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La scuola di Atene e l’ipocrisia di Roma

 

Le rassegne stampa di oggi sono unanimi nelle titolature degli editoriali e degli articoli di fondo: descrivere la manifestazione degli indignati come un teatro di pura violenza. Le opinioni di chi ieri si trovava alla manifestazione sono tenute in relativo conto, i commentatori possono commentare tranquillamente senza aver rischiato di subire una carica a piazza San Giovanni. Quando anche si vuole tentare una narrazione della protesta, la selezione delle foto o dei video è di natura “sensazionalistica”: la madonnina infranta a terra, il blindato dei carabinieri dato alle fiamme, piccoli plotoni di polizia circondati da manifestanti poco pacifici. Accanto alla cronaca poi c’è il coro monocorde delle condanne espresse dagli esponenti di tutto l’emiciclo parlamentare sulla guerriglia urbana. “Assicurare i criminali alla giustizia” è lo slogan più recitato dalle forze istituzionali all’indomani degli eventi.

Mi sono sforzato stamani di cercare qualcuno che avesse uno sguardo di più ampio raggio sulla manifestazione di Roma. Non dico un allargamento di analisi a tutte le manifestazioni che nello stesso giorno sono state organizzate per protestare contro i disastri della finanza, quanto un “allargamento temporale” – limitato all’Italia – ma che esaminasse quello che è accaduto nel nostro Paese nell’ultimo anno, di cui abbiamo avuto un efficace riassunto nella seduta di Montecitorio di venerdì. Nessuno che abbia messo in relazione il venerdì con il sabato. A questo punto è necessario fare un po’ di pulizia linguistica prima che la vulgata giornalistica abbia un effetto di mistificazione della realtà storica.

Venerdì si è consumata l’ennesima beffa nei confronti di un Paese che sta affondando, una maggioranza che sta in piedi con appena un voto, un’opposizione che altro non può fare che organizzare ritirate aventiniane per far mancare il numero legale, e poi l’amaro finale: tutti saranno lì sino al 2013. In qualsiasi cencioso stato democratico un governo, che è andato in minoranza nella votazione di un rendiconto dello stato, dovrebbe rassegnare immediatamente le dimissioni. In Italia, però, non ci si dimette più da molto tempo – neanche se un ministro è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, pertanto l’arroganza del potere – in una situazione di disastro epocale – diventa un’angheria intollerabile.

La scena dell’esultanza di Berlusconi dopo il voto di fiducia somigliava alla ghigna di un aguzzino impunito e impunibile. Il 14 dicembre scorso, dopo il fallimento della mozione di sfiducia a Berlusconi, a Roma ci furono disordini paragonabili a quelli di ieri. Anche allora il governo riuscì pervicacemente a tenere tutte le sue poltrone, con una compravendita di deputati che avveniva ormai alla luce del sole. In un anno la situazione italiana è peggiorata, non solo nello spread e nell’aumento del debito pubblico, ma è peggiorata nell’economia reale, con migliaia di imprese chiuse, lavoratori licenziati o cassintegrati, sostanziale impossibilità di accedere al credito e, in ultima istanza, incapacità di tenere alti i consumi. Una spirale di avvitamento recessivo, la cui responsabilità ricade sull’incapacità del governo italiano, non solo sui mercati e sulle speculazioni finanziarie.

Non occorre aggrapparsi alle intercettazioni e alle vicende giudiziarie di Berlusconi per capire che questa maggioranza, costruita e comprata a uso e consumo del premier, rappresenta l’ostacolo tra la popolazione e i suoi legittimi diritti al lavoro, alla salute e alla felicità. Questa maggioranza esercita, legittimamente dal punto di vista formale, ma criminalmente dal punto di vista sostanziale, un’azione di copertura dei peggiori abusi e malversazioni che la Repubblica italiana abbia mai conosciuto nel corso della sua storia. Questi abusi non vanno condannati con i tempi della magistratura ordinaria, ma vanno processati dal punto di vista politico. Ma chi ha ormai più autorevolezza in un arco parlamentare per poter celebrare processi del genere? Per l’insufficienza della minoranza stessa di farsi sponda istituzionale per il malcontento generale, allora il malcontento giustamente si riprende gli spazi che gli sono vietati. Il processo politico si celebra in piazza perché c’è una crisi di rappresentanza in corso, i tempi del ricambio democratico non permettono più di rispondere alle urgenze del momento. Anzi, la via italiana alla democrazia ha costruito di fatto una dittatura della (risicata) maggioranza parlamentare.

Pertanto, di fronte a quanto accadde il 14 dicembre, e quello che è successo ieri a Roma, io ho una posizione di comprensione della violenza. La pantomima politica che s’innesca puntualmente dopo una guerriglia urbana ha qualcosa di grottesco. Premesso che le violenze ieri sono state cercate e volute, offrendo una città tutto sommato indifesa per le azioni dei presunti “black block”, e ritardando gli interventi per spegnere incendi o isolare i “cattivi”. È stata montata la stessa fiction andata in onda a Roma l’anno scorso: una città in fiamme per sovvertire la realtà, dove i cattivi sono i manifestanti, e i buoni sono i politici asserragliati a Montecitorio. Forse è il caso di togliere un tabù, perché vedo troppa ipocrisia anche tra gli stessi manifestanti pacifisti, che si affrettano il giorno stesso a prendere le distanze dai cattivi, collaborando così come attori inconsapevoli della fiction. Non ho paura di dire che la violenza contro la forza e l’arroganza della politica, in tempi come questi, non è più un fatto condannabile. Quando si attaccano simboli, per quanto l’attacco o l’incendio non abbia alcun scopo pratico di eversione, diventa a sua volta un’azione simbolica. Pertanto un incendio di un blindato o un assalto a un ministero hanno il valore di dire in modo efficace quanto non sono riusciti a dire i pacifisti in questi venti anni di guerre sui numeri dei partecipanti.

L’esser passati sotto le forche caudine dei regimi dittatoriali, Italia compresa, non ci ha fatto comprendere ancora bene la risorsa della violenza. Perché non dimentichiamo che sino a qualche giorno prima che si scrivesse la nostra Costituzione, la lotta contro la Repubblica di Salò la si faceva con i fucili, non con le manifestazioni colorate. Erano altri tempi, è vero. Ma io sfido a trovare una maggioranza di italiani che si senta così felice e libera in questo momento. Roma è diventata già Salò, l’abbiamo accettato passivamente per quasi un ventennio, e su di noi si sta formando l’onta internazionale: il mondo ride di noi non perché Berlusconi fonda un partito intitolato come “partito della gnocca”, ma perché gli permettiamo di arrivare nelle nostre televisioni, e di farci insultare nella nostra dignità di cittadini. Il mondo ride di noi perché siamo diventati dei servi. E i nostri connazionali all’estero sono costretti a dire a denti stretti di essere italiani.

Oggi non può esistere lotta per un avvenire più equo se non, anche, attraverso l’uso della violenza. In questo riprendo un pensiero caro a George Eugene Sorel, che distingueva con il termine “forza” gli atti di autorità e con il termine “violenza” gli atti di rivolta. Secondo il filosofo francese  “la forza ha per oggetto l’imposizione di un certo ordine sociale, in cui governa una minoranza, mentre la violenza tende alla distruzione di questo ordine. La borghesia ha impiegato la forza dall’inizio dei tempi moderni, mentre il proletariato reagisce ora contro di essa e contro lo stato con la violenza”. Senza voler rispolverare termini ormai anacronistici, come borghesia e proletariato, vista la recente proletarizzazione dei ceti medi, e la frammentazione dei lavoratori in mille tipologie di contratto e l’arretramento di garanzie sindacali, rimane comunque in piedi la riflessione di Sorel, in cui una maggioranza sfruttata (un termine che nel capitalismo va sempre di moda) si oppone a una minoranza di sfruttatori. La minoranza, in questo caso di governanti, deve aver paura del popolo. Non viceversa.

Sorel però è una figura troppo poco conosciuta e troppo lontana nel tempo. In questi casi va bene anche rifarsi all’esempio greco, in cui una società messa in ginocchio reagisce con la violenza all’attacco portato avanti dallo stato nei confronti dei diritti. Atene ha fatto scuola, anche a Roma, e la cosa non è per me motivo di condanna. Perché, quando ormai si è alla disperazione, e non si ha nulla da perdere, un’azione violenta è l’unica alternativa praticabile. Dico questo perché la via pacifica non ha mai pagato negli ultimi vent’anni, perché milioni di persone pacifiche in piazza non hanno impedito ai governi di fare quello che volevano. Perché dunque coltivare il pacifismo ad ogni costo? Un pacifismo dettato non tanto da stature morali elevate, quanto da più pratiche e immanenti considerazioni d’immagine da trasmettere ai media, o peggio ancora di codardia militante. Perché continuare a stigmatizzare chi, legittimamente incazzato, invece si sfoga contro chi e cosa rappresenta il potere costituito?

Non ci sto dunque a prendere parte al coro di critiche di oggi. Forse saranno un branco di idioti quelli che hanno preso a colpi di bombe carta il cordone delle forze di polizia, forse saranno facinorosi coloro che hanno mandato in frantumi vetrine di banche e incendiato autoblindi, ma se tutto ciò diventasse un assedio permanente a Palazzo Chigi e a Montecitorio, avrebbe il mio appoggio non solo teorico, ma anche pratico. È inaccettabile sanzionare la violenza come se fosse uno sfogo criminale, e sorpassare sulla criminalità diffusa che si consuma negli istituti di credito, nelle stanze di Montecitorio e negli appartamenti del premier. Non erano criminali i ragazzi che hanno tenuto testa alle “forze del disordine”. Etichettare tutto questo secondo la categoria del “criminale” è una distorsione inaccettabile della verità. Quando la sfiducia nell’ordine democratico raggiunge il suo picco, assaltare le trincee dietro cui si nascono i responsabili del malgoverno, non solo è legittimo, ma è l’ultimo atto di moralità possibile.

E se a qualcuno, questo mio commento risultasse indigesto, o frutto di letture confuse di testi social-rivoluzionari, mi permetto di rimandare a un passo della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, in cui Jefferson – non certo un intellettuale in odore di socialismo – scrisse così: ‎”Quando una lunga serie di abusi e di malversazioni, volti invariabilmente a perseguire lo stesso obiettivo, rivela il disegno di ridurre gli uomini all’assolutismo, allora è loro diritto, è loro dovere rovesciare un siffatto governo e provvedere nuove garanzie alla loro sicurezza per l’avvenire”. E qualche tempo dopo, nel 1832, anche John Stuart Mill, uno dei padri del pensiero liberale, sull’argomento si mostrava piuttosto chiaro: “Se si può dire che è un dovere morale dei sovrani quello di governare bene, o altrimenti di abdicare, si può anche dire che coloro che sono soggetti al governo hanno un diritto ad essere ben governati. Se si può dire che è una colpa morale in un governo il tentativo di conservare la propria autorità in maniera opposta a quelle che sono le inclinazioni dei governati: si può dire che il popolo ha un diritto di cambiare il proprio governo. Tutto ciò, senza alcuna insensatezza logica, o abuso linguistico”.

Quello che mi chiedo è perché oggi, dobbiamo citare Jefferson o Stuart Mill, per far valere delle ragionevoli posizioni teoriche, invece di elaborarne noi di nuove, facendo valere la nostra autorevolezza di pensatori viventi. La verità è che, oltre alla paura per i governi, c’è ancora tanta paura di pensare e di dare i nomi giusti alle cose. Ad Atene facevano così, e lo fanno tuttora.

Giuseppe F. Pagano

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