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La tragicommedia di Iago in una piazza di Ponsacco

Per Radioeco, ormai, andare a Lari è diventata una consuetudine serale. La consuetudine è così forte che ci siamo andati ugualmente, anche se lo spettacolo teatrale per cui ci siamo mobilitati era a Ponsacco. Ovviamente non lo sapevamo, ovvero non avevamo letto bene il programma. Infatti arriviamo a Lari e c’era un silenzio irreale. Desdemona (quella della sera prima) ci avverte che la rappresentazione va in scena in una piazza del paese vicino. Ok… siamo dei “gonfi”, come si dice in pisano. Quindi partiamo alla volta di Ponsacco.

Il tempo di attendere un po’, fare due chiacchiere in giro, e facciamo conoscenza diretta con la pièce portata in scena da Zorba Officine Creative e diretta da Loris Seghizzi. Tanto per non allontanarsi da Otleto, da Desdemona, etc, ci troviamo di fronte a una nuova rilettura dell’Otello di Shakespeare. Stavolta il perno dell’azione ruota tutto attorno a Iago, il servo infame di Otello, il quale è “assente” sulla scena. Al suo posto c’è un fantoccio, quasi al centro della scena, ed è una sorta di convitato di pietra. Non parla, ma agisce come se fosse lì sul posto. Gli altri personaggi costruiscono l’azione sul suo presunto silenzio.

L’incipit è un “libera me domine” cantato attorno al fuoco: i protagonisti principali danzano in una sorta di rito tribale. Salta all’occhio da subito, seppur la scena sia spartana, come ci sia una certa contiguità della recitazione con la giocoleria. Queste impressioni saranno confermate nel corso della rappresentazione. Si aggiungono anche danze, ritmi tribali eseguiti dal djambé, numeri da circo, altri giochi di fuoco. Otello è un giocoliere-guerriero che parla un po’ in italiano un po’ in francese, Desdemona è un’attrice di prosa, Cassio un acrobata. Gli altri personaggi sono altrettanto “caratterizzati”: Bramanzio è una maschera della commedia dell’arte, mentre Montano diventa un pastore abruzzese.

La tragedia di Shakespeare diventa quindi un canovaccio, su cui costruire una serie di situazioni e scene davvero comiche. Molto è affidato all’improvvisazione, e nell’improvvisazione entrano persino i problemi tecnici al microfono di Desdemona, oppure le campane della chiesa di San Giovanni di Ponsacco. Il dramma si estingue nelle caricature dei personaggi, nelle isterie guerresche di Otello, nell’insofferenza di una Desdemona mestruata, nelle disavventure di un Cassio che non regge l’alcol. Così l’intreccio terribile di gelosia e morte si trasforma in una risata liberatoria.

Le morti di alcuni personaggi, affidate al medesimo attore, diventano un esercizio di metateatro, in cui l’attore cerca la morte al centro della scena, ma per copione è costretto dagli altri personaggi a ritirarsi dietro le quinte, e agonizzare così in modo esilarante. Roberto Romagnoli, che interpreta appunto più personaggi, si rivela come uno degli attori più interessanti sul “campo”. Il suo uso del bolognese o dell’abruzzese, a seconda dei personaggi, rendeva la pièce ancora una volta vicina alla commedia dell’arte.

Se dobbiamo fare una classifica delle rappresentazioni teatrali sinora viste al Collinarea Festival, questa senza dubbio è stata quella più trascinante, tanto per la carica di comicità, quanto per la miscela di linguaggi e codici propri di diverse tradizioni. Shakespeare non se ne dispiacerà: il Moro di Venezia non è mai stato così divertente.

Giuseppe F. Pagano

 

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