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Leonardo Sciascia: UN VOLUMETTO DI INAUDITA GRAZIA

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immagine presa da www.adelphi.it

Il 20 novembre 1989 muore Leonardo Sciascia. Per il ventiseiesimo anniversario dalla sua scomparsa, eccomi qui ad invitarvi alla lettura di un volumetto di inaudita grazia, La Sicilia, il suo cuore – Favole della dittatura edito da Adelphi (1997), oggi una rarità.
Il volumetto riunisce due opere giovanili del nostro grande scrittore: Favole della dittatura, che risale al 1950 e rappresenta l’esordio di Sciascia in campo letterario, e La Sicilia, il suo cuore, del 1952, che è la prima e unica raccolta in versi del nostro autore.
Entrambe le opere furono in un certo senso rinnegate da Sciascia che, forse ritenendole imperfette, non volle inserirle nelle Opere Complete edite da Bompiani nel 1987.

Il volumetto è corredato del saggio Dittatura in fiaba di P.P. Pasolini il quale, invece, apprezzò molto Favole della dittatura avendo saputo riconoscere in esse quelle capacità critiche ed espressive che più chiaramente sarebbero emerse nelle successive opere di Sciascia.
Di queste favole, il carattere sancito dal titolo, apprezzo l’ironia e la brevità della forma e della frase, mai semplificazione banalizzante.
In una sorta di resistenza passiva, Sciascia condanna, nel ricordo, il fascismo che, nel suo manifestarsi, fu favorito, come ogni dittatura, da quel tanto di servilismo che alberga nell’animo umano:

L’amicizia del toro
“Va bene, mia moglie sarà la vacca che tu dici”, rispose il bue all’indiscreto argomentare del cavallo; “ma indubbiamente l’amicizia del toro mi fa onore”.

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immagine presa da it.wikipedia.org

Con una prosa che in più punti sfiora la poesia egli mette in rilievo la divisione tra dominanti e dominati, elemento distintivo di ogni regime dittatoriale. Merita tutta la nostra attenzione la prima favola che, pur riproponendo l’opposizione della più antica Il lupo e l’agnello di Fedro, è emblematica del totalitarismo moderno come affermazione della necessità di sottomettere perfino le coscienze e della volontà di colonizzare il pensiero:

So quel che pensi
Superior stabat lupus: e l’agnello lo vide nello specchio torbido dell’acqua. Lasciò di bere, e stette a fissare quella terribile immagine specchiata. “Questa volta non ho tempo da perdere”, disse il lupo: “Ed ho contro di te un argomento ben più valido dell’antico: so quel che pensi e non provarti a negarlo”. E d’un balzo gli fu sopra a lacerarlo.

Personalmente ho molto apprezzato anche la più breve:

Il cane
Il cane abbaiava alla luna. Ma l’usignolo per tutta la notte tacque di paura.

La mia anima siciliana è stata definitivamente conquistata dalla breve raccolta poetica La Sicilia, il suo cuore.
Immagini nitide e spesso amare (l’immobile occhio del bue, i corvi che discendono lenti, il maggio sciroccoso, i morti binari, …) sembrano restituirci una Sicilia da sempre emblema d’immobilismo ma anche centro del mondo dello scrittore che ebbe modo di dire: “Vittorini, Brancati, Quasimodo offrirono più o meno direttamente i tre temi siciliani … la Sicilia come mondo offeso … come teatro della commedia erotica …, come luogo di bellezza e di verità.(Leonardo Sciascia: La corda pazza, scrittori e cose della Sicilia, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1970)”.

L’isola di Sciascia è senza dubbio molto vicina a quella di Quasimodo, luogo di bellezza e di verità ma anche di quell’inquietudine nostalgica e silenziosa che scava il cuore e il volto di ogni siciliano doc:

Un velo d’acque
Un velo d’acque trepido di sbocci
smemora ora la terra. Il lungo inverno
ha lasciato vigile l’ulivo, aspro il roveto,
e il mandorlo esile
tracciato contro il cielo luminoso.
E la linfa cerca il secco rancore,
scioglie i nodi del gelido cruccio.
Musicalmente una pietra remota,
accende sua figura: come una luce
di verde e argento
che mi chiude nel cuore di uno specchio.

In memoria
L’inverno lungo improvviso si estenua
nel maggio sciroccoso: una gelida
nitida favola che ti porta, al suo finire,
la morte – così come i papaveri
accendono ora una fiorita di sangue.
E le prime rose son presso le tue mani esangui,
le prime rose sbocciate in questa valle
di zolfo e d’ulivi, lungo i morti binari,
vicino ad acque gialle di fango
che i greci dissero d’oro. E noi d’oro
diciamo la tua vita, la nostra
che ci rimane – mentre le rondini
tramano coi loro voli la sera,
questa mia triste sera che è tua.

Non vi inganni l’esiguo numero di pagine, l’invito alla riflessione è in ogni rigo, oserei dire
in ogni parola.

Buona lettura,
Giacomo De Nuccio

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