zero. armadilloIl debuttante Emanuele Scaringi è un regista giovane, alle prime armi e la sua ingenuità autoriale si sente tutta, in ogni singolo fotogramma. Scaringi si è ritrovato tra le mani un gioiello prezioso, ma grezzo alla luce della sua trasposizione per il grande schermo. La sua macchina da presa corre su un campo minato, in cui ogni passo è estremamente pericoloso, e ogni gesto per liberare il testo d’origine dalla sua corazza letterale e destinarla al cinema in tutta la sua lucentezza, estremamente pericoloso. Il film non prende mai veramente il volo, ma corre sul filo dell’acqua, rasentando sempre la caduta fatale e l’affondamento. È come se la stessa pellicola sia finita vittima della profezia professata dall’armadillo. Se qualcosa deve andar male, ecco che verrà investita da una sequela di eventi infausti. Insomma, citando alla lettera un passaggio del film, “qualsiasi previsione ottimistica fondata su elementi soggettivi ed irrazionali spacciati per logici e oggettivi, destinata ad alimentare delusione, frustrazione e rimpianti, nei secoli dei secoli. Amen“. Sembra un paradosso, ma il problema del film sta tutto nella sua estrema fedeltà al prototesto di Zerocalacare. Ciò che ne risulta è un’opera pedissequamente statica e poco innovativa, incapace di far scattare un senso di esaltazione in chi il fumetto l’ha letto – in quanto sa di già visto e sentito – mentre per i neofiti che si approcciano per la prima volta alla storia di Zero offre una rilettura scarna di continuità e originalità. Manca insomma la contestualizzazione sociale e culturale, così come il tocco personale del regista. La profezia dell’armadillo è, insomma, il perfetto risultato di quello stile cinematografico che il personaggio inventato da Michele Rech afferma di odiare, ovvero un cinema italiano tradizionale privo di verve o originalità. Lo scontro tra l’universo personale del protagonista, fatto di aspirazioni e sogni spesso infranti, e il macrocosmo che lo circonda, caratterizzato da precariato, lutti e incapacità di comunicare (la scena della silent disco dove tutti danzano al ritmo di una musica che solo loro sentono perché propagata da delle cuffie, ne è un esempio lampante) non avviene mai. I due mondi si avvicinano, si sfiorano, ma non arrivano mai a incontrarsi. Questo crea un senso di non detto e di incompiutezza che trascinano il film in una dimensione anestetica, in cui lo spettatore si sente bloccato sulle poltrone, ma non riesce a ridere di gusto perché impossibilitato da una storia priva di stimoli. Peccato, perché l’opera di Zerocalcare meritava di più di un semplice “copia e incolla”. Voto: 5 e 1/2 Elisa Torsiello per Radioeco

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