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“La resa dei conti” – atto unico di Michele Santeramo @TeatroEra

Al Teatro Era, è andato in scena, “La resa dei conti”, atto unico di Michele Santeramo, in prima regionale, nell’ambito dei 10 anni Teatro Era.

Quanto un uomo è libero di scegliere? Qual’è il limite d’indagine del libero arbitrio? In che direzione posso cambiare la mia vita?
Santeramo propone, nelle parole fitte e ripetitive dei due protagonisti, il tema ancestrale della scelta umana, il diritto dovere dell’uomo di fronte alla libertà, il senso delle azioni e delle loro conseguenze.

Ntfi_04032018_Laresadeiconti_Ph_Salvatore_Pastore_S7A1800 - Michele Santeramo

La resa dei conti – Ph Salvatore Pastore

Tutta l’opera è caratterizzata da un senso di vaghezza e provvisorietà, dettato da mancati riferimenti spaziali e temporali. La scenografia, che costringe la scena in un paio di metri, toglie possibilità di scampo visivo allo spettatore, che rimane affogato dalle pareti e dall’assenza di finestre sulla realtà. Un limbo immaginato e fermo nel qui e ora, affossato nel continuo presente. Peccato per alcune scelte registico-testuali che rompono il sacro patto scenico con lo spettatore e introducono nello spazio chiuso elementi da un esterno inesistente, che interrompono in maniera strumentale la stanza claustrofobica che ospita gli attori.

Così anche il tempo non ha modo di trovare una narrazione e aumenta la percezione di un presente continuo e ripetibile. Come in una spirale il tempo passa ma potrebbe non passare, i personaggi dormono a ore imprecisate, mangiano, bevono, usano il bagno senza distinguere veramente il passaggio del tempo. Dopo un iniziale straniamento, utile alla narrazione, la ripetitività della scena diventa pesante e pedissequa che la bravura dei due attori (Daniele Russo, Andrea Di Casa) purtroppo non basta ad alleggerire.

Ntfi_04032018_Laresadeiconti_Ph_Salvatore_Pastore_S7A1800 - Michele Santeramo

La resa dei conti – Ph Salvatore Pastore

Il terzo personaggio, un Creatore interlocutore, appare negli occhi dei personaggi e in alcuni fasci di luce che accendono lo spazio da diversi punti, falsando il non luogo e creando un simbolismo di maniera. L’ultimo fascio di luce, come immagine e segno di liberazione, sporca il finale con una connotazione cinematografica e citazionistica, probabilmente non voluta.
Della lezione impartita da Brook e Barba, in cui lo Spazio Vuoto è riempito e vissuto dalle energie registiche e dagli infiniti sensi del testo, Santeramo e Mazzotta imparano il gioco del ridurre e del semplificare, rischiando però di sconfinare nel semplicistico. Il testo verboso e la regia fin troppo lieve, restituiscono alla Resa dei Conti uno spazio vuoto e riempito superficialmente.

Nella stanza che non ha luogo, in cui nessuno è entrato e da cui non si può uscire, il ragionamento di Santeramo si scioglie su binari già percorsi, che non stupiscono o spiazzano il pubblico. La percezione è che la sala sia rincuorata nel vedere in scena la rappresentazione di ciò che già sa, si crogiola nella zona di comfort che l’ autore ha preparato. Un teatro che accoglie, spiega, rispiega, giustifica e esemplifica. Un teatro che appare piacevole e profondo, ma che finisce per essere inutile e conseguentemente deleterio, nell’insieme del teatro comodo che troppe volte va in scena in Italia. In questi tempi di isole culturali, costruite su idee condivise e circondate da mari inesplorati, il ruolo del teatro dovrebbe essere quello di navigare verso l’ignoto, abbandonare in maniera coraggiosa la riva sicura e osare verso l’orizzonte, mosso dal bisogno di conoscere le altre isole.

Ntfi_04032018_Laresadeiconti_Ph_Salvatore_Pastore_S7A1800 - Michele Santeramo

La resa dei conti – Ph Salvatore Pastore

Un teatro che si fa luogo di scomodità, che ci permette di uscire con le scarpe piene di sassolini, che non da risposte, ma che riempie la testa con milioni di domande. Però, se ’l mondo presente disvia, in voi è la cagione, in voi si cheggia.

Perché andava visto o anche del perché te lo sei perso in 5 punti:

1. Santeramo è uno dei più attivi e accesi drammaturghi italiani. I suoi spettacoli vanno
visti, non foss’altro per stare nella contemporaneità.
2. In questi tempi dove la libertà è stata sostituita con l’arroganza, una riflessione sul libero
arbitrio risulta utile.
3.Gli attori in scena sono un buon esempio di attori bravi. Voce giuste, memoria sicura,
intenzioni e movimenti sensati. Sembra scontato, ma non lo è.
4. Scoprire il bisogno di scomodità, vivere la necessità del dubbio: mi basta questo o
preferisco indagare a fondo e trovare la mia contraddizione?
5. Rafforzare un senso critico di visione teatrale, primo mattoncino per costruire un gusto
personale a riguardo.

Flaminia Vannozzi per RadioEco

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