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Lady Bird: la recensione

Nominato a cinque premi Oscar, arriva anche in Italia Lady Bird, un po’ racconto autobiografico, un po’ testimone della difficoltà di crescere in un nucleo cittadino pronto a spezzare le ali di una mente sempre pronta a volare alto come quella della sua protagonista.

Lady Bird

Partiamo da un presupposto difficilmente controvertibile: raccontare una storia intrisa di ordinarietà gioca sempre con il fuoco della possibile banalità. Sta nella capacità del regista di sfruttare al meglio le potenzialità dello strumento magico cinematografico al fine di rendere interessante un’opera che di base interessante non è. Relegata nel contesto della realtà, e per questo poco soggetta alla macchina dei sogni, la storia di una famiglia qualunque non sempre accende la fiamma della curiosità; se non intaccata da qualcosa di unico, straordinario, o più semplicemente da una sceneggiatura alacre e scorrevole, è assai difficile che essa possa alimentare il desiderio voyeuristico nascosto atavicamente in ogni spettatore. E Lady Bird, scritto e diretto dalla regina dei film indie Greta Gerwig, è a tutti gli effetti una narrazione verosimile, di quelle che qualche vicino può raccontarti una domenica pomeriggio al parco.

Una base realistica, fatta di fondamenta solide, in equilibrio tra commozione e ilarità, direttamente derivante dal background autobiografico della regista, di quando adolescente nella desolante Sacramento, sognava la grande città, New York. Forte degli insegnamenti assorbiti da Noah Baumbach (di cui Greta Gerwig è musa ispiratrice, co-sceneggiatrice e compagna di vita) l’ordinario di Lady Bird si trasforma in straordinario. Con una fotografia dalle tonalità vintage, un commento musicale che ben sottolinea le emozioni predominanti in scena e inquadrature sempre molto ristrette sulla sua protagonista così da non perdere di vista i suoi umori mutevoli, Lady Bird centra il proprio obiettivo di coinvolgere lo spettatore nelle lotte interne di una giovane adolescente alla porte dell’età adulta. Potrà cambiare accento, stato, continente, o racconto di partenza, ma Saoirse Ronan si dimostra ancora una volta capace di cogliere l’essenza del proprio personaggio. I suoi occhi blu cobalto, esaltati dai continui primissimi piani, esprimono la voglia di riscatto di Lady Bird e il suo perenne contrasto con un mondo che non sente suo, non la stimola intellettualmente.

Uno scontro empatico e identificativo acuito dalle inquadrature ristrette e raramente di ampio respiro che riprendono la protagonista in primi o medi piani, rifuggendo così (ma solo in apparenza) il legame armonioso che fatica a stabilirsi con l’environment circostante. Lady Bird non è un semplice racconto di formazione; lontana da retorica e sentimentalismi, la Gerwig, senza edulcorare nulla, registra in maniera onesta e sincera la storia di Christine, e insieme ad essa la sua e di qualsiasi spettatore che si ritrova a condividere questo coming of age estroso e fuori dagli schemi, perfettamente in linea con la sua protagonista. tutto nel microcosmo di Lady Bird è perfettamente equilibrato e mai fuori posto. Gli stessi coprotagonisti si elevano al semplice ruolo di comprimari (in particolari i suoi giovani amanti, interpretati dal principe dei film indipendenti Lucas Hedges, e il lanciatissimo Timothée Chalamet), rivelandosi necessari alla crescita personale di Christine. Plauso a parte merita la capacità di Saoirse Ronan e Laurie Metcalf di rendere realistico e tragicomico il rapporto tra Christine “Lady Bird” e sua madre. È il conflitto materno (sineddoche attanziale della città di Sacramento, per quel sostituirsi ai valori e pensieri del contenitore urbanistico in cui entrambe si trovano a vivere) il centro nevralgico ed emotivo del film.

Il personaggio della Ronan piace perché imperfetto; fa scelte sbagliate, è ribelle, si allontana dalla connotazione fragile e raffinata delle eroine classiche. Insomma Lady Bird piace perché è reale, il che non vuol dire ordinaria o prevedibile. Semmai è tutto il contrario; è la vera incarnazione del “girl power”, proprio come la sua ideatrice, Greta Gerwig.


Voto: 8

Elisa Torsiello per Radioeco

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