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Laura Cappon all’#IJF17: “L’Italia sta facendo poco per Regeni”

Laura Cappon è stata corrispondente dal Cairo dal 2011 al 2015, e all’IJF 2017 è stata protagonista del panel “Cosa significa fare giornalismo in Egitto: Dalla rivoluzione araba ad Al- Sisi”

Laura Cappon, lei è stata corrispondente in Egitto dal 2011 al 2015, quando è stato difficile fare giornalismo durante quel periodo?

Quel periodo si divide in due momenti. Dal 2011 al 2013 – definito “di transizione” – con le varie elezioni e l’arrivo del capo dei Fratelli Musulmani Morsi, che ha coinciso con una certa libertà ed entusiasmo democratico che si rifletteva anche sui media. C’era un’attività molto intensa sui documentari e le proiezioni pubbliche ed anche i giornalisti della tv di Stato iniziavano a cercare più libertà dopo decenni di regime. Questo lo sentivamo anche noi corrispondenti che vivevamo con grande entusiasmo lavorando tantissimo per via dei continui eventi che si susseguivano. Tutto questo è cambiato il 3 luglio del 2013 quando Al-Sisi prende il potere e sederà, un mese dopo il suo atto di forza, la manifestazione contro il Colpo di Stato, lasciando – anche se non ci sono cifre ufficiali – circa 800 morti. Da lì il nostro lavoro è stato sempre più difficile.

Президент_Республики_Египет_Абдельфаттах_Сиси

Adesso le sparizioni sono all’ordine del giorno e i diritti umani sono ai minimi storici, però i leader dell’Occidente – Merkel e Trump - vedono Al-Sisi positivamente. Come te lo spieghi?

Ci sono varie questioni. La prima è quella economica perché l’Egitto è un paese chiave sul Mediterraneo. Noi stessi abbiamo interessi molto forti e quindi uno Stato prima di rinunciare ad un partner commerciale di questo livello, ci pensa bene. La seconda è quella della narrativa “se somiglia a me è più affidabile” e con questo mi riferisco alla questione della laicità contro il fondamentalismo religioso. Quando Morsi fu eletto ci fu un certo scetticismo e Al Sisi con la retorica del “non voglio che il paese di islamizzi”, è riuscito a conquistarsi una parte dell’opinione pubblico occidentale. Anche perché gli occidentali fanno fatica a separare i partiti di ispirazione islamica dai terroristi. Ma sopratutto perché l’Egitto – insieme alla Tunisia – ha avuto il decorso meno drammatico delle Primavere Arabe.

Accennavi alle relazioni che tra Italia ed Egitto e quando associamo questi due Paesi non possiamo che pensare a Giulio Regeni. Al di là degli aspetti economici potevamo fare più a livello diplomatico? E noi come opinione pubblica abbiamo fatto abbastanza che spingere la politica ad essere più dura?

Io credo che la società civile italiana si è mobilitata abbastanza. La risposta non è arrivata dalla politica. L’ambasciatore è stato richiamato ed è tutt’ora l’unica cosa, insieme al blocco delle forniture dei ricambi di F-16, che il Governo Italiano ha fatto per raffreddare i rapporti. Però non è bastato. Le indagini sono andate un pò avanti ma non possiamo parlare di piena collaborazione delle autorità egiziane. I rapporti economici non sono stati toccati e l’impressione – anche della famiglia di Giulio – è che il Governo Italiano e i Governi Europei stiano facendo poco che arrivare alla verità di Giulio Regeni.

Laura Cappon, dopo un anno vedi un’apertura del Regime Egiziano sul caso Regeni?

Ci sono stati dei piccoli passi come ricordavo prima. La Procura di Roma ha acquisito cinque interrogatori in Egitto e ha chiesto cinque rogatorie per interrogare altrettante persone. I documenti di Giulio sono stati riconsegnanti e anche il Ministro per il Petrolio ultimamente ha dichiarato di voler arrivare sino in fondo, ma le cose vanno molto a rilento. Chiaro che però, se avessero collaborato dall’inizio senza dare tesi improbabili, ora avremmo avuto più elementi. Le cose si smuovono, ma inizio a credere che sia troppo tardi. Anche a livello civile la campagna va scemando. Quindi è molto importante continuare a parlarne.

Giacomo Corsetti

@giacomocorsetti

 

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