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Lari chiama Grecia. Capossela inaugura il Collinarea Festival

Immaginate un borgo medievale tra le colline pisane, e dentro questo borgo suoni di bouzuki e baglamas, come se non fossimo in Toscana, ma in piena Tessaglia. Il viaggio è anche questo, portare una storia dentro altre storie, come in ogni porto che si rispetti. Questo è quel che ha fatto Vinicio Capossela nella quarta tappa del nuovissimo tour di Rebetiko Gymnastas, che ha toccato Lari, in un’anteprima (assai) speciale al Festival Collinarea, una rassegna di teatro, poesia e musica che negli anni sta diventando un appuntamento imperdibile tra le offerte culturali della Toscana.

Radioeco è andata a curiosare nella provincia pisana sia per prendere confidenza con Collinarea (raccontandovi nei prossimi giorni gli episodi più interessanti di questo festival), sia per scoprire un altro dei capitoli di viaggio di quel giramondo di Capossela, che sembra aver trovato un porto sicuro in Grecia dopo l’odissea meta-letteraria di “Profeti, marinai e balene”, probabilmente il più bel disco italiano del 2011. Siamo andati a curiosare con la mente sgombra da aspettative, cioè senza ascoltare il nuovo album, “Rebetiko Gymnastas”, uscito il 12 giugno. Questo ci ha permesso di goderci appieno la sorpresa.

Il nuovo disco di Capossela contiene quattro brani inediti, una ghost-track e otto canzoni note reinterpretate in chiave rebetika. Sia durante la registrazione che nel tour promozionale, Capossela si è circondato di un’intera band di rebetes greci: Ntinos Chatziiordanou (accordeòn), Vassilis Massalas  (baglamas) Dimitrios Emmanouil (percussioni), e poi un vero e proprio virtuoso del bouzouki: Manolis Pappos. Alle chitarre c’è il fedele Alessandro Stefana e al contrabbasso Glauco Zuppiroli.

Siamo arrivati a Lari in prima serata e l’atmosfera che si è presentata ai nostri occhi è stata di un tramonto magnifico sulle colline. Una volta entrati dentro il borgo abbiamo trovato senza difficoltà piazza Matteotti, proprio a ridosso del castello, una location suggestiva, con lo sfondo di un portico con archi a tutto sesto. Ai giornalisti sono state riservate le prime file: una cortesia che nessun’altro festival nei dintorni regala alla stampa. La disposizione d’animo è delle migliori. Il pubblico è davvero trasversale, si va dai quattro anni ai settanta. Tantissime le donne.

Sapevo giusto qualche infarinatura di rebetiko prima di questa serata, dovuta perlopiù all’encomiabile lavoro che avevano fatto l’anno scorso gli organizzatori di Insolent Noise a Pisa, con un cartellone dedicato al genere. Capossela fa qualcosa di più che un recupero di etnomusicologia, ne fa un manifesto quasi politico: “Il rebetiko è musica nata da una catastrofe, da una grande crisi e da una colossale migrazione. Ha dentro di sé il cromosoma della ribellione e della rivolta individuale” dice ancor prima d’iniziare a suonare. Sono passati quasi cento anni dagli eventi che originarono quel genere musicale (la guerra tra Grecia e Turchia, e il rientro forzato in Ellade dei profughi greci dopo la sconfitta). Oggi la musica dei “negri greci”, degli emarginati, degli ubriachi, dei fumatori, si somma alla condizione recente del popolo greco, caduto nella disgrazia economica, ma non in quella culturale. Capossela cita anche una scritta sui muri di Atene: “C’è gente così povera che ha soltanto denaro”.

Il cantautore ha dato il via alle danze con Abbandonato (traduzione di Los Ejes de mi carreta di Atahualpa Yupanqui) prima canzone del nuovo disco. E poi ancora Rebetiko μου (Il mio rebetiko) e Misirlou (noto ai più nella versione per chitarra elettrica nella colonna sonora di Pulp Fiction), che aprono ai brani del canzoniere di Vinicio rivisitati in chiave ellenica, come la splendida Con una rosa, Signora Luna, che in versione live presenta in filigrana trame chitarristiche da Nick Cave oltre ai tempi dispari del rebetiko, e la danza sudamericana di Corre il soldato.

Altre canzoni edite ma “ellenizzate” sono Non è l’amore che va via e Morna. Non mancano pezzi del vecchio disco, come Aedo e Dimmi Tiresia in sequenza, che in chiave rebetika prendono tutt’altro sapore, direi senza dubbio moltiplicato nel fascino e nella resa. A metà concerto arrivano i super-classici, come il tango (ormai greco) di Parole d’altrove, una versione “misterica” (alla maniera di Delfi) di Brucia Troya, seguita dal Ballo di San Vito, stavolta irrorato da un fascino terragno senz’altro omerico. Qui tutto il pubblico abbandona le sedie, si lancia immediatamente sottopalco, e inizia a ballare. Noi non perdiamo tempo, e siamo subito in prima fila. Dopo un primo rientro nel retropalco Capossela e la compagnia italo-greca si riaffaccia sul palco per un bis strepitoso, tra cui si segnalano Scivola Vai Via, Hei Kubare e Ultimo Amore.


Un concerto che dura più di un’ora e mezza, e regala una sensazione di familiarità con la Grecia che non avremmo mai sospettato. La sera, il vento fresco, contribuivano a far credere ai nostri sensi di aver già attraversato lo Ionio e l’Egeo, e di essere in una piazza di Salonicco. La resa dei pezzi già noti di Capossela è a dir poco viscerale, come se le magie di Manolis Pappos al bouzouki conferissero un’ulteriore stratificazione di vissuto personale, come se gli “esercizi di rebetiko” altro non fossero che una palestra di vita, con tutti gli sforzi che comporta amare, arrabbiarsi, ribellarsi. La cospirazione individuale dei rebetes greci con i testi potenti ed emotivi di Capossela diventa cospirazione collettiva, cioè il pubblico – sedotto e vinto – “respira insieme” nostalgia, meraviglia, voglia d’imbarcarsi ancora.

Report e foto a cura di Giuseppe F. Pagano

 

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